Romanzo

Viaggio sulla Roma Nord

In questo brano : squarci di paesaggio, ritratti di contadini, suggestioni di una città di provincia. Soprattutto le ambivalenze del protagonista rispetto al suo amore per la sua terra e all’amore evocato da una donna, Diana, durante un viaggio sulla Roma Nord. Quasi a simbolizzare il viaggio di una vita che stenta a prendere forma.

…Lui e Diana avevano preso la Roma Nord, una linea ferroviaria i cui treni si fermavano a tutte le stazioni, e non solo. Capitava che facessero qualche sosta extra: si vedevano salire contadini carichi di fascine, di canestri pieni di frutta e verdure. Erano vestiti con scarponi chiodati e pantaloni scuri di fustagno mal trattenuti da cinture di cuoio annerite dall’uso, in cui si infilavano i bordi delle camicie sbrindellate di flanella. Dietro, le mogli dai vestiti lunghi e spessi, la testa coperta dall’immancabile fazzoletto annodato sotto il collo. Emanavano l’odore della terra che rimaneva incollata alle scarpe e si stratificava ovunque, chiazzando i vestiti di un colore rosso cupo.

Dal finestrino si potevano osservare i vigneti, i noccioleti, gli assembramenti di castagni, i paesini con le case di tufo dai colori smielati, le costruzioni impilate l’una sull’altra, asserragliate intorno ai campanili occhieggianti dalle bifore.

“Questo treno si ferma ogni cento metri”, osservò Diana.

“Rilassati stiamo per arrivare… e poi io qui mi sento a casa.”

“Davvero? Non ti ci vedo a coltivare la terra.”

“Mah, non so, ho messo su qualche strato di non so cosa, ma la pasta è quella. A pensarci bene hai ragione, mi sono sempre sentito un po’ estraneo. Un mio compagno delle elementari, Peppe, mi diceva sempre: ‘Tu non sei un paesano!’ Sapessi come mi faceva incazzare. Io gli rispondevo: ‘Senti stronzo, io sono nato e cresciuto qui.’ ‘E questo che vuol dire?’, replicava lui.”

Tacque per guardare più attentamente dal finestrino, poi riprese:

“Una volta, tanti anni fa, mio nonno aveva appena seminato un cespuglio di rose. Quando si è allontanato ho avuto un raptus, la terra soffice, appena smossa, mi attirava come una calamita, ho cominciato a rimenarla, la strofinavo fra le mani, la lanciavo in aria. Quando sono tornato a casa ero tutto impataccato. Mio nonno invece era furioso: ‘Brutto delinquente!’ E giù sberle. Capisci cosa voglio dire? Il legame fisico, carnale, con la terra io me lo sento, esattamente come questi contadini che sono la mia famiglia e mi fa impazzire che non mi riconoscano! Come sarebbe bello stasera dividere con loro un bel piatto di salsicce con le patate, parlare del tempo, dei graspi d’uva che brillano al sole tra le foglie grandi come mani, dei ricci che cadono dai castagni e si spargono sull’erba.”

“Elio, la nostalgia che provi per un passato ancora vivo e l’amore così misconosciuto per la tua terra, ti rendono bellissimo!”

“Già, c’è una sorta di perversione nel continuare a sognare ad occhi aperti un mondo appena intravisto che non smette di ignorarmi …”

“Sì, un sogno, carico di nostalgia, che riaffiora continuamente tuo malgrado”

“Come qualcosa di strano e di incompiuto… ”

“Che non riesci neanche a mettere a fuoco. Qualcosa che evoca un mondo e poi svanisce. Io lo sento tutto questo nelle tue parole e nel tuo sguardo. Ti vedo bellissimo e mi viene voglia di abbracciarti – disse Diana prendendogli la mano – Il mio e il tuo desiderio di fermare il tempo.”

Una volta a Viterbo, dalla stazione si attraversava la via Cassia e si arrivava davanti a Porta Romana, da secoli il varco principale che consentiva di attraversare le mura che circondavano la città per andare verso il centro. Sulla destra c’era la Chiesa di San Sisto con il suo alto campanile. Di fronte, la strada in lieve discesa  mostrava sullo sfondo Piazza Del Comune.

I due attraversavano strade e piazze portandosi dietro i bagagli, Elio con una borsa da viaggio in similpelle color cuoio, lei con una elegante valigetta marrone con cerniera.

Si trovarono presto in Piazza delle Erbe, con al centro la rocciosa Fontana  di Santo Stefano, dominata da due leoni di pietra. Si avviarono verso Corso Italia stretto fra  edifici vetusti, feriti e ingrigiti dal tempo.

In basso, quasi estranei, i negozi con le vetrine iniziavano a brillare. Era ormai l’ora delle vasche serali. Dalle vie laterali affluivano persone, soprattutto giovani, a formare file che si incrociavano in maniera confusa lungo tutto il percorso che da Piazza delle Erbe sfociava ai bordi di Piazza del Teatro Nuovo.

I ragazzi Sventolavano con indifferenza pantaloni a zampe d’elefante o indossavano, sotto le magliette colorate, jeans e scarpe da ginnastica rigorosamente bianche, Le ragazze alternavano gonne colorate e vaporose a minigonne che ormai, negli anni 70, non facevano più scandalo. Le zeppe, l’ultima novità della moda, davano al loro incedere una rischiosa precarietà. Il passato che trasudava dai monumenti e dalle case,  tuttavia, sembrava entragli nelle ossa e nel sangue, infettandoli e imprigionandoli per sempre dentro le solide mura della città antica.

“Ma dove mi stai portando?”, esclamò Diana tirando il fiato.

“Facciamo il Corso e poi arriviamo all’ Hotel.”

“Mi sembra di essere sprofondata in un altro secolo. Comunque io sono stanca, perché non entriamo in quel bar? Mi sembra bello e tipico”.

“Vuoi andare da Schenardi? No. Lì mai!”

“Perché? A me piace.”

“Lascia perdere”, replicò Elio con un tono secco mentre faceva l’atto di avviarsi strattonando la borsa .

“Dimmi almeno perché?”,  disse lei bloccandosi.

Elio fece qualche passo indietro:

“Diana… Ti prego”, disse.

”Che ti è preso? Sono solo stanca.”

“Sì, hai ragione, ma ora non posso spiegarti. Non lo capisci che per me questi posti sono pieni di trappole? Proprio lì devi riposarti? Siamo a due passi dall’Hotel.”

“Trappole? Ma che dici? – poi, vedendo che era in effetti stravolto, aggiunse – Va bene andiamo, certe volte sembri matto.”….


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