Il counseling psicosocioanalitico

Per Freud la normalità è “la capacità di lavorare e amare”. Intorno a queste due attività fondamentali gli uomini e le donne costruiscono la loro identità e sviluppano i loro processi di auto-realizzazione. Un sufficiente stato di benessere può essere realizzato soltanto quando sia i rapporti affettivi sia quelli lavorativi siano fonte di soddisfazione e tali da poter essere vissuti come adeguati rispetto a una compiuta espressione di sé.

E’ importante che capacità di amare e di lavorare coabitino armoniosamente all’interno di un progetto di vita che abbia senso rispetto agli ideali, ai valori e agli obiettivi concreti di cui ciascuno è portatore.

Per la psicosocioanalisi ogni individuo è dotato di una propria originalità che si realizza nelle relazioni che si costituiscono e si dispiegano rispetto al suo essere nel mondo.
Se una di queste capacità risulta difettosa e pervasa da un senso d’insoddisfazione e di disagio, inevitabilmente ciò si ripercuote su tutta l’esistenza; se il lavoro non va secondo le attese anche la vita affettiva ne risente e viceversa. Vivere bene la propria esperienza lavorativa è quindi una responsabilità verso se stessi ma anche verso chi condivide spazi di vita altri ma inevitabilmente limitrofi, in una vicinanza esposta ai riverberi dell’insoddisfazione e dello sconforto.
La responsabilità verso se stessi riguarda soprattutto un imperativo di auto-realizzazione, una responsabilità che non è possibile delegare. La vita dell’uomo ha senso, pur nella sua strutturale incompiutezza, soltanto se è pervasa da una tensione auto-realizzativa che non si esaurisce in un esito finale ma che si realizza in un’incessante attività creativa. E’ proprio l’incompiutezza ineludibile del soggetto che genera la possibilità di un continuo riprogettarsi.
Il disagio lavorativo di cui il counseling psicosocioanalitico si fa carico ha sempre a che fare con uno stallo, uno stallo del soggetto rispetto alla sua capacità di perseguire un progetto ego-sintonico, un progetto che, ad ogni stadio della vita, corrisponda ambiguamente per un verso a un filo rosso che segna una continuità e per l’altro a uno scarto che segna una discontinuità netta: dove la continuità è la ricerca di sé e la discontinuità è l’accoglimento del nuovo che veicola una nuova fase evolutiva.
Il counseling ha momenti diversi. La prima fase del counseling (o“consulenza al ruolo” in termini psicosocioanalitici) consiste nell’ascolto del cliente. Un ascolto che è un chinarsi, un approssimarsi consapevole e sollecito verso un disagio e una sofferenza che all’inizio stenta a rivelarsi. Il counselor entra in contatto con la sofferenza del cliente e la contiene, favorendo il suo prendere forma nel linguaggio e l’assunzione di un senso ancora incompleto ma condivisibile.1
L’analisi della domanda, in cui consiste questa prima fase, consente di comprendere la natura del disagio (conflitto con il capo, con i collaboratori, i colleghi, senso d’insoddisfazione, demotivazione ecc.) non solo nei suoi aspetti esteriori, ma soprattutto per la rilevanza emotiva che assume per il cliente. La seconda fase comporta il processo di disvelamento, che consiste nel comprendere i motivi profondi dei conflitti, dell’insoddisfazione o della demotivazione che hanno a che fare con lo stile di pensiero e relazionale del soggetto e che vanno compresi in base alla sua storia (professionale e non) e ai suoi vissuti emotivi.
La teoria psicosocioanalitica prevede che gli uomini e le donne dell’organizzazione vedano il riattivarsi, a fronte dell’incombere del compito lavorativo e della stretta contiguità con gli altri (portatori di bisogni e desideri e di istanze non sempre vissute come compatibili con le proprie) il riattivarsi di antiche angosce legate talora ad esperienze molto primitive. Angosce che inducono comportamenti difensivi individuali, di gruppo e istituzionali.
La psicosocioanalisi insegna che i comportamenti organizzativi non sono sempre orientati al perseguimento del compito lavorativo, ma che, con notevole frequenza, essi sono legati all’esigenza di porre delle barriere difensive al riaffiorare d’angosce altrimenti devastanti. Se le persone fanno talora un uso difensivo dell’organizzazione allora è necessario distinguere ciò che è proprio dell’organizzazione (e delle dinamiche organizzative) da ciò che vi è dislocato dai soggetti.
Il counselor, ponendosi in relazione empatica con il cliente, riattraversa con lui le situazioni di lavoro che generano disagio e lo aiuta a discriminare il lordo dei vissuti aggrovigliati, confusi e carichi di sofferenza, dalla tara delle storie antiche che riaffiorano generando comportamenti difensivi e inadeguati. Emerge così la consapevolezza della realtà delle sue relazioni lavorative che si rivelano al netto di ciò che inconsciamente il cliente vi proietta.
Accanto alla consapevolezza di sé il cliente, con il supporto del counselor, ha la possibilità di vedere in trasparenza nelle dinamiche organizzative e di riconoscere, soprattutto in ciò che è ripetitivo e disfunzionale, l’emergenza di configurazioni difensive che il gruppo e l’istituzione agiscono inconsapevolmente e collusivamente. Ciò lo metterà in grado, in un prosieguo di tempo, di co-progettare con gli altri modalità relazionali diverse e maggiormente orientate al compito.
L’ultima fase del consueling è eminentemente progettuale; il cliente attraverso la comprensione di ciò che fino a quel momento aveva deviato i suoi comportamenti ritrova se stesso e le sue energie, ma soprattutto i suoi desideri e le sue potenzialità. Scopre così la possibilità di un nuovo progetto professionale, che può sentire finalmente come suo e vivere una riscoperta di sé dentro un processo in divenire.
Il counseling psicosocioanalitico, quindi, è fondamentalmente finalizzato a una riformulazione del progetto professionale, attraverso la liberazione delle energie bloccate da rigurgiti del passato in vista della riattivazione delle capacità di auto-realizzazione del soggetto in ambito lavorativo.

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