Consulenza al Ruolo

Il Puer e il figlio

Il puer e il figlio: un’evoluzione del pensiero di L. Pagliarani

“Io sostengo che (…)  In noi, da sempre,

c’è il nostro puer, il demone,

che viene normalmente coltivato dagli artisti, dai poeti.

Pagliarani, 2014, p. 91)

Luigi Pagliarani definisce il puer come: “Il nostro demone, che è normalmente coltivato, (…) dagli artisti, dai poeti”. Il concetto di demone è riferibile ai molti significati che aveva nell’antichità precristiana, dove prevalentemente indicava un’entità di collegamento fra l’area del divino e quella dell’umano ossia fra il sovrasensibile e il sensibile.

Il puer agisce in una zona di confine, accogliendo emozioni e sensazioni grezze che, mediante processi di trasformazione, diventano pensieri. che fanno da ponte fra il soprasensibile e il sensibile. Il puer, nell’esperienza quotidiana si rivela attraverso lo stupore: è l’esperienza pura del bambino che spalanca gli occhi davanti ai fenomeni di un mondo incontaminato che suscita meraviglia. Quando Pagliarani parla del puer interno allude alla capacità, che può rimanere immutata negli anni, di lasciarsi attraversare da sensazioni ed emozioni senza vivere l’urgenza di un senso. Il puer è la parte di noi che ci consente di vivere l’esperienza di sostare nel mistero, senza che l’accavallarsi delle domande ne soffochi il sapore.

Il consulente attiva, nell’ascolto del cliente, il proprio puer interno e la sua capacità innata di abbandonarsi allo stupore. Ciò che si rivela ai suoi sensi disegna scenari inconsueti, che risvegliano parti di sé vive e predisposte all’unisono, ad una vibrazione comune. W. Bion parla dell’ascolto come di uno svuotarsi “dalla memoria e dal desiderio”, che implica una sospensione dalla propria soggettività, per vivere pienamente il flusso di sensazioni che invadono il campo psichico.

Accanto al Puer-demone Pagliarani cita la figura del Figlio sostenendo che l’essere figlio è ciò che accomuna gli individui della specie umana, e che ogni figlio, dalla notte dei tempi, è diverso da ogni altro e ciò fa di ogni nascita un evento unico e prezioso. L’essere figlio rimanda, oltre che all’essere generato da una coppia, a una condizione generale di esistenza che consiste nell’essere continuamente generato, e quindi costituzionalmente proteso verso nuove forme.

Dove per forma s’intende il modo in cui ciascuno di noi si rapporta con il proprio mondo interno e con l’ambiente, un modo che, in assenza di impedimenti, si modifica durante tutto l’arco della vita. Pagliarani avvicina la condizione di Figlio a quella del puer interno, talora sovrapponendo i due termini. La nuova prospettiva che si vuole proporre in questo scritto vede invece il Figlio in una relazione di complementarità con il puer, dove il puer è la finestra aperta su ciò che ci è ancora sconosciuto. Uno sguardo che sa resistere al timore, alla voglia di conoscere e di catalogare, in modo che ciò che è stato visto attraverso lo stupore diviene l’energia che stimola la produzione di pensieri nascenti che nutrono lo sviluppo del figlio.

Il Figlio, invece, è la parte di noi che vive e cresce in un mondo dotato di significato, la parte che opera concretamente sia nell’area dell’amore (il sesso, la famiglia, i figli …), sia in quella del lavoro (il compito, la carriera, i risultati). Non c’è un modo stabilito per il figlio che è in ciascuno di noi di crescere e di svilupparsi, tutt’altro, vista la diversità che ci caratterizza, ciascuno si sviluppa secondo modalità proprie.

Ciò implica che la crescita è un processo creativo, una continua invenzione. Il consulente, in quanto figlio, ha una forma, nel qui e ora che gli deriva dalle conoscenze e dalle competenze che ha accumulato nei suoi studi e nella sua vita professionale. Lui, d’altra parte, ha una forma sempre incompiuta. In ogni relazione di consulenza al ruolo, la dialettica interna fra puer e figlio produce in lui delle trasformazioni, certificando la sua vitalità.

Il puer, nel suo esporsi all’ignoto, induce nella mente un flusso di sensazioni/emozioni come sospese, ancora prive di un senso. Noi “figli” se non abbiamo la fretta di catalogarle e di ricondurle al già conosciuto, possiamo scoprire che quelle emozioni/sensazioni mai provate prima possono suggerirci modi diversi di vedere la realtà e possono perfino indurci a riconsiderare la conoscenza che riteniamo di aver acquisito su noi stessi e sul mondo.

La relazione fra il puer, che esponendosi all’ignoto trasmette un turbine di sensazioni-emozioni spiazzanti e il Figlio che è teso a dare un senso a ciò che si presenta ai suoi occhi e a ciò che nasce dentro di sé, è una relazione fondata sulla creatività. Il processo di costruzione del sé è pertanto a un processo estetico e artistico.

Scrive il filosofo Stefano Poggi, citando M. von Werefkin: “L’arte unisce ciò che è fuori di noi e dentro di noi, e si manifesta, si esprime, assumendo una ‘forma che non è in noi né fuori di noi, è un pensiero che prende forma’. ‘Essere artista’, significa essere in grado di trasformare ogni emozione, ogni impressione in qualcosa su cui s’imprime la nostra personalità, che così riceve una sua forma”. Un pensiero che prende forma rimanda all’espressione di W. Bion (1970): “il pensiero vero non ha bisogno né di una formulazione, né di un pensatore”, alludendo a un pensiero nuovo che s’impone al linguaggio e alla coscienza.

Il consulente che si accinge all’ascolto del cliente sente attivarsi il suo puer interno, perché le parole e le narrazioni confuse, che sgorgano ininterrottamente dall’altro, gli trasmettono emozioni che lo costringono allo stupore e all’attesa. Egli resiste alla tentazione di incasellare e decodificare, fino a che le sue parole sembrano comporsi in una struttura che ha senso. Quando finalmente si risolve a parlare, dice cose che mentre rivelano qualcosa che riguarda il cliente, gli danno una sensazione di scoperta, una scoperta che lo arricchisce e lo fa crescere come professionista.

Quando il consulente è in sintonia con il puer interno del cliente, osa parole che generano stupore e, talora, è come se il cliente sgranasse gli occhi come un bambino che vede il mare per la prima volta. Non capisce subito quello che gli viene detto, ma sente emozioni nuove, che pure gli appartengono, zampillare da punti dimenticati della sua mente. In lui lentamente si fa strada una sensazione di scoperta. La scoperta di un qualcosa che finalmente gli dà la consapevolezza di ciò che fino a ieri aveva agito in maniera meccanica, soffocando parti vitali di sé.

Il consulente e il cliente, perché la loro relazione risulti efficace, devono lasciare che il puer interno dispieghi il suo sguardo per vedere ciò che non è immediatamente visibile, che vada al di là delle evidenze troppo scontate. Ciò apre alla possibilità di un processo creativo che alimenti, nelle rispettive professioni, la loro unicità.


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