Gente del mio paese

3. Il mio amico Achille.

Il mio amico Achille aveva la casa nel tratto di terreno scosceso che da via Addis Abeba guardava su via San Rocco. Era circondata da un orto di verdure di stagione: asparagi, basilico, cavoli… Il bordo che dava sulla strada era abbellito da vasi di gerani, peonie e dalie, disseminati lungo una siepe di gelsomino. Un cespuglio di rose davanti alla casa guardava su una scala che conduceva in un locale stipato di botti, la cui entrata principale dava su via San Rocco, dove si snodava una lunga teoria di cantine scavate nel tufo.

In basso l’orto era delimitato da un muricciolo, dove Achille trascorreva le ore a guardare le macchine che passavano e qualsiasi cosa accadesse in quel tratto di via. Non ho mai capito cosa guardasse in realtà. Più probabile che lasciasse vagare liberamente la sua mente in chissà quali strampalate regioni, sfuggendo così a un mondo per lui indecifrabile. Salvo poi riversare brandelli di quei luoghi sconosciuti nella quotidianità,  dove le persone strabuzzavano gli occhi e spesso scoppiavano a ridere.

Quel giorno però, mentre sbirciavo dal cancello, si stava accanendo su un tratto di terreno con una zappa. Allora aveva dodici anni e, data la stagione estiva, era tutto coperto di sudore. Era  piuttosto alto per la sua età, indossava calzoncini corti, scarponi, e un maglione di lana a strisce. Il viso rotondo era avvolto da un groviglio di capelli neri. Faceva molto caldo e il canto delle cicale squassava il silenzio tagliente dei raggi del sole.

Sbucò suo padre dalla porta di casa:

“Cosa fai?”.

“Pianto un pero”.

“Quale pero?”.

“Sò fatti miei”.

“Finiscila, e non dire fregnacce! Ricopri tutto e vieni a mangiare”,  disse cercando di strappargli la zappa.

“Mollala!”, urlò Achille trattenendola per il manico.

“Te la spezzo sulla schiena!”

“Che succede?” Giovanna, la madre, si affacciò dalla finestra, poi scese giù e si avvicinò.

“Questo deficiente dice che  vuole piantà un pero e mi sta rovinando tutto l’orto!”

“Per favore Francé non usà quella parola, me fa troppo male! – S’accorò Giovanna e  poi rivolgendosi al figlio – Vieni ti ho fatto gli spaghetti con il ragù che ti piacciono tanto”.

Achille gettò via la zappa e guardò i genitori con uno sguardo furioso, le mani gli tremavano. Francesco, dopo aver guardato la moglie con rabbia, andò a raccogliere l’attrezzo e si avviò scuotendo la testa a riportarla in un capanno lì vicino.

“Io finisco di cucinare”.

La donna, di mezz’età, aveva i fianchi larghi e le gambe muscolose. Portava una gonna grigia che gli arrivava quasi ai polpacci e una camicetta nera di cotone, a maniche corte. Dal colletto spuntava una crocchia di capelli grigi. Camminò verso casa sbirciando all’indietro.

Achille mi si avvicinò, senza aprire il cancello:

“Vieni con me da zio Biagio?”

“Devo andare a pranzo…”

“Va bene ti aspetto”.

“Ma che ce vai a fà da Achille, lo sai che è matto”, disse mio padre durante il pranzo.

“Con tanti bravi ragazzi che ci sono in giro”, incalzò mia madre.

Non risposi. La testa immersa in un piatto di cifolotti.

“Allora?”

“Allora… Se non si può neanche mangiare in pace…”.

Alle tre ero lì, il cancello era aperto ed entrai. Lui era seduto sulle scale di casa.

“Hai mangiato?”

“Macché”, disse. Lo guardai con aria interrogativa.

“Lo sai che quando ciò ‘na cosa in testa!”

“Non è facile capire quello che c’hai in testa”.

“Ciò l’pero, che ce devo avé?”.

“Allora andiamo”.

Arrivammo su una stradina stretta, coperta da larghi blocchi di granito. Il sole cocente sembrava scavare il tufo sbrecciato delle case. Giungemmo davanti a un portone di legno di un marrone slavato, che sembrava, nonostante fossimo in luglio, conservare le strisce d’acqua dei temporali invernali. Si accedeva salendo tre scalini di pietra. Achille bussò alla porta.

Lo zio si affacciò poco dopo:

“Ciao Achille, che ci fai qui?”

“Voglio un pero zio Biagio”.

“Una pera vuoi dire”.

“Non hai capito, voglio un pero”.

“Addirittura un albero intero? Entra va ,così mi spieghi. E tu chi sei ?”

“Sono Adriano, un suo amico”, risposi.

“Va bene entra anche tu”.

C’era un’ampia sala con le poltrone che circondavano un tavolinetto. Contro le pareti delle credenze di legno, chiuse in basso, in alto il vetro smerigliato faceva intravvedere bottiglie e bicchieri. lo zio Biagio ci condusse verso una porta finestra. Dalle vetrate si vedeva uno scorcio dell’ampio terreno coltivato. Lo zio curava una grande varietà  di verdure e alberi da frutta che commerciava in un negozio situato nel centro del paese. Era calvo e di bassa statura, con un filo di pancia contenuta da una camicia di flanella a scacchi dai colori smorti.

“Il pero dicevi? Guarda giù in fondo ce ne sono tre. I frutti sono maturi – poi, porgendoci un paio di canestri – prendetene quante ne volete”.

“No! Io voglio un albero, lo voglio piantare nell’orto!”

“Ho capito… Senti adesso devo andare in paese perché ho una cosa urgente da fare, voi intanto state qui e prendete un po’ di frutta, io magari penso a cosa possiamo fare”.

Achille rimase lì a fissarlo.

“Nun te preoccupà, me sbrigo…”

Quando lo zio se n’era andato, vidi lì vicino un piccolo albero di visciole. Le ciliegie a grappoli erano di un rosso lucente che illuminava il fitto fogliame sottostante colorato di un verde tenue. Ne andavo matto. Mia madre le metteva nei barattoli di vetro tra strati di zucchero che faceva sciogliere al sole. Ne veniva fuori uno sciroppo che metteva sulla panna cotta che mangiavamo a colazione ed era ottimo per insaporire diversi tipi di dolci.

Mi avvicinai all’albero. Achille invece sbatté per terra il canestro e si accoccolò sul terreno.

“Dammi una mano con le visciole mentre aspettiamo”, dissi. Si avvicinò e cominciò a passare le mani lungo i rami trascinando via  le foglie insieme ai frutti.

“Così rovini tutto”. Mi guardò con rabbia:

“Allora non sai come sò fatto!”

Però mi diede retta. Si limitò a scagliare i frutti con violenza contro in canestro. Lo zio Biagio arrivò dopo un bel po’ di tempo, il canestro era quasi pieno.

“Allora – disse rivolto verso Achille – va bene per il pero, ma l’impianto deve essere fatto in autunno. Sto preparando due astoni da semina, uno lo darò a te e ti farò vedere anche come si fa”.

“Stai a preparà i bastoni?”

“No, gli a-sto-ni. Pianticelle di uno o due anni che faccio crescere nel vivaio”.

Ebbi l’intuizione che avesse parlato con il padre.

“Madonna! N’ce capisco niente! Io voglio fa tutto subito, ce siamo capiti zio?”, urlò Achille, che si avvicinò all’albero di pero dando delle manate sui rami, prendendoli poi a testate. Una pera matura rimbalzò sul prato. In quel momento spuntò il padre che lo prese per un braccio scagliandolo per terra:

“Adesso la pianti, brutto imbecille! E vieni dritto a casa con me”.

Cadendo in avanti Achille andò a sbattere con la tempia su un bastone che sosteneva una pianta di fave e cominciò a sanguinare. Cercò di tamponare il sangue con il palmo della mano e lanciò al padre uno sguardo pieno di odio.

“Zita porta garza e cerotti, de corsa, però!” – urlò lo zio chiamando sua moglie – Proprio vicino all’occhio! Se lo tratti così però non migliori certo la situazione”, disse al  fratello.

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Il giorno dopo ero ancora davanti al cancello, non vidi Achille, ma c’era Isa, sua sorella ,che stava raccogliendo delle verdure.

“Posso entrare?”

“Certo, ti apro il cancello, cos’hai nel cestino?”

“Visciole. Ieri ne abbiamo raccolto un canestro insieme a tuo fratello e ve ne ho portate un po’”.

“Buone le visciole! Dai, vieni a sederti”. Ci sedemmo sul muricciolo, guardando verso l’orto.

“Dov’è Achille?”

“Ieri sera appena tornato si è chiuso in camera. Stamattina non ha voluto la colazione e neanche che la mamma gli curasse la ferita. Sono un po’ preoccupata. Neanche io riesco a convincerlo ad uscire.  Se lo chiami ti risponde male. Ieri sera mi ha detto che il maglione che gli ho regalato per Natale si è macchiato di sangue, ma che lui lo porta così”

“Il maglione è un tuo regalo? “

“Sì perché?”.

“Ero stupito che lo portasse anche in piena estate… Meno male che oggi è domenica e non c’è scuola”, aggiunsi.

“Questo è il meno, quando i miei tornano dalla messa c’è il rischio che scoppi un finimondo. Mio padre ha già detto che gli butta giù la porta”. Feci un smorfia.

“Lo so, lo so che così non si risolve nulla…”.

“Non possiamo provare a convincerlo adesso che non c’è nessuno?”

Isa rimase per un attimo pensosa, aveva morbidi occhi castani, come i capelli che le scendevano sulle spalle. I tratti del viso erano armoniosi e delicati. Conoscendo il resto della famiglia, mi chiedevo da dove fosse venuta fuori. Ne ero un po’ innamorato. Se non fosse stato per il fatto che aveva sei anni più di me le avrei fatto la corte. Avevo dieci anni e stavo finendo le elementari.

“Va bene andiamo”. Disse prendendomi la mano.

“Ehi, voi due che volete fare?” Urlò sua madre entrando dal cancello.

“Volevamo tentare di convincere Achille ad uscire…” Rispose la figlia.

“A quello ci pensa tuo padre! E tu signorino sei ancora qui? Non ti è bastato quello che hai combinato ieri?”

“Non capisco signora!”

“Ah, non capisci, allora chi è che ha portato mio figlio da Biagio? Certo voi ricchi vi divertite un sacco a vedere come vive la gente come noi, chissà cosa avrai raccontato ieri sera ai tuoi, chissà come si sarà divertito il segretario comunale! Certo, adesso vorranno sapere il seguito, bisogna sapere come va a finire… Francesco ieri sera era fuori di sé, aveva gli occhi rossi, ha detto che ci penserà lui a raddrizzare suo figlio”.

“Io non ho detto niente a nessuno!”

“Ne sono sicura! E poi lui cosa c’entra? È tuo marito che non riesce a controllarsi!”

“Ha parlato la bella di casa! Da fastidio anche a me quando gli da dell’idiota! Ma per il resto… cosa deve fare quando tuo fratello s’intestardisce in quel modo? E poi tu, ragazzina, stai attenta, tuo padre finirà per schiattare per stare dietro a voi…Comunque tu ragazzo, come ti chiami? A si, Adriano… che ci fai qui, perché non vai a casa tua?”

“Perché sta parlando con me e quando ha finito se ne va, ti sei dimenticata l’educazione?”

La donna si allontanò tenendo stretta al petto la borsetta della domenica.

“Che si fa allora?”, dissi.

“Nulla, aspettiamo mio padre. Di solito va a comprare la porchetta mentre mia madre prepara il pranzo”.

“Forse me ne devo andare sul serio… “

“Aspetta ancora un po’, ti prego”.

Il padre non tardò ad arrivare. Aveva sotto il braccio il pacchetto della porchetta.

“Non è ancora uscito?”

“………..”

“Ah no è… Adesso ci penso io”, entrò in casa, posò in cucina la porchetta e salì al secondo piano dove c’erano le stanze. Isa impallidì.

“Adesso cosa succede?”, chiesi.

Si sentì bussare contro la porta:

“Allora cretino esci o no? o devo buttare giù la porta?”.

“Buttala giù se sei capace!”

“Lo sai dopo cosa ti faccio?”

Ci fu un attimo di silenzio, poi si vide sbucare Francesco dalla porta di casa e andare verso il capanno degli attrezzi, ne uscì con un cacciavite:

“Adesso vedi se la apro la porta!”

“Papà non ti sembra esagerato? Forse riusciamo a convincerlo con le buone”.

Senza ascoltarla salì le scale. Fu allora che si sentì la finestra della camera di Achille aprirsi, il giovane si sedé sul davanzale guardando verso in basso:

“Papà, se non la smetti mi butto giù”, urlò. Isa scattò come una molla, fece le scale in un soffio e, appena arrivata, cominciò a spintonare suo padre:

“Sei impazzito pure tu? Lo senti cosa dice? Dammi quel cacciavite” , e mentre lo diceva aveva afferrato l’attrezzo per lo stelo, cercando di strapparlo al padre, il quale le diede uno spintone facendole sbattere  la testa contro lo stipide della porta:

“Hai! mi hai fatto male!”, un rivolo di sangue le scendeva lungo le guance, cominciò a piangere. La porta si aprì immediatamente, Achille ne uscì e sollevò la sorella che intanto si era accoccolata a terra.

I quel momento arrivò Giovanna, vedendo la figlia sanguinante, gridò:

“Stamo a diventà tutti matti? Tu, fatte vedé, è solo un graffio, non ho capito perché te devi mette sempre in mezzo”.

Intanto il cacciavite nella colluttazione era caduto per terra, Achille con uno scatto di rabbia, lo gettò via, lungo le scale. Prese per mano sua sorella e insieme scesero nell’orto, io che avevo seguito tutta la scena dall’ingresso gli andai dietro insieme alla madre, che si stropicciava nervosamente la mano sul grembiule.

“Mamma hai un fazzoletto pulito?”

“Un attimo che lo vado a prende”. Dopo qualche secondo uscì di casa e glielo porse. Isa lo premette contro la ferita.

“Ti fa male?”, chiesi.

“Non più di tanto”

“Va bene adesso vieni a mangià – disse Giovanna – in quanto a tuo fratello può fare quello che vuole, un po’ di digiuno magari gli mette la testa a posto!”

“Sai cosa faccio io mamma? Appena avrò diciotto anni mi sposerò così non vi vedo più!”

Achille  cominciò a girarle intorno e ad agitarsi, poi l’abbracciò:

“Ti prego Isa, non lasciarmi!”, disse con le lacrime agli occhi.

…………………………

La sera della domenica il passeggio andava dall’arco del Vignola al Castello Ruspoli, addensandosi davanti ai bar, soprattutto il bar Roma, il cui giardino confinava con il fossato del castello Ruspoli. Io stavo con i miei genitori in attesa del momento del gelato, poi vidi Isa circondata da un gruppo di amiche. Mi avvicinai immediatamente:

“Com’è andata a finire?”

“Non ha mangiato, ma il pomeriggio mi ha chiesto di aiutarlo a fare i compiti. In particolare un componimento sul tema: qual è il loro più grande desiderio e come pensano di realizzarlo. Naturalmente si è parlato del pero”.

“Ma da dove gli è nata questa idea?”

“Non so, mi ha detto solo che finalmente vuole contare anche lui nella nostra casa dove nessuno gli da retta. L’ho aiutato a raccontare gli avvenimenti escludendo tutte le cose assurde che sono accadute. Alla fine era abbastanza calmo e ha detto che verrà a cena. Forse staremo tranquilli, almeno questa sera, anche perché  i miei si sono spaventati per le sue minacce di buttarsi dalla finestra. Comunque mi rimane una grossa preoccupazione…”

“Ossia?”.

“Chiederà al maestro di leggere il suo componimento in classe. Ti prego cerca di stargli vicino!”

Achille, nonostante l’età era con me in quinta elementare per effetto di ripetute bocciature.

“Farò del mio meglio”.

“Grazie, adesso vado, ci sono le mie amiche che mi aspettano. Ciao, buona serata”.

“Ciao Isa”.

Il giorno dopo Achille arrivò in classe con il grembiule e il fiocchetto abbastanza in ordine, cosa strana per uno sciamannato come lui.

“Guarda, Achille si è vestito a festa!” Ironizzò qualcuno.

Il mio compagno di banco era assente, così, memore delle raccomandazioni di Isa, alzai la mano e chiesi al maestro:

“Dato che il mio compagno è assente, Achille può sedersi vicino a me?”

“Io da qui non mi muovo!” Mi sentii rispondere.

Allora mi alzai e dopo averlo raggiunto gli dissi sottovoce:

“Allora che amico sei?”

A quella sollecitazione, dopo avermi guardato in maniera inespressiva, si alzò lentamente e venne a sedersi al mio banco. Appena arrivato tirò fuori dalla borsa il foglio con il compito.

“Allora siete pronti? Avete fatto il compito che vi ho assegnato? C’è qualcuno che ce lo vuole leggere?”

Alzarono la mano in due o tre, Achille compreso.

“Allora chi inizia?”

“Io!” rispose deciso il mio compagno. Erano tutti talmente sorpresi che nessuno ebbe il  tempo di obiettare, d’altra parte Achilie era già al fianco della cattedra.

Aprì il foglio e cominciò:

“Io desidero piantare un pero che si veda da tutte le parti: dalla casa, da via Addis Abeba e anche da via San Rocco. Deve fare delle pere grandi così – e fece un gesto esagerato con le mani – in modo da far crepare tutti d’invidia…”

“Ho capito, un pero che magari si vede anche da Piazza della Repubblica…”,disse uno.

“… o da san Sebastiano!” Replicò un altro.

“Ragazzi non fate gli spiritosi per favore! – Intervenne il maestro, poi, rivolgendosi al mio amico – come pensi di realizzare il tuo desiderio?”.

Lui però ormai era partito, buttò via il foglio che aveva in mano:

“Come faccio? Prendo la zappa e scavo! Proprio in mezzo all’orto tra i cavoli e gli spinaci! Non ti va bene?… Allora fermami se sei capace!… – e diede una manata sulla scrivania – faccio una buca che… arrivo fino in cantina! Poi ci ficco dentro l’albero… Bello grosso! Non un bastone, un al-be-ro, hai capito zio Biagio? “

La classe cominciò a rumoreggiare:

“Ma che dice?”

“Maestro fallo smettere”.

“Ma cos’è questa faccenda del pero?”

“Calma ragazzi – fece il maestro. – Achille vuol farci vedere la sua determinazione. Però la determinazione delle volte non basta, bisogna tener conto della situazione, degli altri…”

“Capirai con quella testa!”

Quello che aveva parlato era Fausto, un bulletto che non perdeva occasione per stuzzicare Achille,. Così reagii:

“Pensa alla tua di testa!”

“Cosa fai,  lo difendi?”

“No, penso sinceramente che è più scemo chi lo prende in giro”.

“Ah, così lo scemo sarei io?”

“Adesso la piantate – il maestro aveva perso la pazienza – Achille, abbiamo capito, ora torna al tuo posto. Sentiamo qualcun altro.” Lui si sedette e cominciò a sbocconcellare una matita, ogni tanto ne sputava un pezzo sul banco. Quando uscimmo Fausto mi tirò per una spalla facendomi girare:

“Così lo scemo sarei io”, disse, dandomi uno spintone”. Lo guardai senza rispondere e mi girai per allontanarmi , ma lui, venendomi dietro, urlò:

“Non penserai di cavartelà così!” Proprio in quel momento una testata terribile lo colpì sul bacino facendolo rotolare a terra. Era la testa di Achille il quale, per colpire così forte, doveva aver preso una bella rincorsa. Fausto tentò di rialzarsi, ma urlò di dolore, si premeva le mani sul costato e una folla di studenti e insegnanti si era riunita intorno a lui.

“Muoviamolo piano e portiamolo all’ospedale – disse il maestro che aveva seguito la scena – con voi due poi faremo i conti dopo”, disse indicando me e Achille. Ci avviammo mestamente verso casa, lui sembrava preoccupato. Prima di lasciarmi chiese:

“Pensi che l’ho ammazzato?”

Nell’ufficio del preside i giorni successivi ci fu una specie di processo. Io ne uscii con un grave rimbrotto. Achille rischiò di essere espulso, Fausto  aveva due  costole rotte ed era ancora all’ospedale, Alla fine si decise per due settimane di sospensione: fargli finire la quinta e non averlo più tra i piedi.

Io e Isa cercammo di consolarlo, lui non ci ascoltava e continuava a ripetere:

“Vi giuro, vi giuro! Non volevo ammazzarlo!”

Dopo quell’episodio non si parlò più del pero.

…………………………………………………..

Quando cominciai le medie ci vedevamo di rado, lui era quasi sempre in campagna e il resto del tempo lo passava chiuso in casa. La famiglia possedeva un podere dalle parti di centignano, dove veniva coltivata l’uva da cui si spremeva il vino conservato nelle botti della cantina sotto casa.

Dopo le medie i miei si trasferirono a Roma, mio padre aveva trovato un posto da funzionario presso il comune ed io dovevo iscrivermi al liceo. La nostra casa fu affittata, si parlò anche di venderla, ma io feci una tale scenata che non se ne parlò più.

Ciò risultò utile, quando finii il liceo e i miei genitori pensarono che, visto il caos della città, una casa in campagna dove rilassarsi durante le ferie o magari nel corso di qualche fine settimana, poteva essere sano e utile. Così non rinnovammo il contratto ai nostri affittuari e dopo aver sistemato i mobili, che negli anni avevano subito qualche danno, ci ritrovammo nella casa “di una volta”. La cosa ci piacque e ci rese  stranamente felici.

Girando per il paese incontrai gente che avevo conosciuto alle elementari, facevamo fatica a riconoscerci,  ma dopo un po’ era bello mettersi a parlare dei vecchi tempi. Mi capitò di incontrare Isa, teneva per mano un bambino. Aveva mantenuto la promessa e appena compiuto i diciotto anni si era sposata:

“Achille l’ha presa molto male, subito dopo il matrimonio lo andavo a trovare a casa quasi tutti i giorni: Mi sedevo accanto a lui sul muretto e gli parlavo. Lui continuava a guardarsi in giro e sembrava non ascoltarmi. Poi quando uscivo dal cancello lo sentivo piangere”.

Quell’ultima frase mi risuonò dentro, provai delle sensazioni strane,  una rabbia diffusa…

“Eri l’unica da cui si sentiva amato”

“Sai, una volta anche tu sembravi essergli affezionato… non ho mai capito da cosa nascesse quello strano legame”.

“Cercavo di proteggerlo”.

Quando lo incontrai era seduto al caffè Roma che beveva da solo un bicchiere di vino. Non manifestò alcun nessun segno di sorpresa:

“Ciao Adriano, so che te ne sei andato, hai preso la Roma Nord e via…! Mettiti seduto. Vuoi un bicchiere anche tu?”.

“No grazie! Tu cosa fai di bello?”

“Faccio il contadino – disse con orgoglio – ormai sono grande e faccio il contadino. Mio padre mi hai insegnato… Dovresti vedermi!”

“Mi piacerebbe… devi essere diventato proprio bravo!”

“Non t’immagini cosa esce da qui – disse mostrandomi le mani grandi e callose – che fave, che piselli e che graspi d’uva!”

“Me l’immagino! Senti adesso devo scappare… – dissi guardando l’orologio – Però magari vengo a trovarti in campagna”.

“Scappa, scappa – disse ridendo – tanto scappano tutti…”

Anch’io risi a denti stretti. Non sapevo come comportarmi. Poi passai la serata a chiedere in giro dove si trovava esattamene il podere di Achille.

Il giorno dopo mi feci prestare la macchina da mio padre per raggiungerlo. Vedevo ovunque filari d’uva dove i grappoli, in fase di maturazione, erano come rattrappiti per via degli acini piccoli e duri. Intorno al podere c’era una staccionata, coperta da vescicarie, ginestre ed altri tipi di arbusti. In mezzo ai filari d’uva coltivazioni di fave, cicerchie ed erba medica, tenute su da bastoni. Lui era spaparanzato sotto un albero di fichi, la testa appoggiata all’albero e le gambe protese, tra il bordo dei pantaloni e le scarpe  spuntavano i  suoi polpacci biancastri:

“Vedi che bellezza! – mi disse – Ho fatto tutto io”.

“E tuo padre?”

“Mi da delle scoppole in testa quando sbaglio”.

“Embè. È un bel modo”.

“Lui dice che funziona… mangia ‘sto pezzo di formaggio, prendi anche un po’ di pane, lo fa mia madre”. Era quasi mezzogiorno.

“Grazie”, risposi, sedendomi a mia volta. Ero tutto circondato dal verde e,

all’ombra del ciliegio, c’era un’arietta che scuoteva le foglie. Lui mangiava beato.

“Ho visto tua sorella Isa!” Non rispose e girò la testa dall’altra parte, poi:

“Perché non ci mangiamo un po’ di fichi”, disse. E cominciò ad arrampicarsi sull’albero. La proposta mi sembrò divertente. Salii con qualche incertezza. Era un po’ che non lo facevo, ma me la cavai abbastanza bene. Seduto su un ramo cominciai a gustarmi i frutti, eccitato dalla polpa rossastra e dal sapore dolce. Entrambi gettavamo le bucce come fosse un gioco a chi le tirava più lontano.

“Te stai a fa ‘na bella spanciata!”

“Cosa ti aspettavi?” Risposi. Sembrava tutto calmo, ma ad un tratto…

“Adriano, adesso guardami!”, e si mise in piedi su un ramo.

“Ma così cadi!” Gridai.

“Zitto e guarda, che adesso sò Tarzan”.

Si portò le mani spalancate ai lati della bocca e lanciò un urlo che era un’imitazione perfetta di quello di Johnny Weissmuller. Poi saltò su un altro ramo, cercando di afferrarlo con le mani. La presa riuscì solo parzialmente, così cadde sul terreno. L’altezza era minima, ma mise male un piede. Quando si rialzò aveva il viso contorto per il dolore. Scesi dall’albero e mi avvicinai:

“Adesso come faccio a tornà a casa…”

“Non preoccuparti, ti porto io in macchina”.

Lo feci appoggiare sulla mia spalla e lentamente lo condussi alla macchina. Aveva il viso preoccupato, appena partiti cominciò ad esclamare a intervalli regolari:

“Adesso chi lo dice a mi padre!”

Quando scese davanti al cancello di casa sua, sembrava che il padre lo stesse effettivamente aspettando. Era alto come suo figlio, calvo e  panciuto, la faccia rugosa maltrattata dal sole. Senza curarsi del fatto che Achille zoppicava e faceva fatica a camminare, lo trascinò davanti al pollaio. C’erano per terra tre o quattro galline morte.

“Cosa hai fatto deficiente!”

“Volevo imparà a fà come te! Un colpo secco e zac. Ho fatto un po’ de prove…”

“Io prima o poi t’ammazzo!” Replicò Francesco, dandogli una salacca dietro al collo:

“Adesso che ce faccio co’ tutte ‘ste galline! Ne voi una? Fece rivolto a me.

“Se vuole gliela pago”.

“Ma lascia stà, che voi pagà. E si avviò verso casa, da dove tornò con un foglio di carta di quella che usano i macellai. Incartò la gallina e me la porse:

“Tieni e salutami tu’ padre. La paga adesso la do a questo qui”, concluse indicandomi suo figlio.

Arrivato a casa posai la gallina sul tavolo di cucina e incominciai a preparare la valigia per il giorno dopo. Poi mi sdraiai sul letto ma non riuscii a chiudere occhio.

……………………………………………

Finito il liceo mi ero iscritto ad ingegneria, mi ero perfettamente integrato nell’ambiente romano, ma non dimenticavo il mio paese. Convinsi i miei a fare un salto nel periodo di carnevale. Ricordavo, con qualche nostalgia,  i veglioni che si tenevano nel Cinema Comunale che avevo frequentato anni addietro.

 Mi misi in giacca e cravatta come si usava allora e, dopo cena mi avviai  sperando di incontrare qualche vecchia conoscenza. Entrando scoprii che l’atmosfera di un tempo non era cambiata. Dalle pareti e dal soffitto pendevano festoni colorati che giocavano con la luce intensa delle lampade a muro. Riempivano la sala una quantità di crocchi di giovani e meno giovani, così assiepati che  lo spazio sembrava  a tratti dilatarsi.

L’orchestra, schierata sul palco, alternava rock and roll e canzoni melodiche.  Le coppie al centro della sala a tratti scatenate, sembravano ricomporsi  poco dopo in movimenti intimi e romantici.. Io mi misi a sedere su un lato della sala, dove erano allineate una fila di  poltroncine. La musica riusciva appena a sovrastare il chiacchiericcio diffuso e le risate che risuonavano ovunque.

Ad un tratto mi si avvicinò Isa:

“Ciao Adriano!”

“Ciao Isa, sei qui con la famiglia? Non ti avevo visto”.

“No sono qui con delle amiche. A mio marito non piace ballare ed ha preferito rimanere a casa con la bambina”.

“Perché non ti siedi?”

“Perché ho voglia di ballare, dai invitami”

Mi alzai immediatamente e le passai il braccio intorno alla vita.

“Però sei cresciuto”

“Già”, in effetti la differenza di età sembrava essersi dileguata. Ormai sembravamo due coetanei.

Suonarono una serie di lenti, mentre i nostri corpi si toccavano, l’attrazione di sempre aveva un sapore diverso. Si lasciò stringere. Mi mise le braccia intorno al collo. Poi, quando l’orchestra fece una pausa, fu come ritornare nel mondo reale. Lei si sedette accanto a me, guardandosi intorno.

“Tutto bene?” Chiesi.

“Adesso o in generale?”.

“Non so, in generale, diciamo…”

“Mah.. cosa vuoi che dica: Beato che te ne sei andato. Questo paese è una noia”.

“Vieni a Roma!”

“Piantala”, rispose ridendo.

“Dov’è Achille?”

“E’ qui da qualche parte, starà preparando il suo show!”

“Quale show?”

“Vedrai!”

Vidi infatti un movimento in fondo alla sala, la gente stava  formando una specie di trenino. Non tardai a rendermi conto che in testa c’era Achille in maniche di camicia, il quale fingeva di avere in mano un volante.

“Pronti si parte!… Via!”

La lunga teorie di persone che si era formata  agganciandosi con le mani sulle spalle, cominciò a seguire il conducente che, girando intorno alla sala, simulava curve e salite imitato da tutti gli altri. Nelle curve ci si piegavano da un lato, nelle salite si rallentava e si flettevano le gambe. Nel frattempo Achille gridava “Drum, drum, drum…”, imitando il rumore del motore.

Ad ogni giro di sala il “bus” si fermava e Il guidatore gridava: Vallerano, Canepina, Soriano nel cimino … chi deve scende? Chi deve salì?” A quel punto qualcuno si sganciava dalla fila sostituito da altri.

“Si tratta del bus che collega Vignanello e Viterbo, si ferma in tutti i paesini. – mi spiegò Isa – Achille lo prende raramente, ma è un viaggio che lo appassiona, per lui è una specie di avventura”.

Tutti sembravano divertirsi un mondo, meno Achille che aveva la faccia molto seria, come se fosse impegnato in un compito molto impegnativo e carico di responsabilità.

Arrivato a Viterbo il bus si fermò. Allora tutti circondarono il guidatore, che sorrideva soddisfatto, gridando ritmicamente:

“Achille drum drum… Achille drum drum… Achille drum drum…”

“Portami via per favore”, disse Isa.

Fuori era buio, ci incamminammo lungo la strada del borgo, in cima, sullo sfondo,  si intravvedeva l’arco del Vignola. Avevo fatto quella strada migliaia di volte, a piedi  o con la bicicletta rossa che mi aveva regalato mio padre. Di giorno era una strada festosa piena di negozi e botteghe d’artigiani. Ora sembrava stretta e chiusa su sé stessa. Solo qualche rara finestra era ancora illuminata.

Lei mi prese sottobraccio. Così presi coraggio:

“Sai quando ero piccolo ero molto preso da te. Il tuo viso, i tuoi modi, peccato la differenza d’età. Comunque eri un sogno”.

“Sono sicura che adesso ti rifai e come, con le ragazze romane”.

“Magari si, ma mi sei rimasta dentro!”

“Quanti ricordi rimangono lì in attesa di chissà cosa, – rispose pensierosa – meglio dimenticare credimi… anche se quello che dici mi fa molto piacere”.

Poi proseguimmo in silenzio, quasi alla fine della strada c’era la sua casa.

Si fermò rivolta verso di me guardandomi in faccia, poi mi prese la mano:

“Quand’è che parti?”

“Fra un paio di giorni…”. Mi strinse la mano ancora più forte:

“Mi sembra impossibile che possa esserci un mondo diverso da questo…

Dai abbracciami!”. La strinsi forte. Stava per piangere. Tentai di baciarla, ma lei s’irrigidì:

“Questa, che piaccia o no, è la mia vita. Credimi: ho una bambina meravigliosa e mio marito è un brav’uomo. Ti auguro, in ogni caso che la tua sia migliore”, poi si diresse verso la porta di casa.

Io continuai verso la salita, attraversai l’arco. Sentii che il mio sogno di bambino era svanito per sempre.

……………………….

Quel fine settimana partii da solo per il paese. Mi misi uno zaino sulle spalle, presi la Roma Nord e, appena arrivato,  andai subito a casa a depositare i bagagli ed a mettermi un paio di vecchi Jeans., Alle dieci del mattino, ero in Piazza Cesare Battisti, a pochi passi dalla stazione.

Attraversai i binari della ferrovia e mi diressi verso Talano, una delle mie mete preferite. Nell’ultimo tratto c’era una salita ripida, che conduceva a un sentiero che attraversava un bosco di castagni. Era autunno innoltrato e l’erba era cosparsa di ricci che, con le labbra spalancate,  mostravano il marrone delle castagne. Ne raccolsi un po’ prima di arrivare  a un campo di calcio circondato dagli alberi, dove giocavamo da ragazzi.

Mi sedetti contro il tronco di un albero e cominciai a sbucciare le castagne. Era bello, da quella posizione, far fluire i ricordi. Tra il campo di terra rossa e le porte dalle reti stracciate, improvvisamente apparivano calciatori in erba, sudati e infaticabili, intenti a imitare le imprese sentite ascoltando “ Il calcio minuto per minuto”.

Per un certo periodo avevo cercato di coinvolgere anche Achille, cosa non facile, dato che scalciava chiunque tentasse di portargli via la palla. Tentammo di metterlo in porta, ma faceva dei tuffi, spesso inutili, dove rischiava continuamente di rompersi le ossa.

Tornando indietro mi fermai a un fontanile, scavato nel tufo, dove l’acqua fluiva limpida e fresca da cinque o sei cannelle infilate nella parete  di pietra. Impossibile sottrarsi a una bevuta. Una volta, le donne del paese venivano qui a lavare i panni e i giovani calciatori si ristoravano dopo le partite estive.

Mi diressi verso casa. Presi via San Rocco. In una drogheria feci le mie provviste per quel fine settimana. Davanti al negozio c’era una scala di marmo bianco che arrivava a due passi da casa mia.

A lato della scala c’era del  terreno coperto di radi cespugli e arbusti. Fatti una diecina di scalini , vidi il padre di Achille, con una mano dietro la nuca ed il viso spaventato che cercava di scansare zigzagando dei sassi che gli venivano tirati dall’alto.

“Papà ti voglio bene! Papà ti voglio bene!” Riconobbi la voce di Achile che, nonostante questa affermazione, alimentava una granucola di pietre che raccoglieva  rapidamente dal terreno. Il suo volto esprimeva una rabbia incontenibile.

Come se non bastasse poco più in alto c’era la madre che gli urlava:

“Fermati! Così lo ammazzi!” Era in pantofole e data la sua struttura corpulenta, faceva fatica a scendere lungo la scarpata, ma Achille continuava imperterrito i suoi lanci,  ancora intercalati dalla frase:

“Papà ti voglio bene!”

La cosa incredibile è che sia le sassate, sia quella frase ripetuta, suonavano entrambi come espressione di uno stato d’animo autentico, difficile da decifrare.

“Achille – urlai – cosa stai facendo!” Ma non mi sentì, tanto era concentrato nella sua impresa. Per fortuna ad un certo punto la madre lo raggiunse, gli si mise davanti e lo afferrò con le braccia:

“Così lo ammazzi!”

 A quel punto si sedé per terra, e piangendo continuò a ripetere:

“Mamma, io gli voglio bene!”

“Ha ragione lui, sei un imbecilla, hai i vermi nel cervello!” Replicò la madre. Continuai nella mia salita, non avrei saputo cosa fare o  dire.

Nel pomeriggio due vecchi compagni, che mi avevano visto in giro, vennero a prendermi. Facemmo insieme qualche passo verso via Vignola. Lì, Intorno a una panchina incavata nel muro di contenimento che affiancavano la via, c’era un gruppo di ragazzi e ragazze in procinto di avviarsi in direzione della Colonetta, verso  l’ l’Hotel di Paolone.

 La veranda esterna dell’ hotel era quasi deserta, i turisti che l’affollavano d’estate erano tornati a casa. Come sempre lasciavano noi paesani a goderci in santa pace il colore giallo- sanguigno della campagna e la festosa policromia delle foglie che cadevano dagli alberi. Ci sedemmo tutti intorno a un tavolo e ordinammo da bere

Sembrava avessero tutti voglia di scherzare, la conversazione era piacevole e le ragazze molto carine. Ascoltavammo al Juke-box le canzoni dell’estate, anche se ci rattristavano un po’. Un’altra stagione era passata.

Ci attardammo fino a che il sole cominciò a tramontare, poi ci avviammo verso casa. Arrivammo insieme  all’arco del  Vignola. Prima di disperderci mi salutarono tutti con affetto, chissà quando ci saremmo rivisti! “E poi, Adriano, la prossima volta cerca di essere un po’ più vispo!” Evidentemente la scena che avevo visto al mattino aveva avuto qualche effetto.

Mi avviai verso casa. Vidi un’ombra davanti al mio garage e sentii dei colpi secchi. Mi avvicinai lentamente. Era Achille, aveva entrambe le mani appoggiate sulla saracinesca d’accaio, contro cui dava ritmicamente delle testate.

“Achille! Cosa cazzo stai facendo?”

Non mi rispose anzi sembrò aumentare l’intensità dei colpi. Gli andai contro con violenza, dandogli uno spintone, e lo spinsi fuori della portata della serranda. Mi dette un pugnò che mi sbilanciò, rischiai di cadere in terra.

“Lasciame stà o te rovino!”, disse.

“Mi vuoi dire che stai facendo?”  Replicai con Il naso sanguinante.

“Non hai sentito mi madre? Ho i vermi nella testa, devo schiacciarli, scatacchiarli via, sennò divento matto!”

“Ma cosa dici, quali vermi!”

“Sò lunghi così – e mi mostrò la lunghezza allargando le mani – continuano a striscià, e a me, me scoppia la testa!”

“Calmati adesso”.

“Che vordì calmate? Allora non hai capito! Sto troppo male. Aumentano sempre, qualche volta me spuntano perfino dal naso!”

“Potresti farti curare…”

“Me fai ride, e a me chi me cura! Sai da quanto ce l’ho sti vermi? Da sempre, se lo voi sapé.. ma chi se ne frega!”

“Vieni con me a Roma, ti porto da un medico”. Sparai.

“Davero?… Allora a te  t ‘importa! A dì la verità a te t’è sempre importato ‘n po’ de me”

“E’ vero, io sono tuo amico da sempre Achille”. A questa mia frase si commosse:

“Te posso abbraccià allora?”

“Certo!”

Mi mise le braccia al collo e cominciò a piangere rumorosamente e stette lì per alcuni minuti. Mi cingeva con una forza che mi sembrava di soffocare. Poi si staccò.

“Vai a casa – disse, dandomi uno spintone – tanto lo sapemo tutti e due che con me non c’è più niente da fà!”

“Perché non vai a casa anche tu…” Mi mise un dito sotto il naso:

“Ricordate bene, Adriano, io a casa nun ce vado più!” Detto questo si allontanò. Io salii verso casa e mi misi sul balcone. Vidi che aveva preso di mira un altro garage che dava su via Vignola. Qualche passante vedendolo rideva. Qualcuno faceva una battuta…

Il giorno dopo mi alzai presto. Avevo dormito poco e fatto brutti sogni. Feci la strada del borgo e, arrivato in fondo,  presi Corso Garibaldi. Sulla sinistra c’era un bar dove mi fermai a prendere un caffè. Un gruppo di persone, vicine al balcone,  parlava animatamente:

“Il treno lo ha trascinato per circa cento metri…”

“Chissà cosa ci faceva lì a quell’ora”

“Vai a capire cosa gli passava per la testa”.

“Già, il povero Achille è arrivato ieri notte dicendo a Giovanni, il capostazione, questa volta li faccio smammà. Ma di chi parli?, ha chiesto Giovanni. Lo so io, lo so io, ha risposto”

“Vacci a capì qualcosa”, fece uno.

“Un matto di meno”, Replicò un altro.

Uscii dimenticandomi di prendere il caffè. La sera, come la linea fu ripristinata partii. Era buio. Dal finestrino si potevano distinguere, per effetto di qualche luce ancora accesa, i paesini dispersi tra le colline.


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