Gente del mio paese

5. La sora Rosa

La sora Rosa. Storia di una donna di paese

La sora Rosa entrò in cucina. Sullo sfondo c’era un’ampia finestra di vetro smerigliato dai colori tenui, che mostrava in trasparenza  il degradare del giorno. Sopra la cucina a legna, la pentola dell’acqua faceva danzare il coperchio con vivaci sbuffi di fumo. A destra la tavola apparecchiata per due persone.

La donna estrasse una pagnotta di pane dalla madia e l’appoggiò sulla tavola, poi immerse gli spaghetti nell’acqua bollente. In un padellino friggeva il sugo rosso, vibrante di bollicine. Si avvicinò alla finestra, l’aprì, e guardò in basso. L’orto era immerso in una luce scura che nascondeva il verde delle piante, l’aria era fredda, s’intravvedeva la luna tra  nubi sfumate di nero e di grigio, simili a vele gonfiate dal vento

Sulla scalinata che conduceva alla casa sembrava non esserci nessuno. Poi si sentì aprire la porta dell’ingresso e dei passi lungo le scale.

“Giacomo sei tu?”

“Si, sto arrivando”.

All’ingresso c’era un attaccapanni dove l’uomo appese il cappotto e lo spolverino da lavoro. Era  di media statura e stempiato, indossava un maglione blu fatto ai ferri e un paio di pantaloni beige di cotone pesante. Dagli occhiali di bachelite filtrava uno sguardo fermo.  Arrivato in cucina si sedé a tavola.

“È pronto?”

“Ancora un minuto, hai fame?”

“Sì”, e si versò due dita di vino che cominciò a sorseggiare.

Il contenuto della pentola fu versato nello scolapasta e si sentì lo scroscio dell’acqua nel lavandino. Gli spaghetti fumanti, versati in un’insalatiera di ceramica e conditi con il ragù, furono serviti in tavola.

“Ci sono novità su Barbara?

“Ti riferisci al bambino? Non si decide”.

“Cosa vuoi dire?”

“Tiene alla sua pancia… sembra”.

“Sarà questo?”

 “Le piace esibirla”.

“Sei in ansia?”.

“Dici?… Un po’ si. Almeno a me non mi aspettava nessuno”

“Però io ti ho aspettato per vent’anni”.

“Ma va’. Mangia che si raffredda”.

L’uomo si chinò sul piatto manovrando la forchetta. Quell’invito gli consentì una maggiore concentrazione. Ogni tanto si versava due dita di vino che trangugiava rapidamente. La bottiglia era già vuota a metà.

“Perché non ascoltiamo il giornale radio?”

Una voce lontana si diffuse per la stanza, mentre Rosa e Giacomo mangiavano il pollo alla diavola con contorno di patate. Ascoltavano in silenzio, pensando ciascuno a chissà cosa. Quella voce, che veniva da chissà dove, non intaccava la loro intimità: i riti consolidati di tante serate passate insieme, il calore della stufa…

Si sentì bussare alla porta con insistenza. Giacomo andò ad aprire.

“Chi è? ”

“Sono Francesco, è urgente!”

“Che succede?” Disse aprendo la porta.

“A Barbara si sono rotte le acque e sta iniziando il travaglio. Io vado a prendere Caterina, ma sua madre deve scendere, non la si può lasciare sola!”

“Rosa, scendi per favore! Devi andare da Barbara, io vado con Francesco a prendere l’ostetrica”.

“Che succede?”

“Sta iniziando il travaglio!”

“Era ora, scendo subito”.

Giacomo e Francesco andarono a prendere la Topolino in garage.

“Guido io, tu sei troppo agitato”

“Ma che dici!”

“Vatti a guardare allo specchio!”

Giacomo prese il volante, e attraversò l’arco del Vignola. In fondo a Corso Mazzini c’era la casa di Caterina. Per chiamarla usarono i battenti di ottone che erano sulla porta. Lei si affacciò alla finestra.

“A Barbara si sono rotte le acque”.

“Datemi solo un minuto”. Dieci minuti dopo era nella camera della partoriente, assistita da Rosa e Vincenza, una giovane mora con il viso rotondo. Fuori, nel corridoio, c’erano Francesco, Giacomo e suo figlio Alberto, marito di Vincenza. Passarono due ore, le cose andavano per le lunghe, si sentivano le urla sempre più acute di Barbara.

“Cosa sta succedendo?”, disse Francesco agitato.

“Stai tranquillo, è tutto normale”.

“A volte i parti sono un po’ complicati, ma credimi non c’è nulla di preoccupante”, fece il cognato.

Passò un’altra ora e le urla non si fermavano, il marito si era seduto su una sedia e, pur tentando di rimanere calmo, non poteva impedire che i suoi occhi sbarrati fossero fissi sulla porta della camera, il busto proteso in avanti. Ogni tanto si alzava, faceva un giro e poi tornava alla posizione iniziale. Gli altri due, lo tenevano d’occhio e ogni tanto gli davano una pacca sulla spalla per rassicurarlo.

“Vedrai che andrà tutto bene”

“Conosco mia figlia, supererà anche questa…”

Poi le urla cessarono. Si sentì il pianto di un bambino. I tre si guardarono e andarono verso la porta rimanendo in attesa. Dopo qualche minuto uscì Rosa, con il piccolo in braccio.

“Un bel maschietto”.

Tutti guardarono il neonato come se si fosse realizzato un miracolo. Francesco tirò il fiato.

“Come sta mia moglie?” Entrò nella camera e si avvicinò al letto. Barbara aveva gli occhi semichiusi, si vedeva che era sfinita.

“Grazie, amore”, disse e le diede un bacio leggero sulla fronte.

“Bisogna lasciarla riposare, adesso io vado”, disse Caterina. Era una donna di mezza età e aveva un grosso neo su una guancia. Anche lei sembrava molto provata, i vestiti in disordine e i capelli arruffati. Intanto Rosa stava mettendo una tutina al bambino; appena finito, lo passò al padre, talmente frastornato che non riuscì a godersi quel momento.

Poi prese da parte suo marito: “Io passo qui la notte, magari dormo sul divano”

“Senti, detto fra noi, il bambino ha una faccia strana”.

“Non dire stupidaggini, peserà più di quattro chili e non è stato facile tirarlo fuori, ora è un po’ deformato”.

“Spero che tu abbia ragione…”

“Voi uomini non capirete mai niente… è destino”.

……………………..

Alle sette del mattino, Rosa andò ad aprire il pollaio, e sparse sulla ghiaia un po’ di avanzi e dei semi di avena. Controllò se ci fossero delle uova, ma in quella stagione anche le galline ovaiole stentano a produrle. Raccolse qualche pera matura e si diresse verso casa. Passò fra cespugli di bietole e filari di cicoria,  tra i broccoli bitorzoluti  e i carciofi che spuntavano tosti e compatti tra garbugli di foglie. Seguiva un sentiero erboso e umido di brina, i piedi protetti da calzini di lana pesante e zoccoli di legno per non bagnarli.

Alle otto in punto,  uscì per la spesa.  Passò prima dal fruttivendolo:

“Che arance mi hai dato ieri?” lo aggredì.

“Cosa vuoi dire sora Rosa?”

“Andavo di fretta. A casa mi sono accorta che mi si ammosciavano tra le mani e puzzavano di rancido”.

“Impossibile.”

“Cosa sono, scema?”

“Dico solo che stai esagerando. Comunque guarda queste, che meraviglia!”

“Fammi vedere – ne prese in mano una, la tastò e se la mise sotto il naso – sembrano buone. Spero che le altre tu le abbia buttate. Dammi tre o quattro di queste, un po’ di castagne da fare al forno e un paio di cachi, che piacciono a Giacomo”

Infilò tutto nel borsone che si portava sempre dietro.

“Ciao, sora Rosa”.

“Ciao, e non provare più a fregarmi!”

Il fruttivendolo, vedendola allontanare, espose di nuovo la cesta delle arance difettose, contando su clienti più alla buona.

Lei scendeva lungo Corso Mazzini con passo deciso, nonostante  avesse superato i cinquanta. Era alta e magra, vestita completamente di nero, comprese le scarpe di velluto. I capelli bianchissimi le ricadevano sparsi sul colletto del cappotto.

Quando arrivò davanti alla “Falegnameria Ceccarelli”, salutò di fretta il marito e il figlio Vincenzo, che non fecero neanche in tempo ad alzare la testa.

“Scusate, ma vado di fretta”.

Corso Mazzini, in quella giornata di novembre, sembrava più animato del solito: donne che facevano la spesa, ragazzi con i grembiulini neri e il fiocchetto che andavano a scuola, uomini dall’aria indaffarata, qualcuno con un attrezzo in mano. Sui balconi colorati di gerani, le donne annaffiavano i fiori, stendevano i panni e spolveravano le coperte di lana col battipanni.

“Buongiorno sora Rosa, cosa le do?”

“Buongiorno, tre etti di prosciutto, possibilmente non grasso come quello che mi dai di solito e le fette non farle troppo spesse. Capisco che fai fatica ad affettare, ma a questo punto un po’ di pratica dovresti averla fatta. Poi mi dai un chilo di spaghetti, tu sai quali, e una scatola di tonno sott’olio”.

Uscita dal pizzicagnolo e arrivata in fondo alla via, fece una curva stretta e si avviò lungo via San Rocco, dove i palazzi sembravano più grandi, come se lo spazio si aprisse, non più soffocato dal tempo e dalla storia che imprigionava le vie del centro.

Arrivò nel bar-ristorante di Barbara e Francesco, dove sua figlia si occupava della cucina insieme a una giovane del posto, mentre il marito presidiava il bar.

I rari avventori si affrettarono a salutarla:

“Buongiorno sora Rosa”

“Buongiorno… Buongiorno – poi, rivolgendosi al genero che era dietro il bancone in fondo alla sala – Dov’è Gabriele?”

“In cucina con la madre”

Il locale non era molto ampio e si sviluppava soprattutto in lunghezza, alla destra del bancone, una porticina portava alla cucina. Barbara e la sua aiutante stavano facendo pulizia e preparavano gli ingredienti che avrebbero utilizzato la sera. Durante il giorno funzionava solo il bar.  Gabriele, che aveva ormai un anno, era nel girello e andava a sbattere ovunque con la parte inferiore dell’attrezzo. Rideva ad ogni colpo, era biondo e aveva un sorriso irresistibile.

“Non è che poi si fa male?”

“No-nna… No-nna”, sillabò il piccolo.

“Vieni che ti prendo in braccio, prima che dai qualche testata ”.

“Mamma, ci sto attenta, cosa credi? Cosa ci fai qui?”

“Passo a vedere il bambino , che faccio?”.

“Concetta, prendi la lista e vai a comprare gli ingredienti che ci mancano. Cerca di essere qui prima di mezzogiorno, che poi io vado a casa”.

“Si, signora, vado”, disse la ragazza dirigendosi verso la porta”

Intanto Rosa si era seduta su una sedia con il bambino in braccio, il quale sembrava essersi quietato.

La nonna lo teneva stretto mentre guardava sua figlia agitarsi per la cucina.

”Se vuoi venire a mangiare da noi con Gabriele…”

“Grazie, ma ho già tutto pronto, sai che mi alzo presto…”

“Allora arrangiati”.

Rimise il bambino nel girello e si avviò verso via Armando Diaz, dov’era la sua abitazione.

Alle origini la casa aveva un solo piano. Giacomo, quando i figli stavano crescendo, aveva chiesto le autorizzazioni per un piano rialzato, dove ora abitava con sua moglie. Dal pianoterra aveva ricavato due appartamenti dove vivevano Alberto e Barbara con le rispettive famiglie. Davanti alla casa c’era un orto, dove venivano coltivate le verdure di stagione. In fondo, sulla destra, c’erano il pollaio e l’albero di pero. Gli ingressi alla casa erano indipendenti, al piano superiore si accedeva attraverso una scala di pietra che fiancheggiava il fabbricato.

Cominciò a fare i lavori di casa e a preparare il pranzo per sé ed il marito.

Non capiva perché era ossessionata da quel bambino, era tranquilla solo quando lo aveva davanti agli occhi. Non era stata la stessa cosa quando, tre mesi prima, era nata la figlia di Alberto, Rossella.

Verso le dodici e trenta si affacciò alla finestra e vide arrivare la figlia con il carrozzino. Francesco pranzava nel bar-ristorante, in attesa di servire il caffè agli avventori che approfittando della pausa dal lavoro, dopo aver mangiato, trovavano il tempo per una partita a carte.

“Il papà quando arriva?”

“Lo sai, verso l’una. Come sta il bambino?”

“Ha fame”

“Quando finirai di allattarlo?”

“Quando non avrò  più latte…”

“Non riesci a separarti”.

“Neanche tu mamma”.

………………..

Lungo via Vignola c’era un tratto dove il muro di contenimento e la fila di querce si interrompeva, e si formava uno spiazzo con una chiesa affiancata da un convento di suore di clausura. Da una porta laterale si entrava nel convento. C’era una stanza con una un grata attraverso cui le monache potevano parlare con eventuali visitatori. Di lato, c’era un grosso cilindro ruotante incastrato nel muro e sostenuto da due perni.

Il cilindro aveva una finestra, normalmente rivolta all’esterno. Serviva per le consegne. Una volta riempito, si suonava un campanello; il cilindro veniva ruotato, in modo che dall’interno potesse essere ritirato il contenuto.

Una mattina il campanello suonò che appena albeggiava, la suora che si avvicinò per prima sentì un pianto disperato e, quando girò il cilindro,  vide un esserino biondo con gli occhi pieni di lacrime che non finiva di urlare.  Era una bambina di circa tre mesi, la prese in braccio e cercò di calmarla, circondata dalle compagne che, nel frattempo, erano accorse.

Se la passarono di braccia in braccia e sembrava impossibile farla smettere, capirono che aveva fame. Chiamarono il sacrestano che stava facendo i preparativi per la messa del mattino e lo invitarono a procurare con urgenza un biberon e del latte artificiale.

Succhiato il latte, la bambina sembrò tranquillizzarsi. Appariva stremata. La distesero su una poltrona e le misero addosso una copertina. Le stettero tutte intorno fino a che si addormentò.

Il Parroco, Don Emidio, cercò di risalire ai genitori, ma dopo aver interrogato mezzo paese, l’impresa si rivelò impossibile. Quando non si sapeva più cosa fare, la sorella del sacrestano, che aveva appena perso una bambina durante il parto, si propose per adottarla.

Lei e suo marito la videro per la prima volta in chiesa.

“Marco, che ne pensi?”

“Una bambina normale”

“Piuttosto bella e bionda … in famiglia siamo tutti scuri di capelli. Non era così che avevo immaginato la mia bambina”. Cecilia, la futura madre, era una donna robusta, con i capelli e gli occhi neri.

“La vostra bambina è in Paradiso, e questa piccola non sarà mai come lei. Però vedrete che col tempo le vorrete bene come a una figlia”, disse il parroco.

Marco si staccò e cominciò a guardare gli affreschi sulle pareti della chiesa. La moglie prese in braccio la bambina e la cullò dolcemente.

“Sì, penso che ti vorrò bene, anche se sei così diversa. Ho i seni gonfi e la tristezza nel petto. Lo strazio che ho provato in questi giorni non riuscirò mai a cancellarlo, ma dedicarmi a te non mi potrà che fare bene. Credo, Don Emidio, che possiamo fare le pratiche per l’adozione”.

“Che tu sia benedetta Cecilia, questa piccola ha così bisogno di una mamma!”

“Allora abbiamo deciso?”, fece Marco, che si era riavvicinato.

“Sì, la chiameremo Rosa come mia madre”.

“Sarà contenta”.

“Mi ha fatto capire che ci teneva”

Crescendo, Rosa dimostrava sempre di più di essere completamente diversa dalla figlia che Cecilia aveva immaginato. Era esile e aggraziata, ma soprattutto era schiva. I fratelli,  Sergio, più grande di circa otto anni, e Mario, di cinque, con il passare del tempo avevano acquisito un certa soggezione nei suoi confronti.

Quando cominciò ad andare all’asilo dalle suore, la situazione non cambiò; partecipava a tutte le attività, ma senza lasciarsi coinvolgere. I suoi occhi non sembravano esprimere alcuna emozione. Si sottraeva agli scherzi o alle provocazioni degli altri bambini con un sorriso inespressivo.

Alle elementari si dimostrò giudiziosa e intelligente, però continuava a tenersi in disparte. Aveva sempre gli occhi fissi sulla maestra, come se non volesse perdersi neanche una parola. Appena arrivata a casa, dopo il pranzo, cominciava a fare i compiti. Poi giocava con la sua bambola. La considerava la sua bambina e continuava a vestirla e rivestirla, ma soprattutto le  piaceva tenerla in braccio.

Appena imparato a leggere, si era procurata dei libri di fiabe e per un bel po’ quella era stata la sua passione. Diventata grandicella, aveva cominciato ad aiutare sua madre nei lavori di casa.

Cecilia faceva la sarta, ed era occupata tutto il giorno; quindi, aveva poco tempo da dedicare a Rosa. Solo dopo le elementari, quando cominciò a insegnarle il mestiere, ebbero la possibilità di stare insieme.

Spesso lavoravano anche il sabato e la domenica, e rimanevano sole in casa. Marco nel pomeriggio andava all’osteria a giocare a carte, e spesso tornava a casa ubriaco. Sergio e Mario, per via della passione per il biliardo,  frequentavano  il bar di corso Matteotti, avevano la loro compagnia e cominciavano a frequentare le ragazze con un’intenzione diversa dal passato.

Rosa gestiva in tranquillità la sua solitudine, fino a che il suo carattere e i suoi modi ebbero una scossa per un episodio che le accadde a scuola, durante la prima media.

Una mattina aveva visto un posto libero in un banco di prima fila e si era avvicinata. “Posso sedermi accanto a te?”, aveva chiesto alla compagna. Quella la guardò di traverso, non sopportava il suo modo di isolarsi dal resto della classe, che scambiava per un atteggiamento di superiorità.

“No!”

“Perché no?”

“Perché no, e basta! Sei scostante e antipatica. Per questo neanche tua madre ti ha voluto!”

“Certo che mi vuole!”

“Quella vera dico…”

“Di cosa stai parlando?”

“Ragazzine, sedetevi e piantatela, che devo iniziare la lezione!”, disse la maestra.

Rosa sentì affiorare la rabbia, un sentimento che fino ad allora era riuscita ad ignorare. Finite le lezioni si avviò verso casa e andò  da Cecilia.

“Cos’è questa faccenda che non sei la mia vera madre?”

“Chi lo dice?”

“A scuola evidentemente lo sanno tutti, mentre a me non l’ha mai detto nessuno!”

“È vero…  volevo dirtelo, ma aspettavo che fossi più grande…”

Rosa se ne andò sbattendo la porta della sua cameretta. Una volta li, si stese sul letto e cominciò a piangere a dirotto. Nonostante le spiegazioni che seguirono, quella rabbia non l’abbandonò più. Il suo isolamento aumentò, non aveva amiche e sembrava concentrata solo sul lavoro.

Visse per dieci anni in una sorta di isolamento, fino a che non s’imbatté in Giacomo. Lui abitava proprio davanti a casa sua, la vedeva passare spesso e la trovava sempre più bella. Un giorno accompagnò sua madre dalla sarta, giusto per conoscerla. Lei era in un angolo che cuciva; disse “buongiorno”, e non li degnò di uno sguardo, ma il ragazzo non mollava facilmente.

“Cosa stai facendo?”

“Cucio, non lo vedi?”

“E cosa cuci?”

“È importante?”

“No, si faceva per parlare”

“Lascia perdere, non ne ho proprio voglia”

“Potresti essere più gentile”, disse Cecilia.

“Lasciali perdere, sono ragazzi”, fece la madre di Giacomo.

Ma lui non era facile da scoraggiare. Tutte le volte che la incontrava le faceva dei grandi sorrisi, si offriva di accompagnarla, le faceva complimenti: ora era il vestito, ora gli occhi, ora i capelli. Fino a che un giorno lei si fermò.

“Si può sapere cosa vuoi da me?”

“Voglio sposarti!”

Lei non rispose e guardò verso l’alto. C’erano dei nuvoloni minacciosi.

“Senti, prendi un ombrello e accompagnami, devo andare dal fruttivendolo”

“Corro in casa, aspettami!” Tornò dopo due minuti. “Andiamo”.

Lei si chiuse nel suo solito silenzio. Fecero la spesa, e quando, tornando, venne giù l’acquazzone che avevano previsto, si strinse a lui.

Sotto casa disse: “Dicevi sul serio?”

“Assolutamente”.

“Va bene, mi piaci. Anche se non so se sono innamorata di te”.

“E quando lo saprai?”

“Forse mai”.

Dopo sei mesi, compiuti tutti i riti previsti dalla tradizione, si sposarono.

                                                 …………………….

Giacomo era cresciuto nella falegnameria di suo padre, ed era diventato un artigiano con i fiocchi. Quando suo padre morì, allargò l’attività, aggiungendo ai lavori di riparazione la realizzazione di mobili su misura. All’inizio fu abbastanza dura, per lo scetticismo dei paesani, i quali però, dopo una serie di esperimenti riusciti, cambiarono rapidamente idea.

Ora, insieme a suo figlio e a un paio di aiutanti, riusciva a realizzare di tutto,

la sua specialità era la credenza a due corpi, arredo essenziale nelle case del paese. Si ispirava a uno stile tradizionale, così vicino al gusto di quei tempi che faceva fatica a stare dietro a tutte le richieste.

La fatica gli veniva anche dall’età, aveva ormai raggiunto i settant’anni e i nipoti, che stavano crescendo a vista d’occhio, non mancavano di rammentarglielo. Rossella e Gabriele avevano finito le elementari e le coppie del piano di sotto gli avevano regalato da poco altri due nipotini.

Negli ultimi tempi , inoltre, faceva fatica a respirare. Per questo la sera aveva preso l’abitudine di fare delle passeggiate andando verso la Colonnetta. I rami di quercia che si affacciavano sulla strada filtravano l’aria che, sospinta da un venticello leggero, soprattutto in certe serate autunnali, dava sollievo ai suoi polmoni.

Qualche volta lo accompagnava Gabriele. Lui era affascinato da suo nonno, soprattutto per il suo equilibrio. Non lo aveva mai sentito alzare la voce, appianava le questioni con saggezza, spesso con una fermezza che riusciva ad essere morbida e intangibile allo stesso tempo.

“Che bell’aria, nonno”.

“Speriamo che duri”.

“Certo che dura, cosa  vuoi dire?”

“Non hai mai sentito parlare di radiazioni nucleari? Non ci spareranno più in futuro, ci avveleneranno l’aria. Noi che siamo abituati alle nostre colline, ai nostri laghi, in cui ogni sospiro di vento ci fa sentire rinati. In futuro quel sospiro sarà carico di sostanze che ci entreranno nei polmoni distruggendoci da dentro”.

Non furono le radiazioni a distruggere Giacomo, ma un cancro ai polmoni di cui, nonostante i sintomi,  ci si accorse troppo tardi. Rosa, quando lo seppe, imbiancò in volto e non disse una parola. Cominciò ad accudire suo marito, costretto a letto più di quanto avesse mai fatto. Quando lui dormiva, rimaneva immobile in cucina, a testa bassa: non diceva e non pensava nulla, come se la sua testa fosse diventata un blocco granitico che gli pendeva dal collo.

Una sera Giacomo le prese la mano e gli disse:

“Ti ho voluto bene da sempre”

“Senza di te, Giacomo, non avrei mai cominciato a vivere”.

Fu una delle cose belle che Rosa riuscì a dirgli in tanti anni passati insieme, non perché non avesse voluto, semplicemente non era mai stata capace. Giacomo morì poco dopo, quando quelle ultime battute non avevano ancora finito di vagare intorno al letto dove, per tanto tempo, si erano scaldati stringendosi forte nelle notti d’inverno e, rimanendo vicini, avevano  potuto perdersi nei loro sogni.

“Senti, mamma, dobbiamo fare le nostre scelte”.

“Ma guarda un po’… ”.

“Il locale, qui a Vignanello, non rende abbastanza. Abbiamo due figli da mantenere. Quello di Montefiascone sul lago di Bolsena è un’altra cosa. Il proprietario è anziano e non vede l’ora di vendere”

“E i soldi dove li prendete?”

“Abbiamo qualche risparmio e quello che ci ha lasciato papà. Se non basta faremo un mutuo che pagheremo con l’affitto di questa casa. L’appartamento li è proprio sopra al ristorante, questo mi renderà tutto più facile”.

“E i figli?”

“Gabriele quest’anno comincerà le scuole superiori, ormai è grande. Vuol fare il geometra, per fortuna c’è un treno comodo per Viterbo”.

“Sei un’egoista, e i suoi amici? L’ambiente in cui è vissuto? Li i tuoi figli saranno soli, dato che anche tu sarai sempre impegnata con il ristorante cosa farà la piccola?”

“Non sono egoista, mamma. Carletta farà le elementari e il pomeriggio rimarrò con lei. La sera i ragazzi mangeranno con noi al ristorante”.

Rosa si affacciò alla finestra della casa della figlia, guardò l’orto, ricordò le discussioni con Giacomo per decidere le culture e su come distribuirle sul terreno.

“Siete bravi ad organizzare, ma non vi rendete conto di quanto sia importante avere un luogo a cui appartenere. Non so se l’ho mai avuto… ora mi rendo conto di quanto fossi aggrappata a tuo padre. Non riesco a non pensare ‘poveri ragazzi,’ ma forse avete ragione voi, bisogna guadagnare per vivere bene”.

“Mamma, non ti stiamo abbandonando!”

“Abbandonarmi? E chi ha parlato di abbandono?”

“La casa è grande e potrai stare con noi quando vuoi, c’è posto per un letto in più”.

“Sei impazzita? E Giacomo? Non ti rendi conto che la sera devo stare con lui?”

“Mamma, papà è morto!”

“Morto? Per voi forse. La casa è piena di lui: la foto del matrimonio appesa nella sala, i suoi oggetti sparsi in giro, l’armadio con i suoi vestiti in ordine, come li ho sempre tenuti, lo spolverino appeso all’attaccapanni.  E poi… senza il suo ritratto appeso alla parete a fianco del letto, la notte morirei di freddo!”

Barbara la abbracciò:

“Mamma non ti faremo morire di freddo! Io e Francesco verremo a trovarti il più spesso possibile con i bambini”

“E chi si fida? Verrò io con il pullman a controllare come vanno le cose, e la sera tornerò a casa”

“Così ti stancherai moltissimo”.

“E chi lo dice? Non sono mica vecchia!”

Passato qualche mese, Rosa vide che la porta di casa  di Barbara era aperta: dentro c’erano un sacco di oggetti e di mobili ammucchiati.

“Che succede! È questo il modo di tenere una casa?”

“Sora Rosa, stiamo facendo il trasloco”.

“Embè, fate in fretta, qui non siamo abituati al disordine!”, cominciò a salire le scale, rossa di rabbia.

…………………

Rosa decise che sarebbe andata a trovare Barbara e i suoi nipoti due volte a settimana. Il martedì e il venerdì, partiva da Via San Rocco  con l’autobus alle sei del mattino e tornava alla sera da Montefiascone alle 17:00. Per ogni spostamento impiegava circa tre ore. Due ore di bus, più i tratti a piedi.

Quando arrivava al paese di Montefiascone, collocato sul colle più alto dei monti Volsini, faceva un tratto di strada in discesa per raggiungere il ristorante. Da lì poteva godersi la vista del lago di Bolsena, una distesa di azzurro immobile pulsante di riflessi misteriosi, incorniciata dal verde delle colline.

A lei sarebbe apparso infinito come il mare, se non fosse stato per quella striscia di terra che appena s’intravvedeva all’orizzonte. Le veniva quasi da piangere all’idea di trovarsi li sola, davanti a quella vista sterminata, dove si sentiva svanire nel nulla.

Quel giorno passò a salutare velocemente la figlia e il cognato, poi s’infilò in una porticina:

“Vado su a dare una sistemata, poi preparo il pranzo per i bambini, così tu, Barbara, puoi lavorare qui tranquilla”

“Riposati un momento, mamma”.

“Sono stata due ore seduta sull’autobus. E poi non sono mica una vecchia!”.

In realtà, dopo la morte di Giacomo era piuttosto cambiata. I fianchi non erano più sottili come quelli di una volta e le gambe le si erano ingrossate e sembravano gonfie. Aveva raccolto i capelli a crocchia sulla nuca, esibendo le pieghe rugose che le deturpavano il viso e il collo. Spesso portava un fazzoletto nero sulla testa, che accentuava il suo aspetto di popolana, quasi un tentativo estremo di affermare la sua appartenenza.

Una volta in casa, fece i lavori di fino che Barbara, tra figli e ristorante, non trovava il tempo di fare. Verso le 12 andò a prendere Carletta dalla scuola, dove frequentava la quarta elementare. Sembrava triste.

“Cos’hai oggi?”

“Niente, nonna”

“Sei diversa”

“ I miei compagni continuano a chiedermi di dove sono. Cos’è Vignanello? mi chiedono”.

“Lo sanno benissimo.”

“Lo so nonna, mi prendono in giro”.

“Non dargli retta, fagli vedere quanto sei brava”.

“Ma io sono brava!”, rispose la bambina piagnucolando.

Rosa non rispose, la rabbia, che da quando le era uscita fuori non l’aveva più abbandonata, era li lì per esplodere. Fece fatica a contenerla per non spaventare la bambina.

Verso l’ora di pranzo arrivò anche Gabriele. Era diventato piuttosto alto per la sua età, i capelli biondi erano diventati castani. Raccontò alla nonna che la scuola che aveva scelto gli piaceva tantissimo. Parlò bene dei compagni e dei suoi insegnanti.

Ne frattempo Barbara li aveva raggiunti. Rosa la accolse con uno sguardo di fuoco. Gabriele tenne il filo della conversazione per tutto il pranzo, ma la nonna aveva sguardi solo per Carlotta, che era rannicchiata sulla sua sedia. Bionda ed esile, le ricordava una sua foto da bambina.

Finito il pranzo i ragazzi andarono a fare i compiti.

“Adesso sei contenta?”

“Di cosa parli mamma?”

“Di Carlotta I compagni la prendono in giro perché è di Vignanello”.

“Ci vuole un po’ di pazienza, deve inserirsi”

“Già, a te va bene così, non sai neanche di cosa sto parlando”

“Mamma, lo capisco benissimo!”

“Non capisci niente, invece, non hai la minima idea di cosa voglio dire. Tua figlia non ha più una casa, quelli che dovrebbero essere i suoi compagni di scuola sono degli estranei che non la vogliono”.

“Mamma stai delirando! Carlotta ha una famiglia!”

Rosa, che si era alzata in piedi, crollò sulla sedia: la testa le girava, aveva voglia di piangere.

“Forse hai ragione…  stasera non ce la faccio a tornare a Vignanello”

“Rimani da noi, non c’è problema, ti preparo il letto.

Quella notte, per alcune ore non riuscì a dormire. Provava un senso di vertigine, ogni volta che si girava  sul letto aveva l’impressione di scivolare lungo i bordi, quando si alzava i pavimenti sembravano dover svanire da un momento all’altro, scoprendo la realtà di un vuoto che solo  una strana illusione  le impediva di vedere.

Si addormentò che erano le quattro del mattino e incominciò a sognare.

Si rivide bambina. Camminava in mezzo a una foresta in cui gli alberi erano tutti uguali, non c’era un filo di vento e l’aria era sempre più scura. Il cielo stellato e la luna piena emanavano una luce fredda. La bambina continuava a camminare verso chissà dove e, stringendosi nei vestiti leggeri, si guardava intorno terrorizzata. Fino a che cominciò ad urlare…

“Mamma, cos’hai, non stai bene?” Barbara le era vicina con la camicia da notte.

“Ho fatto un brutto sogno…”

“Hai urlato più volte il nome di papà”

“Voglio tornare a casa da Giacomo”.

“Cerca di dormire un po’, domani ti portiamo, stai tranquilla”.

Barbara le si stese accanto a letto e la tenne abbracciata fino a che non la sentì addormentarsi di nuovo.

Il mattino dopo, appena vestita, scese in cucina dove la famiglia stava facendo colazione.

“Se non vi dispiace porto io Carlotta a scuola, c’è un bus per Vignanello subito dopo”.

“Grazie nonna”, fece la bambina.

“Mamma, sei stanca, stanotte non hai dormito per niente”.

“Non preoccuparti”.

Uscite di casa, prese per mano la bambina, tutta contenta di essere accompagnata da sua nonna.

“Siamo arrivate”

“Entriamo, voglio conoscere la tua maestra”

L’ insegnante era piuttosto giovane, stava sullo stipite della porta e sorrideva alle bambine, che entravano chiacchierando rumorosamente.

“Le posso dire una parola? Sono la nonna di Carlotta”.

“Dica pure, signora”.

“Lo sa che le sue allieve prendono in giro la mia nipotina perché è di Vignanello?”.

“L’avevo notato”.

“Non potrebbe fare qualcosa? Senno cosa ci sta a fare?”

……………………

Appena arrivata a casa, sentì qualcuno salire per le scale. Si girò e vide Alberto accompagnato da Rossella.

“Mamma, eravamo preoccupati ieri sera, quando non ti avevamo visto tornare. Poi abbiamo pensato che ti eri fermata da Barbara. Tutto bene?”

“Si, tutto bene”.

“Ho capito, sappiamo che stravedi per Gabriele”.

“Non dire stupidaggini, sono preoccupata per i ragazzi, Barbara e tuo cognato pensano solo al ristorante”.

“Mamma, questo non è vero!”

“Lo so. Sono io che sono sempre in ansia”.

“Comunque, nonna, anch’io stravedo per Gabriele”

“Zitta tu, scopetta! Mamma, perché tieni ancora sull’attaccapanni lo spolverino di papà?”

“Sono fatti miei. Ma tu, perché non sei al lavoro?”

“Devo sistemare delle cose in casa. Anzi ti lascio. Ciao mamma!”

Rosa avvicinò lo spolverino al viso per sentire l’odore di Giacomo, che aveva passato la sua vita in falegnameria.

“Sei già a casa?”

“Si, sono in camera”. Lei lo raggiunse. Lo trovò disteso sul letto.

“Non stai bene?”

“Il solito cancro, il medico dice che i miei polmoni sono ridotti ormai a uno spicchio di arancio. Come mai non sei tornata, ieri sera? Certamente ti sarai fermata da Bambara. Come stanno?”

“Stanno tutti bene, ho appena visto Alberto e Rossella, anche loro li ho trovati molto bene. Adesso ti lascio, devo sistemare la casa e preparare la cena”.

Mentre era in cucina, ricordò che dopo sposata non voleva saperne di avere bambini. Giacomo cercava di convincerla in tutti i modi, scegliendo i momenti giusti. Le parlava con dolcezza.

“Vuoi tenere tutto per te? Pensa che meraviglie saresti capace di mettere al mondo”.

“Forse si, ma poi li rovinerei con il mio carattere. Per me sposarmi è stata un’avventura, per fortuna che ho trovato te!”

“Un povero falegname, piccolo e non proprio bello…”

“Se non fosse per te, sarei un essere spuntato dal nulla che si guarda in giro sperando che qualcuno lo guardi”.

A questo punto lui le prendeva la mano: “Io ti ho sempre visto. Per me tu sei  sempre stata importante. Credimi, superato l’ostacolo sarai la madre più dolce del mondo. Io lo vedo quello che sei veramente. Fidati”.

Lei aveva sperato che un certo punto lui mollasse, ma non c’era verso. Un giorno bellissimo di primavera, tornando dall’orto pulsante di vita, sugli scalini di casa, lui le aveva detto per l’ennesima volta:

“Proviamo!”

“Va bene, proviamo, ma ti prendi tu la responsabilità se qualcosa non va…”, ed era scappata a chiudersi in camera.

Così era nato Alberto. Lei era ossessionata dalla paura di non stargli abbastanza vicino, non lo affidava mai a nessuno e se lo portava sempre dietro. Giacomo, con gli stessi modi di sempre, quando fu il momento la convinse a mandare il bambino all’asilo. Il distacco non fu facile, lentamente Rosa si rese conto che la sua presenza non era sempre indispensabile, e che doveva imparare a fidarsi degli altri.

“Giacomo, la cena è pronta, ce la fai ad alzarti, o preferisci che te la porti in camera?”

“No preferisco alzarmi, se mi dai una mano”.

Lei lo aiutò a sollevarsi dal letto e lasciò che si appoggiasse mentre lo conduceva in cucina. Il tavolo era apparecchiato per due, ma lei versò il cibo solo nel suo piatto e cominciò a mangiare. A un certo punto si alzò per accendere la radio.

“La mia malattia è grave, la fine è vicina, Rosa, dovrai abituarti a stare senza di me”.

“Ce ne andremo insieme, Giacomo”.

“Sono stanco, forse è meglio che torni a letto”.

“TI accompagno, metto a posto la cucina e poi ti raggiungo”.

Dopo un po’ era in camicia da notte e si infilava sotto le coperte. Guardò sulla parete il ritratto di suo marito e poi gli si rannicchiò addosso.

Gli anni passavano e Rosa aveva trovato un equilibrio dopo i cambiamenti degli ultimi anni.

I nipoti crescevano bene e Carlotta le aveva detto che, dopo un intervento della maestra, le compagne non la prendevano più in giro. Nonostante fosse più tranquilla, anche se non meno scorbutica, ora, vicina agli ottanta anni, sentiva sempre di più la stanchezza.

Poi arrivò la malattia. Lei, che aveva sempre avuto una salute di ferro, cominciò ad avere un serie di sintomi: era perseguitata da un senso di nausea e spesso vomitava dopo mangiato. All’inizio non ne parlò con nessuno, ma la situazione si aggravava di giorno in giorno, si sentiva sempre più stonata, nella sua testa qualcosa non funzionava. In una visita a Montefiascone, che fu l’ultima, emerse definitivamente  il suo stato confusionale.

“Mamma, ma cosa fai qui alle cinque del  pomeriggio?”

“Ma… ma co-co… cosa di…”

“Che vuoi dire?”

“Tu… tu, cosa di-ci? So-no le… le… no…”

“Vuoi dire che sono la nove? Ma come parli? Mamma, non stai bene!”

“Mac … macché”

“ Stai qui, ti faccio accompagnare a casa da Francesco”.

Il giorno successivo si chiuse in casa, mangiò il meno possibile per evitare di vomitare. Perse il controllo degli sfinteri, doveva cambiarsi continuamente, era terrorizzata che i figli e i nipoti la vedessero in quelle condizioni.

Faceva sempre più fatica a coordinarsi e le capitava spesso di cadere. Finalmente, non riuscendo a  rialzarsi, batté con una scarpa sul pavimento. Alberto e Vincenza, subito accorsi, la videro riversa a terra.

Già in allarme per quello che era accaduto nei giorni precedenti, la portarono immediatamente all’ospedale di Viterbo. La diagnosi fu di emorragia celebrale.

Rimase in ospedale per circa un mese, i figli andavano a trovarla quasi ogni giorno, spesso venivano anche la nuora, il genero e i nipoti. Le chiedevano, come stai?

Lei rispondeva:

“Ab-ab… abba… stanza.. be-bene”. Poi rimaneva in silenzio. Un silenzio pieno di angoscia. Alberto e Barbara le tenevano le mani, lei non reagiva e si limitava a guardare il soffitto. Dopo un mese, il medico che la seguiva li chiamò:

“Credetemi, abbiamo tentato di tutto, non c’è più nulla da fare, credo sia questione di giorni, se non di ore.”

“Grazie, per tutto quello che ha fatto”, fece Barbara.

“Dottore, a questo punto credo sia meglio riportarla a casa”, aggiunse Alberto.

“Si, credo anch’io ”.

Tornò in un pomeriggio di novembre, era di domenica. C’era una pioggerellina fitta e un vento che scompigliava il fogliame degli ortaggi. Tutta la famiglia era riunita intorno a lei, in quella camera così familiare:  l’armadio a doppie ante, la cassettiera, la toeletta, le poltroncine in fondo al letto rivestite con un tessuto fiorito; tutti mobili costruiti con legno di castagno, a cui la lacca aveva dato un colore marrone slavato.

Ci fu un momento di silenzio, gocce d’acqua cadevano sulle finestre chiuse, che lasciavano intravvedere i palazzi di tufo.

“Giacomo! – Rosa ora parlava in maniera fluida, rivolgendosi al marito che era accanto al suo letto – finalmente sei venuto a prendermi, ti aspettavo. Hai visto che bella famiglia? Anche in questo hai avuto ragione tu”.

Allungò il braccio verso di lui per prendergli la mano e spirò.


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