Riflessioni Psicosocioanalitiche

Fragilità e bellezza

Fragilità e bellezza. Nel film Heimat di Edgar Reitz in undici episodi narra la storia di una famiglia tedesca, la famiglia Simon. La storia si svolge a Shabbach, simbolo della terra/patria: ben raramente – secondo Morandini – il desiderio e la negazione di una “patria” sono state rappresentate in maniera altrettanto problematica e struggente. Heinz, figlio di Paul, sorvola il paese con il suo caccia da combattimento, mentre il fratello Anton si sposa per procura con Martha.                                  

L’aereo sfreccia radente le case con evoluzioni da brivido, la folla degli invitati al matrimonio segue le sue evoluzioni chiassosa e preoccupata. Il volto di Heinz è assorto e consapevole della precarietà del volo:

“(come) una dimensione estrema della probabilità, stretta quanto il piccolo margine di inclinazione laterale o verticale in cui un aeroplano è ancora un aeroplano in volo”. (Daniele del Giudice, 1997)[1]

Nel film “Bird” Clint Heastwood narra la biografia Charlie Parker. Bird è il soprannome di Charlie, un soprannome che evoca la dolcezza del canto e ripropone la metafora del volo. In una scena del film Charlie è steso su un letto con la sua amante Audry e, ascoltando le note di “Firebird” di Stravinsky, dice: “Se noi potessimo ascoltare tutte le note del mondo diventeremo pazzi e questo deve essere pazzo”.                 

La precarietà del volo qui sembra accoppiarsi sia con la minaccia dell’orrore (perdersi nella follia o nell’assenza di sé) sia con l’eleganza del librarsi e la bellezza del canto. Incrocio/ ibridazione fra dionisiaco e apollineo. Stravinsky nella sua autobiografia rifiuta questo punto di vista:

“Se vogliamo, giungo così all’eterna contrapposizione, nell’arte, del principio Apollineo con il principio Dionisiaco. Quest’ultimo presuppone, come scopo finale, l’estasi, quindi lo smarrimento di noi stessi, proprio quando l’arte esige innanzi tutto la coscienza dell’artista. La mia scelta fra questi due principi non potrebbe quindi essere messa in dubbio. E se io stimo a tal punto il valore del balletto classico, non lo faccio semplicemente perché lo amo, ma in quanto vi riconosco la perfetta espressione del principio Apollineo”. (Stravinski, 1935)[2]

Quando Parker e la sua amante visitano la casa di Stravinsky, il musicista appare sulla soglia elegante e algido e, nel buio, non vede Charlie che afferra, carico di desiderio, le sbarre del cancello, ad un tratto le sbarre di una prigione. Subitaneamente si odono le note scandite dal suo sassofono. Il Dionisiaco rinnegato da Stravinsky emerge prepotente nelle note jazz di Charlie, la cui musica vive la dannazione dell’improvvisazione.                         

“L’improvvisazione non va considerata come spettacolo quasi “eroico” L’improvvisazione è invece legata alla paura, timore dell’ignoto, terrore del non previsto, imbarazzo del fallimento, rischio del ridicolo, in una parola: paura del nulla e della nullità – che nulla avrà luogo. È precisamente il timore di questo spazio che si apre fra musicisti e auditorio, questo horror vacui …. A differenza della rappresentazione dominante, è proprio la possibilità del fallimento che appare come elemento costitutivo dell’improvvisazione. È l’onnipresente rischio che le presenta il suo carattere specifico …”  (Sparti, 2010)[3]

Lo spazio che si apre fra musicista e auditorio diviene la possibilità del misconoscimento/annullamento, fin troppo simile al vuoto che si pone tra lo sguardo smarrito e l’inafferrabilità del reale, in cui l’enigma dell’essere sfida la fragilità dell’umana capacità di pensare.

Jim Morrison ne film “The Doors” di Oliver Stone, dice:

 “Io mi sento più vivo nel confronto con la morte, quando provo il dolore!”

“Per me -risponde la sua  donna- invece uno è  più vivo quando  riconosce la bellezza, vede la verità: ti eccita la morte, ami la morte?”

È la donna a porre così l’imperativo della bellezza, come unico modo possibile. Anche se poi ammette:

 “Le poesie hanno i Lupi dentro”.                                                

L’ascolto mi porta ad immaginare momenti di abbandono del poeta, in cui nell’oscillazione tra vita e morte il fascino di quest’ultima sembra prevalere, nell’illusione di un’impossibile quiete o di un’eccitazione estenuante, illusione nutrita da ciò che allontana dalla vita (la droga, l’alcool…). Tutto ciò per sfuggire a emozioni dolorose e inconoscibili, quando la vita sfiora territori dove il pensiero irrimediabilmente collassa.

“Ciascuno di noi evita il contatto con la propria realtà emotiva ultima e inconoscibile; gli stati protoemotivi in parte li evacuiamo, in parte, se ne siamo capaci, li trasformiamo in narrazioni, disegni, creatività, opere d’arte, film.” [4] (Ferro, 2007)

C’è un percorso che conduce alla bellezza, che inizia da uno sguardo che non si distoglie, uno sguardo che “sospende la memoria e il desiderio” per soffermarsi là dove nessun significato è già dato, uno sguardo verso l’infinito ignoto che W. Bion chiama O (original). Questo sguardo disvela la precarietà della mente, disegnando come il vento sulle rocce arabeschi che assumono la forma della sua fragilità. Fragilità che diventa segno distintivo del limite, ma anche della trascendenza, perché la sua forma è l’esito dell’incontro con ciò che è inconoscibile e originario.

“O è Sodoma e Gomorra o, in alternativa, armonia e serenità, a seconda del vertice assunto nella nostra disposizione ontologica. C’è un pendolo che oscilla inevitabilmente tra bellezza e orrore. O è il fulcro di questo pendolo.” (Grotsein, 2009)[5]

Se la fragilità ricorda la possibilità e il fascino dell’abisso, la trascendenza evoca possibili e sconosciute armonie e dal loro declinarsi scaturisce la bellezza impietosa dell’autenticità, una bellezza che può morderci dentro mentre ci incanta, ma che spande intorno germogli e riempie di cespugli rigogliosi i boschi e le colline dove le donne e gli uomini vivono.

“Come i Greci sapevano bene, è la potenziale fragilità (che si può sintetizzare nella consapevolezza che tutti dobbiamo morire) a dare risonanza e significato a quella minuscola parte dell’universo che è la nostra vita. La necessità di piegarsi a una realtà dura e inesplicabile che sfugge al nostro controllo rappresenta una verità  tragica: senza di essa, ci restano solo le svenevolezze, il melodramma e un sentimentalismo da bigliettino d’auguri. Il fatto che una parte così consistente della cultura contemporanea sia caratterizzata proprio da questo tipo di sentimentalismo e da un’apparente preferenza per le false “chiusure” rispetto a un confronto ricco di significato con l’inalterabile realtà del dolore è il segno di una crisi culturale.” [6] (Mendelsohn, 2009)

Il “reale”, che incalza e accerchia, attiva emozioni profonde e inaccessibili, che possono trovare esito in un sogno incessante, in una narrazione che, senza soluzione di continuità, accompagna gli uomini e le donne lungo il cammino aspro verso una mai  compiuta autenticità. Il sogno consente di coniugare l’elemento originario “indifferente” con la ricerca incessante dell’elemento originale personale, che consente a ciascuno di sentirsi unico e fragile nel suo divenire.                                                                                 

La musica e l’arte in genere abitano la dimensione del sogno. L’arte (e la bellezza) è l’unica realtà possibile. Bellezza non intesa come puro soddisfacimento estetico, ma come espressione di un’identità fragile, continuamente e ricorsivamente impegnata a tessere la tela del suo stesso esistere. Espressione di una tensione ideale, di una verità sempre provvisoria e della possibilità dell’abisso e dell’orrore.                       

Mentre le storie si susseguono, Heinz continua a sorvolare Shabach e il suo aereo si confonde con il grigio del cielo; egli interpreta attraverso la sua espressione intensa e lontana la dimensione di un sogno, di una narrazione, che si snoda disegnando nel cielo traiettorie impossibili. Alla sua imperturbabilità fa riscontro una folla agitata, eccitata e scomposta, che sbanda e si accalca rumoreggiando.                                                          

Jim Morrison è ora sull’orlo dell’abisso: cammina sul cornicione di un palazzo mentre beve alcool da una bottiglia. Alla sua compagna terrorizzata, che lo abbraccia e gli chiede di abbandonare quella posizione pericolosa, dice guardando sul vuoto:

“Possiamo sai, basta solo un passo”. Da quella posizione scomoda sgorga la poesia: “Spero che tu vada sorridendo come un bambino nei freschi frammenti di un sogno. L’uomo angelo ha finalmente preteso quest’anima benevola,  Ofelia, foglie inzuppate di seta, sogno al cloro  pazzo imbavagliato testimone” (Ode a L.A. Brian Jones, deceduto)

Le poesie e le canzoni di Jim Morrison (qualcuno dice di lui: un poeta prestato alla musica) sono ora sparse per il web, commentate e vissute da migliaia di fans. Il poeta nella sua germinabilità è testimone della possibilità del desiderio, che diventa desiderio di esistere al di là di quanto convenuto, testimone della possibilità di coniugare l’orrore e l’abisso con il desiderio. Desiderio che si estrinseca nello snodarsi incessante di un dialogo fondato sull’amore.                                                              

Risuonano le note del sassofono di Charlie, tra gli applausi del pubblico. Dopo c’è un dialogo intenso fra lui e Bud Pawel, un pianista geniale che ha vissuto tra alcool e droga la sua vicenda americana, fino alla follia (Negli Stati Uniti è stato curato con l’elettro-shock). I jazzisti americani, ricevuti all’estero come geni, negli Stati Uniti, come testimoniato anche da Miles Davis nella sua autobiografia, vivono ancora l’orrore della segregazione e del misconoscimento.

A fronte dell’invito di Bud di rimanere a Parigi, Charlie Parker risponde: “Non sono uno che scappa dal suo paese. Sì, il mio paese, che vi piaccia o no è il mio, ci sarà un locale Birdland in ogni città un giorno, ci sarà un Birdland a Chicago, ci sarà un Birdland a Detroit!” Nelle parole di Charly il desiderio sovrasta l’orrore e si declina nell’amore della musica. Musica che nasce proprio lì, nella terra/patria dove il misconoscimento si coniuga con il desiderio, attraverso l’amore per la musica e la maledizione dell’improvvisazione.

La risposta che lo stesso Sparti si dà non può che sorprenderci:

“Perché mai il jazz dovrebbe essere una compensazione reattiva alla ferita ontologica del mancato riconoscimento invece di un’assunzione di quel mancato riconoscimento? L’improvvisazione è, appunto,  la ripetizione simbolica di un atto fondatore di una comunità che non rimanda ad un’origine ma è segnata dalla perdita comune, di cui si fa esperienza e che ritorna in forma esteticamente sublimata.”[7]

Charlie Parker, come tutti i grandi Jazzisti che hanno lasciato un segno nelle forme musicali del Novecento, ha integrato nel gesto stesso del suo porsi come artista, nei processi che hanno caratterizzato la produzione della sua musica, il dolore di un popolo e la legittimazione del suo riscatto, in un sogno vibrante di continue improvvisazioni.                                    

Heinz, intanto, compie l’ultima evoluzione e poi lancia un mazzo di fiori sulla folla. I fiori sono rose rosse che esplodono in tutta l’intensità del loro colore, squarciando il grigiore dell’aria e il bianco della neve. La folla si riunisce intorno alle rose che giacciono sulla neve, fervente e sorpresa, come davanti al dono di un poeta. 


[1] Daniele del Giudice – Staccando l’ombra da terra – Einaudi, Milano. 1997

[2] Stravinski I, Stravinski, autobiografia, 1935

3 Sparti D., L’identità differita. Paradossi dell’identità nell’improvvisazione musicale, Bologna, Il Mulino 2010

[4] Ferro A. – Evitare le emozioni, vivere le emozioni – Cortina, Milano 2007

[5] Grotstein J.S. – Un raggio di intensa oscurità – Raffaello Cortina, Milano 2010

[6] Mendelsohn D. – Bellezza e fragilità – Neri Pozza, Milano 2009

[7] Sparti D. –  Ibidem


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