Storie Milanesi

2. SOLITUDINE

I due abitanti dell’ultimo piano

La solitudine emanava da uno di quei palazzoni di via Palmanova. Loro abitavano all’ultimo piano, uno di fronte all’altro. Quando s’incontravano sul pianerottolo o in portineria, si salutavano e si scambiavano frasi di circostanza. L’ascensore era fonte di imbarazzo, gestito con qualche frase stentata. Lei aveva 65 anni e un aspetto trasandato, lui era un distinto signore di 70.

Quella sera Liala notò che lui aveva il respiro pesante e il viso pallido, infatti, uscendo dall’ascensore, si appoggiò allo stipite. Era sul punto di cadere:

“Signor Faletti, non si sente bene?”

“Deve essere la pressione”.

“Sono un’infermiera, venga da me che gliela misuro e vediamo cosa si può fare”

“Ho paura di cadere”.

“Si appoggi a me”, disse prendendolo sottobraccio. Attraversata la porta di casa, lo condusse in un salotto molto sobrio: Un divano e due poltroncine con un tavolinetto al centro pieno di fotografie

“Si sieda sul divano, che le misuro la pressione. – fece tutto rapidamente – Sistolica 60 e  diastolica 40, nulla di grave”. Mentre andava in cucina fece una smorfia, una bella seccatura. Tornò con un bicchiere d’acqua:

“Beva questo, ci ho aggiunto un pizzico di sale, le farà bene”.

“Non vorrei disturbarla ulteriormente signora Casiraghi, mi sento già molto meglio”. Lei fu molto tentata di lasciarlo andare, ma poi prevalse il suo istinto professionale:

“Le faccio un brodino con la pastina e le cucino un po’ di verdura, poi si riposa  ancora un po’ e, prima di lasciarla andare,  le misuro ancora la pressione per assicurarmi che stia bene. Così siamo tutti più tranquilli. Adesso abbia un attimo di pazienza che vado a preparare”.

Angelo, rimasto solo, cominciò a guardare distrattamente le foto che aveva davanti: Liala con il marito, Liala con il figlio, loro tre insieme. Lei non era male, aveva gli occhi verdi molto espressivi, non smorti come adesso. C’era una foto che ritraeva una coppia con due bambini piccoli: un maschio e una femmina. Immaginò fosse il figlio con la famiglia.

“Sono pronta signor Faletti”. Lui sobbalzò, poi notò con soddisfazione che stava perfettamente in piedi mentre raggiungeva la cucina.

“Lei è un’ottima cuoca, questa minestrina ha un ottimo sapore”.

“Nulla di particolare, la mangi che le fa bene”.

“Scusi se sono stato indiscreto, ma ho visto che ha due bei nipotini”.

“Sì, mio figlio e mia nuora, che è americana, hanno due bambini bellissimi, peccato che siano negli stati uniti. Si sono trasferiti definitivamente dieci anni fa, poco dopo è morto mio marito”.

“Anche mia moglie è morta in quegli anni. Va spesso a trovarli?”. Lei gli mise davanti un piatto di verdura, che fu consumato nel silenzio più assoluto. Appena finito si trasferirono di nuovo in salotto:

“Deve essere stata dura per lei la morte di sua moglie”.

“Sì, per di più avevamo deciso di non avere bambini. Oltre al dispiacere della perdita, soffro un po’ di solitudine. Non sono un tipo molto socievole. Vengo dalla Sicilia, sono a Milano da 50 anni, i parenti che avevo laggiù o sono morti o li ho persi di vista”.

“Ora misuriamo di nuovo la pressione. – disse Liala avvicinandosi con l’apposito strumento  – 90/60, non male. Adesso dato che l’aria ha rinfrescato le consiglio di fare una passeggiata prima di andare a letto, domani sarà perfettamente in forma”. Angelo stette un po’ a pensarci su.

“Una passeggiata dice? Sembra un buon suggerimento. Perché non viene anche lei, così le offro un caffè, è il minimo che posso fare dopo tutto il disturbo che si è presa”.

“Sono un po’ stanca. Veramente pensavo di andare a letto”.

“A quest’ora? Conosco un baretto qui vicino, in mezz’ora siamo di nuovo a casa”.

“Non sono sicura che sia una buona idea”.

“Magari invece si… vediamo come va”

“Va bene, ma mi deve aspettare, non esco così conciata”.

“Faccia pure, non c’è fretta”. Si ripresentò dopo venti minuti. Contrariamente al solito aveva un bel vestito e i capelli in ordine.

Dopo un po’ erano seduti al caffè, per un po’ parlarono del più e del meno, poi lui tornò alla carica:

“Perché non mi parla dei suoi nipotini?”. Lei gli rispose con un’espressione contrariata:

“Se proprio vuole saperlo sono due anni che non li vedo”.

“Due anni?”

“E dire che mi erano proprio affezionati! Andavo negli Stati Uniti quindici giorni l’anno, loro m’inseguivano per casa, nonna… nonna!  li viziavo in tutto… gli preparavo dei dolci… – ora la sua voce si andava incrinando – Facevano le elementari, la mattina a colazione si scherzava insieme ed erano sempre un po’ in ritardo. La madre, che doveva accompagnarli, s’innervosiva e li chiamava da fuori con il clacson.  La sera preparavo io la cena ed era una festa,  è vero sono un’ottima cuoca, tra un piatto e l’altro si chiacchierava allegramente, si finiva per far tardi… ma la signora non lo tollerava, continuava a dire che i bambini dovevano andare a letto presto, che lei e suo marito dopo una giornata di lavoro erano stanchi e avevano bisogno d rilassarsi”.

“E suo figlio?”

“Era succube di lei, faceva tutto quello che lei voleva. L’ultima volta che mi ha accompagnato all’aeroporto mi ha detto che lui e sua moglie facevano dei lavori impegnativi e in più avevano due bambini piccoli da gestire. Se volevano sopravvivere, tutto doveva funzionare come un orologio. La mia presenza, per quanto gradita, finiva per scompigliare l’organizzazione della famiglia. Quindi avevano deciso che piuttosto sarebbero venuti loro in Italia, magari durante le ferie, anche perché ormai ero una donna di una certa età e il viaggio per me sarebbe stato sempre più impegnativo. Ho tentato di replicare… ma lui, con un tono che non era il suo, mi ha detto: mamma, hai capito? Tu non devi più venire, semmai veniamo noi.”. Lo sguardo di Liala aveva ripreso l’espressività di un tempo e, nonostante le lacrime che gli scendevano dagli occhi, sembrava di nuovo bella.

Lui che sentiva emozioni dimenticate risuonargli dentro, appoggiò una mano su quella della donna che l’afferrò:

“Non li ho più visto nessuno della famiglia da allora … ogni tanto qualche telefonata e i bambini chiedono: nonna quando vieni? Credimi Angelo è terribile!”

“Si Liala è terribile, …”. Da tempo non si sentiva così scosso.

Dopo qualche minuto lui andò alla cassa e poi si incamminarono verso casa. Effettivamente c’era un’arietta gentile e per un attimo vissero una sorta di intimità, presto spenta dall’incombere dei palazzi che nascondevano le stelle.

Quando furono sul pianerottolo lui disse:

“Magari lo facciamo di nuovo”

“Perché no?” Rispose lei. Entrambi, ancora prima di rinchiudersi nei loro appartamenti, sapevano che non sarebbe più successo.


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