Consulenza al Ruolo

Cura e contenimento

Cura e contenimento nella Consulenza al ruolo

La relazione contenitore/contenuto, teorizzata da Bion anche mediante l’uso dei segni ♀ ♂, consiste in un meccanismo in grado di  generare il pensiero (Bion,1962b). Attraverso i segni ♀ (contenitore) e ♂ (contenuto) Bion rappresenta una configurazione relazionale che costituisce, rispetto alla sua visione, uno dei fondamenti del funzionamento della mente.

Bion assume a punto di partenza della relazione contenitore-contenuto il concetto di identificazione proiettiva  elaborato di Melanie Klein (1946). La Klein, riferendosi al modello di relazione madre-bambino, spiega come il bambino per tollerare l’angoscia profonda generata dal nutrire sentimenti ambivalenti verso la madre, effettui una scissione che gli permette di proiettare i propri sentimenti cattivi, non tollerabili, nel seno materno.

Da questa teoria Bion astrae, allo scopo di servirsene come modello, la “idea di un contenitore in cui viene proiettato un oggetto” designato con il termine di “contenuto”, “che può essere proiettato nel contenitore” (Bion, 1962b). A questo movimento segue una rielaborazione del contenuto da parte del contenitore, che rende possibile la successiva re-introiezione del contenuto come “pensiero”.

L. Pagliarani usava a questo proposito una metafora: la mamma uccello che sminuzza il cibo per i pulcini allo scopo di renderlo digeribile. Anche Bion usa la metafora del tubo digerente, ciò che è impensabile per il bambino viene trasformato dalla madre attraverso la rêverie, in modo che possa essere re-introiettato dal bambino come pensiero.

Con la crescita il bambino oltre ai pensieri, elaborati attraverso il contenitore materno, assume anche la “funzione”, ossia la capacità di auto-contenersi e di elaborare autonomamente i cosiddetti pensieri cattivi. Ma ciò non in termini assoluti, in quanto rimane sempre aperta la possibilità dell’impensabile, dell’evento intollerabile per la mente.

Ciò può accadere in qualsiasi momento della vita. Pensiamo per esempio a chi:

  • Abbia sperimentato l’angoscia di dover decidere sapendo che, in ogni caso, avrebbe finito per deludere profondamente le aspettative di persone amate e fondamentali per la sua esistenza;
  •  Oppure a chi sia capitato di prendere decisioni dagli esiti disastrosi, talmente distruttivi per la sua vita e per le persone vicine a lui, da dover essere dimenticate.

In questi casi c’è la possibilità che la persona interessata non riesca più a prendere decisioni di qualche rilevanza sia nell’ambito delle relazioni affettive sia in quelle professionali. Assumerà allora uno stile relazionale (nei confronti del capo, dei colleghi, dei collaboratori), teso ad evitare, attraverso vari stratagemmi,  qualunque decisione.

Ciò, nel tempo, costituirà un grosso intralcio rispetto alla sua attività lavorativa e, con molta probabilità, porterà a una serie di insuccessi.

Nella consulenza al ruolo il cliente è  portatore di una domanda a cui non riesce a dare una risposta:

Egli non riesce a comprendere perché nonostante l’impegno e le energie impiegate, non è in grado di raggiungere pienamente gli obiettivi, peraltro realistici, che si prefigge.

Il cliente nei suoi racconti punta il dito sul comportamento degli altri, sulle ingiustizie subite, sulla scarsa considerazione dei capi ecc., allo scopo di nascondere la falla, la difettosità che lo riguarda che lo indurrebbe a rivolgere lo sguardo su sé stesso.

Il consulente viene investito da una serie di narrazioni che, per un verso, sembrano non avere un filo conduttore,  per l’altro così dense di emozioni che appaiono come esondare dalla mente del cliente.

L’ascolto che dovrebbe attivarsi in questa fase consiste nel contenere queste emozioni, ossia è necessario che si instauri la relazione contenitore/contenuto: il consulente deve riuscire a trattenere nella mente le emozioni impensabili per il cliente e viverle, fino a che non prendano una forma  che sia possibile restituire.

Restituire al cliente, per esempio  il sentimento di impotenza che emerge in lui davanti alla necessità di prendere una decisione. Questo è il presupposto che consente di individuare il filo rosso, l’elemento comune di tutte le azioni mancate, di tutti gli insuccessi.

Il processo di consulenza consisterà, da quel momento, nell’attraversare gli episodi via via portati dal cliente al fine di cogliere i momenti in cui sorge quel sentimento d’impotenza allo scopo di imparare a riconoscerlo.

A poco, a poco, attraverso una costante azione di contenimento, le emozioni negative che agiscono inconsapevolmente provocando reazioni stereotipate divengono consapevoli e possono essere pensate. Il cliente riesce gradualmente a fare la tara, cogliendo il netto delle situazioni, entrando così in contatto con una realtà in cui probabilmente non sarà più impossibile decidere.

A un certo punto dirà: “Quando il mio capo mi ha chiesto di prendere posizione, in un primo momento ho cercato di sviare, ma poi mi sono reso conto che stava scattando il solito meccanismo. Mi sono reso anche conto che un’idea ce l’avevo, e anche piuttosto chiara, quindi… l’ho espressa chiaramente. Mi sono detto: finalmente ce l’ho fatta!”.

Ecco, a questo punto il senso d’impotenza è stato decodificato: era generato da un’angoscia che partiva da lontano e che, attraverso l’azione di contenimento del consulente è stata sminuzzata e resa digeribile, in altre parole è stata resa pensabile e riconoscibile. Non è più una paura senza nome, in grado di attivare in maniera automatica resistenze e risposte stereotipate, ma una cosa che essendo stata riattraversata e sofferta, ha assunto un senso che può essere relativizzato e gestito.

Contenimento e “sintonizzazione”

La prospettiva illustrata da Bion nella relazione contenitore/contenuto ci da una lettura di ciò che avviene nel momento in cui un counselor (contenitore), accoglie ciò che il cliente non riesce (metaforicamente) a digerire (contenuto) per aiutarlo a effettuare una costruzione di senso che gli consenta di andare oltre la sue fragilità.

In una prospettiva diversa, latente nell’opera di Bion, la cesura che sottolinea la separatezza della coppia, trovando un riscontro nel concetto di identificazione proiettiva, si assottiglia notevolmente e l’attenzione si concentra sulla dimensione intersoggettiva

In quest’ottica la fragilità del cliente, espressa attraverso la difficoltà di misurarsi con eventi della sua vita professionale, divengono perturbazioni che investono un campo emotivo condiviso; perturbazioni che, nel momento in cui emergono, riguardano in maniera solidare i due interlocutori, introducendo la necessità di una “elaborazione” che li riguarda entrambi.

In questa visione c’è un qui e ora in cui counselor e cliente si sintonizzano non solo rispetto al clima emotivo che avvolge la relazione, ma anche sulle correnti gelide che lo attraversano, in altre parole sulle sofferenze sottostanti le narrazioni, che si rivelano ad un tratto  indicibili per entrambi. Momenti in cui non ci sono parole, ed in cui il counselor deve essere in grado di tollerare il silenzio e di esercitare la capacità negativa.

La capacità di cura del counselor, a questo punto, consiste nel mantenere il contatto con un livello più sofisticato in cui possono essere attivate le attitudini del gruppo di lavoro, che consentono di non perdersi nell’indifferenziato di emozioni condivise, ma di avviare nella coppia processi di conoscenza in grado di dar senso alle perturbazioni in atto.

Pensiamo, per esempio, a due persone che viaggiano in barca a vela, di cui uno è l’istruttore e l’altro l’allievo. Ad un certo punto si solleva un vento impetuoso accompagnato da una pioggia scrosciante. Sul mare, tranquillo fino a  qualche minuto prima, si sollevano onde minacciose.

In un primo momento lo spavento e il panico possono riguardare entrambi i naviganti, nella coppia si instaura un “clima”  dominato dalla paura, la paura di essere travolti dagli eventi. Affiorano nelle menti situazioni in cui sono state vissute le stesse emozioni, e che sembrano sovrastare, oggi come allora, la capacità del pensiero.

Istruttore e allievo sono nella stessa barca. Il timone, le vele, i fiocchi devono essere manovrati in maniera sintonica e adeguata da entrambi, per uscire dalla situazione di pericolo. L’istruttore è consapevole:

  • che la tempesta in atto è diversa da tutte le altre e che non esiste un modo certo per uscirne, per questo, pur nel marasma, deve saper sostare nell’incertezza fino a che non emerge l’intuizione giusta, risolutiva;
  • Allo stesso tempo non deve trascurare il clima emotivo che si è instaurato, il quale finirà di essere paralizzante solo nel momento in cui allievo e istruttore non saranno entrambi ingaggiati in una costruzione di senso rispetto a ciò che accade. Un senso che consentirà di vedere oltre il pericolo incombente.

Ciò che è risolutivo nell’azione dell’istruttore, insieme alle conoscenze che ha accumulato sulla navigazione o sul funzionamento della barca, è la “consuetudine” ad affrontare situazioni analoghe, che possono essere affrontate solo in maniera contestuale ed attraverso un processo di apprendimento

La competenza del counselor è la “consuetudine”  a un processo in grado di trasformare ciò che è impensabile in un pensiero fruibile dalla mente e declinabile nel linguaggio. Una consuetudine che si può apprendere solo in maniera esperenziale e che non può fare affidamento su regole fissate a priori.

La consuetudine va intesa come la dimestichezza e/o la familiarità che si stabilisce mediante il continuo misurarsi con un processo dalle variabili infinite e imprevedibili. Dante scrive nel convivio a proposito dell’amicizia, un legame che s’instaura al di là di ogni possibile predeterminazione: “l’amistà (l’amicizia) s’accresce per la consuetudine”.

È, infatti, la consuetudine che, in un processo che muta a seconda delle circostanze, dei soggetti coinvolti, di storie ed eventi traumatici sempre diversi, consente di declinare in maniera appropriata il clima relazionale con le conoscenze e le competenze accumulate nel tempo, avviando nel qui e ora, insieme al cliente, un processo di costruzione di senso.

La consuetudine è l’attitudine “incarnata” che fa di ogni counselor un professionista unico e diverso da tutti i suoi colleghi. Così come la madre “buona”, che prende in braccio il bambino che piange disperato, riesce a calmarlo soltanto se ha sviluppato una consuetudine ad abbracci che lasciano scorrere dall’uno all’altro sofferenze senza nome, e ha sperimentato, nell’abbraccio, la possibilità  di un pensiero nascente  e condiviso, colmo di senso


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