Romanzo

Peppe

Peppe, un’amico/nemico del protagonista. Da piccoli arrivano alle mani. Una diversità che sembra senza scampo: uno contadino fin nelle viscere, l’altro destinato a diventare uno scrittore di successo. Nonostante la vita li allontani, loro non si perdono mai di vista. Gradualmente accettano che le loro radici, pur affondando nella stessa terra, possono dare frutti molto diversi.

Tra i fogli infilati a caso nel cassetto c’era una foto della sua classe di  quarta elementare.  Non aveva idea di come fosse finita lì. Elio guardò i bambini schierati, in piedi o seduti sulle panche, con il grembiulino blu e il fiocchetto bianco al collo. Il maestro con la cravatta, in piedi alla sinistra.

I suoi occhi scorrevano su quei piccoli volti, alcuni sorridenti, altri seri e un po’ imbarazzati. Sfilavano nella mente come la teoria dei cognomi scanditi al mattino, durante l’appello. Dal ghigno, riconobbe Peppe.

Lui, Peppe, con la scuola sentiva di non aver nulla a che fare. Preferiva andare in campagna con suo padre. Cavalcare l’asino, libero e scamiciato, incitando la bestia coi talloni, a piccoli colpi sulla pancia: “ Arrilà”. Amava  maneggiare la vanga e la zappa, sdraiarsi sotto i castagni per cavare dalla bisaccia il pane e il salame che la madre gli incartava all’alba, nella cucina ancora greve di odori per la cena consumata appena dopo il tramonto.

Lo ricordava, nonostante l’età, tarchiato e asciutto. Indossava scarponi in tutte le stagioni e aveva la camicia sempre fuori dai pantaloni lisi. Girava tra i banchi appena poteva, sfottendo i compagni nel dialetto che abbondava nei suoi compiti. Sventolava irridente i suoi quaderni costellati di segni rossi e sfoggiava con orgoglio i tre e i quattro della sua pagella.

Un giorno il maestro aveva chiamato Elio alla cattedra per leggere un riassunto, elogiandolo davanti a tutta la classe. Si era più volte impuntato durante la lettura. La cuginetta Carla aveva battuto le manine per incoraggiarlo. Uscendo dalla classe, Peppe gli si era piazzato davanti:

“Tu non sei un Giulianellese!”, lo aveva schernito.

“E di dove sono allora?”

“Che ne so io? È sicuro che non sei un paesano!”.

“Guarda! Quella è casa mia!”. Aveva risposto Elio indicando lo stabile che si intravvedeva attraverso i vetri della finestra.

“I Giulianellesi abitano a Piedisole!”

“Insieme agli asini come te?”.

Peppe gli si era scagliato contro, ma non era riuscito a districarsi tra i compagni che si erano intromessi. Andando verso casa con la cuginetta, lui aveva continuato a stringere i pugni: “Di dove sono allora eh? Tu lo sai?”.

“Non devi dargli retta!”, l’aveva rincuorato Carla.

“Di dove sono allora? … di dove sono?”, aveva ripetuto più volte frenando le lacrime.

Da un banco all’altro spesso si guardavano in cagnesco. Il maestro fiutando l’aria li teneva seduti ben distanti. Elio aveva un’aria assonnata e un po’ persa che virava a tratti in sussulti di vivacità, fatta di aggressività o di scoppi d’allegria.

Peppe ignorava le bambine, ma fremeva di rabbia quando incrociava gli occhi taglienti di Carla che gli intimava, sorridendo a labbra strette:

“Lascia stare mio cugino!”.

 Quella faccetta pulita e impertinente lo disarmava, privandolo per un attimo della sua arroganza. Anche se con il suo fare da sbruffone, si era guadagnato il rispetto della classe, che invece faceva fatica a capire Elio, con i suoi salti d’umore, con quel suo perdersi per lunghi tratti, il viso piegato sul banco e quasi assente.

Il fatto grave, ricordò, era avvenuto quando, durante l’intervallo, sgomitando per entrare in bagno, il compagno lo aveva spinto via malamente. Per reazione lui lo aveva tirato per il grembiule, che si era strappato. Peppe per un attimo aveva tenuto in mano un lembo della manica che gli pendeva dal braccio.

“Bastardo!”, gli aveva gridato. Ma, quando stava per lanciarglisi contro, era comparso il bidello che, con fare sbrigativo, prendendoli entrambi per un braccio, li aveva rispediti in classe. Durante la lezione, appena il maestro distoglieva lo sguardo, Peppe lo minacciava con la mano tesa.

All’uscita erano entrambi consapevoli che lo scontro era inevitabile. Peppe attorniato da un gruppo di compagni, l’aveva aspettato a venti metri circa dalla scuola. Era fermo e continuava a fissarlo. Carla con le lacrime agli occhi aveva tentato di dissuaderlo: ”Scappa, andiamo a casa”.

“Adesso gli faccio vedere io!”, aveva risposto Elio.

In un attimo erano sull’asfalto avvinghiati in una lotta in cui potevano sfogare la rabbia reciproca, contenuta a fatica per giorni o forse per mesi, anche se, così allacciati non riuscivano a colpirsi come avrebbero voluto. In compenso le grida di incitamento dei compagni avevano attirato l’attenzione di altre classi e di alcuni passanti.

Mariuccia, la mamma di Elio, che stava stendendo i panni sul balcone, lanciò un urlo. In qualche minuto piombò lì e prese suo figlio per un braccio, alzandolo da terra e scuotendolo via. Peppe, appena in piedi, stava per avventarsi di nuovo. Lei lo fermò con una mano:

“Ma cos’hai pure tu, figlio mio, dove la prendete tutta questa rabbia!”.

“Quello non è un paesano … – aveva sussurrato il bambino, e, chinando la testa, aveva aggiunto – Come noi …”.

La madre, tenendolo per mano, l’aveva portato a casa e gli aveva curato un ginocchio sbucciato.

“Peppe ha ragione. Io non sono come loro!”

“Ma cosa ti sei messo in testa! Vai a tavola piuttosto, che adesso arriva tuo padre”.

L’anno dopo erano in due classi diverse. Quando gli capitava di incrociarsi, Peppe lo guardava con aria di scherno. Qualche volta, dal fondo del corridoio, lo indicava celiando con i compagni, provocando l’ilarità generale.

Gli  capitava d’estate di fare amicizia con ragazzini di Roma, venuti in campagna con i genitori a passare le ferie. Una volta mentre era con uno di loro aveva incontrato Peppe che girava con un gruppo di amici:

“Ecco il bastardo!”, aveva detto rivolgendosi ai suoi.

“Con chi ce l’hai?”, reagì il romano.

“Tu cosa vuoi? Cerchi rogna?”

“Vuoi fare a botte?”, replicò l’altro mettendosi lì impalato ad aspettare, con le braccia lungo i fianchi. Peppe, dopo aver lanciato ai compagni uno sguardo ironico, gli si era messo davanti mostrando i pugni, e, dopo averlo inquadrato, si era avventato contro. Con precisione chirurgica il romano, che doveva avere qualche cognizione di pugilato, lo aveva colpito sul mento facendolo arretrare. La scena si ripeté per diverse volte, Peppe cominciò a sanguinare. A quel punto, vedendo che lo scontro era impari, Elio si era intromesso:

“Adesso basta!”.

“Lasciami stare. Lo faccio a pezzi”.

“Piantala”, aveva replicato, infastidito suo malgrado da quello scontro a senso unico.

“Va bene, va bene, sei più forte”. Disse inaspettatamente Peppe. Fece quella ammissione senza sforzo apparente “Dobbiamo allenarci, prima di affrontare questi romani”, aggiunse, guardando di sottecchi il suo compagno di scuola.

Poi  Elio era andato in collegio, e chissà se il suo rivale si era iscritto alle medie. L’aveva incontrato una volta mentre era seduto  con alcuni amici su una panchina, nella via Vignola ombreggiata di querce. Passava davanti con sulle spalle una pala e un piccone che stava portando su un camioncino parcheggiato lì vicino. Ad un tratto si era fermato dopo averlo riconosciuto:

“Guarda chi c’è … – aveva detto avvicinandosi, incurante dei suoi amici – mi hanno detto che ti hanno messo in collegio dai frati!”

“È vero sono qui per le vacanze … cosa stai facendo con quegli attrezzi”?”

“Sto con mio padre. Abbiamo sistemato delle piante davanti alla scuola. Quanto ti fermi?”.

“Fino a Settembre”.

“Cazzo … già in partenza … – aveva posato gli attrezzi e si era avvicinato – Qualche volta ci facciamo una bevuta”.

“Perché no?”.

Se ne era andato scuotendo la testa…

Quando, finite le medie, per effetto della sua caduta dalle impalcature della chiesa, Elio aveva lasciato definitivamente il collegio. I suoi compagni delle elementari lo avevano invitato a una merenda in cantina. Tra loro c’era anche lui. Tra due file di botti, su una tavola di legno stesa su dei bigonci erano poggiati i salumi, diverse varietà di formaggi e una pagnotta di pane. Il vino stillava dalla cavola  schiumando nelle caraffe di vetro.

I compagni continuavano a riempire il suo bicchiere, ammiccando fra loro. Verso sera erano tutti un po’ ubriachi, qualcuno si rincorreva fra le botti, uno si era sdraiato sul pavimento di tufo. Elio partecipava, senza scomporsi, all’allegria generale.

“Però, il bastardo, lo regge bene il vino!”, aveva detto Peppe quasi con rabbia. Come a dar sostanza, per una volta, alla sua presenza aleatoria…

L’aria era fresca, il vestito scuro con la cravatta che (Elio) aveva indossato per il funerale faceva un po’ specie fra i vestiti informali dei pochi avventori (del “Caffè moderno” di Giulianello).

“Sempre in tiro!”, lo fece sobbalzare la voce del contadino in jeans e maglietta che si sedette senza complimenti al suo tavolo.

“Peppe …”, disse Elio sorpreso.

“Perché no? Sono uno del paese.”

“Allora ci rifai!”

“Scusa, mi viene d’istinto.”

“Come stai? È un po’ che non ci vediamo.”

“Non male, mi sono sposato e ho due figli. Un bel pezzo di campagna e tanto lavoro. Romolo! – gridò rivolgendosi al padrone del bar – portaci un mezzo litro. So che il vino ti piace e, chi l’avrebbe detto, lo reggi anche.”

“Già due figli? E chi hai sposato?”

“Giuseppina, ti ricordi? Era qualche classe dietro di noi.”

“Fammi pensare, una ragazzina timida.”

“Non dubitare che poi si svegliano. Comunque è in gamba, mi da una grossa mano, se non ci fosse lei… e tu?”

“Nessuna moglie per ora.”

“Già tu scrivi romanzi.”.

Aveva lo sguardo ironico, le braccia muscolose, le mani larghe e callose, la fronte un po’ stempiata. Ad un tratto divenne serio.

“Ho letto il tuo libro Cronache del mio paese. Ho fatto fatica, perché non sono abituato, ma l’ho letto. Allora non dormivi sempre come sembrava. Le cose le vedevi. Mi ci sono ritrovato. Beh, forse, a modo tuo, eri uno dei nostri.”

“Davvero? Sei sicuro?”, replicò lo scrittore.

Romolo arrivò con il vino, Peppe lo versò nei bicchieri.

“So che ne hai appena scritto un altro. Tre anni sul lago di Vico in completo isolamento. Sei sempre stato pazzo. L’Amore di là dal lago. Dai brindiamo al nuovo romanzo!”

“Non sono in vena di brindare, oggi sono andato al funerale di mia madre”

All’improvviso Elio sembrò perso, tutto gli sembrava irreale.

“Mariuccia? – disse Peppe diventando rosso – non ne sapevo niente.”

Poi, quasi per scusarsi.

“Mi dispiace veramente! Mi piaceva tua madre! Una volta, ridendo, mi ha detto ‘Smettila di litigare con mio figlio, siete due discoli!’”.

Cominciarono a sorseggiare il vino. Stettero in silenzio per qualche minuto. Il sole cominciava a tramontare, faceva quasi freddo. Sul tavolo rimbalzavano i ricordi. A che serviva parlarne? Ormai erano come quadretti impilati nella penombra in una soffitta qualsiasi.

“Va bene, va bene. Sono contento che ti sei fatto una bella famiglia, un maschio e una femmina?”

“Due maschi. Dovranno studiare. loro sì.”

“A meno che non siano testoni come il padre!”

Dopo un po’, finito di bere, si alzarono.

“Torno a Viterbo, salutami i paesani”, disse Elio.

“Già, sempre lì a grattare la terra per tiraci fuori pane e companatico. Tu sei diverso.”

Lo scrittore allargò le braccia. Peppe sorrise e gli andò vicino:

“Tu sei come un rondone e, magari, prima o poi cominci a volare.” Lo salutò con un pugno leggero sulla spalla.


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