Riflessioni Psicosocioanalitiche

La sfida della bellezza

La sfida della bellezza

Quando si parla di auto-realizzazione, spesso si pensa ad un percorso per cui, partendo da un insieme di aspettative, di talenti innati, di un mondo sufficientemente stabile, si possa sviluppare un processo definito da perseguire con costanza, affrontando con determinazione le eventuali difficoltà emergenti.

Tutto ciò però è illusorio perché, soprattutto nel periodo storico in cui viviamo, la stabilità non è che un illusione e, i cambiamenti continui dei contesti di vita, fanno mutare i nostri desideri e ciò che, di volta in volta, possiamo mettere in gioco di noi stessi.

Noi viviamo in una sorta di serra (Sloterdijk, 2004)  immersa in un “Reale” che sfugge, nonostante i progressi della scienza, alla nostra comprensione. La serra, che consiste del mondo in cui viviamo, non può però prescindere da ciò che la circonda e che,  per salvaguardare la sua funzione, deve mantenere una sorta di sintonia con le forze  in cui è immersa, nonostante l’imprevedibilità delle loro mutazioni. In questa dinamica non c’è mai nulla di compiuto, sia per quanto riguarda il mondo sia chi lo abita.

La psicosocioanalisi, a partire dalle intuizioni di Pagliarani, riscopre sé stessa come la psicologia del soggetto incompiuto, e fa di tale incompiutezza il paradigma attuale su cui fonda la sua riflessione sul soggetto e il suo mondo. Tale incompiutezza deriva da una doppia appartenenza:

  • l’essere umano è per un verso un elemento trascurabile del “reale” (Realtà ultima e Verità assoluta, W.Bion, 1965) che lo trascende e allo stesso tempo lo pervade;
  • Per un altro è l’abitante di un mondo che gli appartiene, un luogo inventato, una zattera di senso, dove è possibile riconoscere ed essere riconosciuto.

L’umano nella sua finitezza non può comprendere il reale, ma può coglierne alcuni aspetti attraverso un atteggiamento sognante come accade per gli artisti. In questa prospettiva il sogno è l’avvio di un processo creativo che, trovando la sua espressione nel linguaggio, da vita alle forme mutevoli del mondo. Un mondo che, non cessa mai di essere generato, e che  il soggetto può abitare realmente soltanto con la predisposizione ad una continua avventura. L’esistenza umana si declina tra l’essere parte del “reale” e allo stesso tempo parte del mondo.

Questo le assegna un duplice compito, da una parte come elemento della specie, in una dimensione intersoggettiva, deve occuparsi del mantenimento e quindi della cura del mondo che lo contiene, dall’altra deve trovare continuamente sé stesso al fine di dare un contributo riconoscibile, e in ciò consiste la sua autorealizzazione.

L’esistenza della specie umana consiste nel ricercare sempre sé stessa trascorrendo di forma in forma, attraverso un processo che forgia esteticamente l’avventura di vite sospese, che trovano la loro bellezza nel loro essere creative e imprevedibili e nel loro sperimentare, nell’arco di un’esistenza, un ininterrotto stupore.

Nel suo avventurarsi nel mondo il soggetto incompiuto attraversa i diversi ambiti relazionali che, nella realtà attuale, lo vede immerso in un processo evolutivo accelerato dalle rivoluzioni della tecnica, a cui contribuisce, che ha favorito l’emergere di cambiamenti ambientali che fanno discutere di una realtà post-moderna.

Noi, infatti, abbiamo inventato un mondo che continuamente ci sfida all’avventura, perché col passare dei secoli siamo diventati sempre più insofferenti alle forme compiute, abbiamo inventato la musica dodecafonica che ha sacrificato l’armonia, le forme della nostra arte si sono ribellate a ogni tradizione, i confini degli stati vacillano, intere popolazioni migrano schiantando culture secolari. Gli ambiti relazionali, che fino a ieri mantenevano una qualche stabilità, tendono ad assumere forme bislacche e sconnesse, che siano la famiglia centrata sulla coppia, piuttosto che i gruppi professionali o meno, oppure il caos delle nostre città. I nostri sociologi parlano di società liquida (Bauman, 2000, 2002), di società del rischio (Beck, 2002, 2003), di modernizzazione riflessiva (Beck, Ghiddens, Lash 1994, 1999), evocando cambiamenti epocali.

Gli spazi di vita, divengono sempre meno definiti, come se il soggetto, sottoposto alla spinta evolutiva,forzasse i contenitori sociali e culturali a una continua mutazione.  Si attiva così un processo ricorsivo in cui la proliferazione delle forme sociali si riflette nei processi di differenziazione dei soggetti.   

In altre parole, la post-modernità sta facendo toccare con mano che l’evoluzione non corrisponde alla sicurezza di ambienti conosciuti e stabili, ma piuttosto da un incalzare di forme sempre più precarie e bizzarre, che si generano attraverso le modificazioni, sempre più sofisticate e accellerate, che riguardano sia il soggetto, sia il suo ambiente. La specie umana è così sfidata a elaborare esperienze ad alto margine di rischio dove il mantenimento dell’effetto serra, che consente l’abitare privilegiato della specie, stressa l’autonomia dei soggetti, sempre più spinti verso i margini estremi della loro capacità di tenuta.

“Un dato esperienziale sembra connettere le organizzazioni e le persone che operano (nel nostro tempo): i dati anche grezzi dell’esperienza individuale e collettiva contemporanea – con le connotazioni di sempre più alta imprevedibilità di circostanze/eventi e d’inevitabile correlazionalità – indicano una limitazione che circoscrive lo stato enigmatico non come una circostanza eccezionale, ma come un modo di sperimentare la quasi totalità dell’esperienza e che introduce alla tonalità emotiva dello stupore come un indubbio aiuto a predisporci a una comprensione densa di tutto ciò che, faticosamente, quotidianamente sentiamo e condividiamo”. (Mori, Varchetta, 2012)

Sempre di più, nelle organizzazioni, i sistemi di pianificazione rigidi, la relativa stabilità degli obiettivi strategici, sono resi obsoleti dalla necessità di avventurarsi dentro spazi sconosciuti, dove anche le aziende più accorte si spingono. Tale atteggiamento è determinato dalla presa d’atto che l’esito del viaggio non è garantito da rotte prefissate, ma dalle capacità del pilota di vivere l’avventura nel suo farsi momento dopo momento e dalla capacità, semmai, di elaborare l’esperienza nel suo compiersi, al fine di sperimentare percorsi sempre nuovi. (Weick, 1997, 2010)

La sfida che il nostro tempo ci impone è tale che solo l’avventura, perseguita come stile di vita, ci consente di vivere momenti


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