Consulenza al Ruolo

Risonanze emozionali

Sguardo binoculare, intersoggettività e risonanze emozionali

Il contatto tra consulente e cliente, come in qualsiasi incontro, genera istantaneamente un campo emotivo inconscio, che influenza fin da subito il clima della relazione. Sebbene il consulente debba mantenere la sua attenzione su ciò che viene espresso consapevolmente attraverso il linguaggio, non può ignorare il fondamento emotivo su cui si basa la relazione. È essenziale quindi per lui evitare una divaricazione fra clima emotivo (che interessa entrambi gli interlocutori) e i contenuti espliciti. Bion chiama “sophisticated group” il gruppo a struttura razionale perché lo considera come una forma di relazione che si instaura emancipandosi dallo stato di natura. D’altra parte, un eccessivo allontanamento dalla natura (dall’immediatezza della percezione) porterebbe a una modalità stereotipata della relazione, scissa dall’elemento vitale in grado di innescare le trasformazioni.

Il consigliere deve mantenere uno sguardo binoculare, perché è nella dialettica che si sviluppa tra i due livelli della relazione che avvengono i processi di apprendimento. L. Pagliarani scrive a proposito dello stato protomentale:

“Lo stato proto-mentale: «Se per un verso può essere definito come uno stato originario, uno stato di indifferenziazione, di brodo esistenziale, da un’altra prospettiva può essere considerato una fucina di possibilità, un contenitore di forme potenziali che chiedono di essere espresse, un miscuglio tra ciò che poteva essere espresso e ciò che potrà trovare forma in futuro». (L. Pagliarani)

Nella pratica della consulenza al ruolo può accadere che il consulente dia una lettura interpretativa dei “fatti” e delle vicende portati dal cliente e che questa lettura, pur corretta in sé, generi una disorganizzazione del campo. Il cliente sembra allontanarsi: non mette in discussione i contenuti espressi ma si comporta come se li ritenesse inopportuni e inadeguati.

Proviamo a pensare a un cliente che lamenti una conflittualità, per lui divenuta insostenibile, con il proprio capo. Il consulente, analizzando quella specifica relazione capo-collaboratore, può osservare, pur non trascurando alcuni dati di realtà (per es. il brutto carattere del capo), che le ragioni profonde del conflitto risiedono nella percezione del cliente di un misconoscimento, una percezione che, per ragioni inerenti al suo funzionamento interno, tende a proiettare indistintamente su tutti gli aspetti della sua vita lavorativa. Non è tanto l’atteggiamento del capo, sostiene il consulente, ma l’ipersensibilità del cliente rispetto a un suo diffuso senso di mancato riconoscimento a generare il conflitto.

Perché il cliente invece di reagire positivamente ad una lettura che può aiutarlo a dar senso ad un suo atteggiamento abituale reagisce, in alcuni casi, in modo negativo?

Rispetto alle ipotesi teoriche che stiamo considerando può accadere che la narrazione del cliente si sia sviluppata in un campo connotato da vissuti di misconoscimento reciproco: il cliente sente come sottovalutate le proprie competenze e le proprie capacità di crescita, il consulente sente poco apprezzate le sue restituzioni. Questo vissuto condiviso invece di alimentare un processo di sintonizzazione, se non viene integrato nello scambio, può produrre un allontanamento e una disorganizzazione della relazione. Il non tener conto del clima emotivo di coppia nella relazione può fare in modo che le cose giuste siano dette nel modo e nel momento sbagliato.

Nella misura invece in cui il consigliere utilizza uno sguardo binoculare e usa la frustrazione che caratterizza il campo per sintonizzarsi con il cliente, è in grado di:

  • Individuare il momento giusto per fornire la sua restituzione;
  • Trovare le parole giuste che, scaturite da una risonanza emozionale comune, rendono più intimo lo scambio e, invece di provocare un allontanamento, arricchiscono la reciproca costruzione di senso. (Quanta diversità può germogliare dal verde di uno stesso prato? Quanta bellezza?)
  • Un consulente consapevole del “campo” potrebbe dire, per esempio (avendo la percezione che le sue parole stanno portando alla luce una vibrazione interna che lo connette al cliente): “So benissimo quale sofferenza può provocare un mancato riconoscimento”. Queste parole risuonerebbero come una co-costruzione del senso finalizzata a creare il clima giusto per una evoluzione, per un andare oltre un sentimento radicato nella storia dei due interlocutori e nell’episodio portato dal cliente.

Questo modo di procedere, scrive Civitarese:

“È un modo efficace per validare l’altro, o meglio per porre le basi per l’esperienza conscia e inconscia del riconoscimento reciproco (o riconciliazione) in cui consiste l’at-one-ment. Riscopro l’altro in me, e me stesso nell’altro. Riannodo soggettività e intersoggettività. L’una cresce se cresce l’altra e viceversa. Tra di esse non c’è opposizione, se non dialettica. Ascoltare in termini di campo, di wellness, implica la rinuncia a una posizione di potere, dominio, arroganza. La mediazione del potere non porta mai al riconoscimento e all’intersoggettività positivamente reciproca (Mancini, 2019). Questo lo può fare solo una relazione che raggiunga il livello paritario al quale, ai fini del mutuo riconoscimento, si instaura la logica di cui Freud (1929) accenna in una nota de Il disagio della civiltà, dell’esperienza d’amore (Liebeserfahrung).”


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