Gente del mio paese

4. Gabriella

Gabriella quando era diventata di moda la minigonna ci aveva pensato un po’ su. Non che non avesse delle belle forme, tutt’altro, ma le era sembrato un tantino azzardato. Fino ad allora, d’altra parte, era stato divertente notare che accavallando le gambe i suoi amici, tra quel vedere e non vedere, non finivano di sbirciare tutto ciò che s’intravvedeva sopra le ginocchia. Con la minigonna tutto sarebbe diventato più esplicito, ma, sicuramente, meno eccitante.

D’altra parte essendo considerata una ragazza carina e di buon gusto, non poteva non tenere conto delle evoluzioni della moda. Quindi tra le occhiatacce della mamma e della nonna, che trovavano sconcio quel modo di vestire,  aveva finito per indossarla. Il padre, che non si stancava di sentir lodare la figlia da amici e conoscenti, non si era affatto scandalizzato, ma, per non scontentare nessuno, le fece un timido rimbrotto.

Gabriella, oltre che graziosa, era anche brava a scuola e in quasi tutte le cose che faceva. Alcune sue coetanee, per invidia, le avevano dato il soprannome di ‘perfettina’.

Alle sue amiche più intime, Anna e Laura, passeggiando con lei in Corso Matteotti, non dispiaceva affatto avere addosso gli occhi dei ragazzi: ciò dava anche a loro la possibilità di essere notate. E poi le volevano bene. Gabriella, nonostante le sue qualità, si guardava bene dal darsi delle arie, ed era molto affettuosa.

L’incrociarsi degli sguardi durante la passeggiata serale del  sabato, ma soprattutto della domenica, consentiva ai giovani di studiarsi nella prospettiva di sviluppi futuri. Quel genere di cose a quei tempi, nel paese di Vignanello, procedevano molto lentamente; anche perché tutto avveniva sotto lo sguardo di amici e parenti più o meno stretti, e una volta fatta una scelta era difficile tornare indietro.

Questo non vuol dire che i ragazzi si scrutassero solo da lontano, c’erano le compagnie, i luoghi di incontro, le conoscenze consolidate nel tempo. Ciò non impediva però di guardarsi continuamente intorno; data l’importanza della scelta, c’era la necessità di ampliare il più possibile il campo delle possibilità, sfruttando fino in fondo ciò che il paese poteva offrire.

Gabriella da parte sua aveva messo gli occhi su Tommasino, uno alto, robusto, con un viso se non bello espressivo, che sfoggiava una notevole fiducia di sé. Era quest’ultima caratteristica che incuriosiva Gabriella, desiderosa di scoprire se dietro quella apparenza di sicurezza, che sfiorava l’arroganza, ci fosse qualcosa di concreto. Voleva metterlo alla prova, cominciò così a sfidarlo, fissandolo intensamente negli occhi ad ogni occasione, fino a che lui, una domenica, incurante delle amiche, le si piazzò davanti:

“Ciao Gabriella”.

“Ciao. Ci conosciamo?”

“Dai non fare la perfettina, in paese ci conosciamo tutti, almeno di vista”.

“Io a te non ti conosco”.

“E va bene allora, mi chiamo Tomassino”.

“E cosa vuoi da me Tomassino?”

“Volevo dirti che sei la migliore minigonna del paese!”

“Caspita, te ne intendi di abiti femminili!”

“Dai, hai capito cosa voglio dire”.

“Davvero?”.

“Scusami, volevo solo conoscerti”.

“Perché?”

“Chi non lo vorrebbe?”

“Non lo so”.

“Sei parecchio carina…”

“Ah, ho capito”.

“Scusate se m’intrometto – intervenne Anna rivolgendosi al ragazzo –Non siamo stati a scuola insieme? Se me lo chiedevi, avrei potuto presentarti”.

“Si, ma che gusto c’era?”, rispose lui ridendo.

“Ah, ti stai divertendo? Scusalo Gabriella, ogni tanto ha di queste uscite”.

“Va bene Tomassino, ora  che ci siamo conosciuti possiamo continuare la nostra passeggiata?”.

“Aspetta un attimo, posso offrirvi un gelato al caffè Moderno? Magari invitiamo anche i miei amici”.

“E chi sono i tuoi amici?”

“Angelo e Giacomo, lì vedete laggiù davanti al palazzo comunale?” E indicò due giovani, che li guardavano con l’aria di chi aspetta di vedere come va a finire.

Le ragazze sì consultarono con lo sguardo:

“Va bene, andiamo a mangiarci il gelato, ma sbrighiamoci perché s’è fatto tardi”.

Arrivati in Piazza della Repubblica, s’impose al loro sguardo il Castello Ruspoli che sfoggiava la forza della pietra antica a  incupire le mura a scarpa dei torrioni laterali. Nella parete centrale due file di finestre sovrapposte davano un tocco di eleganza, pur senza intaccare l’atteggiamento bellico della costruzione, che era circondata da un fossato e il sottotetto inanellato da beccatelli e merli.

Il Caffè Moderno era sulla destra davanti al castello. I giovani si sedettero sotto il pergolato  che fiancheggiava il lato sinistro del locale, costituito da una struttura in legno coperto d’edera, tutt’intorno le foglie verdi a cuspide di lancia. Da lì si poteva vedere il fondo del fossato. Vicino al torrione di destra c’era  il portone d’ingresso del castello, raggiungibile attraverso un ponte levatoio.

I tavoli erano di una pietra circolare biancastra con venature nere quasi impercettibili e supporti in ferro battuto. Appena seduti l’atmosfera cambiò completamente:

“Si dice in giro che giochi bene a calcio!”

“Allora un po’ mi conosci… Si,  gioco da centromediano”.

“Sembra un ruolo importante”.

“Beh, è il perno della difesa”.

“Ti facevo di più un attaccante… almeno da come ti comporti, ma, a pensarci bene,  sì, funzioni meglio in difesa”

“Anche voi giocate a calcio?”, fece Luisa.

“Io sì, Giacomo preferisce giocare a biliardo, così non deve correre”.

“E tu dove giochi?”

“Sono un attaccante un po’ scarso”, rispose Angelo.

“Beh, non è vero, hai un bel tiro, io in mediana e tu come centravanti siamo il perno della squadra. Diciamo che gli altri nove fanno da contorno”.

“Perché non li andiamo a vedere questi spacconi?” Anna e Luisa assentirono senza riserve.

“Quando giocate?”

“Domenica prossima alle quattro, sul campo di Talano, abbiamo sfidato i valleranesi”.

“Perfetto! Veniamo a farvi il tifo”, disse Anna che sembrava la più entusiasta.

Continuarono a chiacchierare allegramente per un bel po’. Giacomo ci tenne a spiegare la complessità del gioco del biliardo, ma la fece così lunga che Gabriella, per tagliar corto, disse  scherzosamente che non vedeva l’ora di ammirare le sue carambole.

Si lasciarono che si era fatto tardi, le strade erano ormai quasi deserte.

“Avete visto  come si fa con le ragazze?”, disse Tommasino.

“Come no, sei bravo a gestire queste situazioni…”, replicò Angelo con ironia.

……………………………….

Il campo di calcio di terra rossa e non completamente pianeggiante era circondato dai castagni, che con le loro chiome sterminate sembravano sfidare il cielo, che sfumava timido sopra il verde intenso delle foglie. I legni delle porte erano scoloriti e le reti un tantino sbrindellate. Nell’insieme una cosa alla buona, che non influiva, questo si capì subito, sul  feroce agonismo che armava le due squadre. La rivalità tra i giovani di Vignanello e quelli di Vallerano era proverbiale e non erano infrequenti le sassaiole fra gruppi rivali.

I giocatori  non avevano una divisa. Solo l’arbitro si distingueva per una maglietta rossa che spiccava fra le altre, anche se si sapeva in partenza che le sue decisioni avrebbero avuto un impatto relativo. Le questioni più controverse sarebbero state discusse dai due capitani, consapevoli che, nella maggior parte dei casi, era meglio trovare un compromesso per evitare incidenti.

Le tre ragazze arrivarono insieme a Giacomo, quando la partita stava per iniziare, e si sedettero sull’erba appoggiandosi al tronco di un castagno. Gabriella maledisse la sua minigonna quando i giocatori, vedendoli arrivare, si voltarono verso di loro facendo qualche commento salace. Tommasino e Angelo agitarono le braccia in segno di saluto. Poi ci fu il calcio d’inizio.

Effettivamente Tommasino dominava la sua area, stroncando in partenza le iniziative degli avversari. La sua prestanza fisica era evidente, a differenza di Angelo che, muovendosi furtivo  nell’area avversaria, con il suo aspetto esile, sembrava a tratti scomparire. Gabriella, che in partenza era partita per ammirare le prodezze dell’aitante centromediano, si sorprese a cercarlo ripetutamente in quel groviglio di gambe.

Per la verità anche la sera prima era rimasta colpita dal suo viso spigoloso circondato da una cornice di capelli castani.  Il suo sguardo, nonostante il luccichio degli occhi verdi, era schivo; parlava poco, ma sembrava dire sempre la cosa giusta. Manifestava,  rispetto agli altri presi a decantare le proprie imprese, un interesse nei suoi confronti che andava al di là della minigonna o quant’altro. L’ammirazione  che leggeva nel suo sguardo  aveva qualcosa di diverso che la riempiva d’orgoglio.

Comunque non fu per nulla sorpresa, quando, a fronte di un cross particolarmente insidioso, lo vide spuntare al momento giusto per infilare una palla imprendibile nella porta avversaria.

Tutti corsero ad abbracciarlo urlando: “Angelo, sei grande!”, se lui per un verso ricambiava gli abbracci, per un altro sembrava volerli schivare. Si capiva che, per ripetere l’impresa, doveva scomparire di nuovo.

Com’era prevedibile gli avversari invocarono il fuorigioco affollandosi intorno all’arbitro, il quale dichiarò timidamente:

“Per me  il goal è valido”.

“Per forza! Sei cecato!”

“Ma chi ti ci ha messo a fà l’arbitro!”

“Ma guarda questi, ma dove l’avete visto il fuorigioco? – risposero in coro i Vignanellesi – Beccateve ‘sta castagna e palla al centro”.

Tomassino andò davanti a Dario, uno scricciolo dai capelli rossi, il capitano degli avversari e lo guardò negli occhi:

“Allora volete la rissa?”

“E’ fuorigioco, ma lasciamo perde, tanto prima della fine ve ne famo quattro o cinque. Dai ragazzi palla a centro, sennò ce tocca menalli!”

Durante tutta la discussione Angelo si era tenuto in disparte, come se la cosa non lo riguardasse. Continuò a giocare tenendosi fuori dalle risse che si ripeterono frequenti durante la partita che finì in pareggio, due a due, lasciando tutti scontenti.

I giocatori prima di ritornare ai rispettivi paesi si cambiarono le magliette sudate e i calzoncini e si incamminarono verso casa, non senza scambiarsi nel frattempo qualche battutaccia.

Tommasino e Angelo andarono verso i loro amici:

“Ma litigate sempre così?” Chiese Gabriella.

“Non sempre, dipende dalle partite. Quando giochiamo tra noi non succede”.

“Tommasino, mi sa che oggi non eri in forma, ti sei fatto fare due goal”.

“Hei! Non ci sono mica io solo in difesa!” Intanto si erano seduti in circolo sull’erba:

“Beh è vero che voi due siete il perno della squadra, Angelo non si vede, ma quando spunta sono guai”.

“L’avevo detto che è forte”.

“Che bella giornata ragazzi, siamo ancora a maggio, ma fa già un bel calduccio.- fece Giacomo distendendosi sull’erba e aggiunse – Hei, adesso ragazzi basta con il calcio”.

“Ha ragione, – intervenne Laura –  Ci siamo appena conosciuti e abbiamo tante cose da dirci…”

“Già ognune ha le sue, io vi ho parlato del biliardo, lei, nonostante l’aria innocente e quelle treccine bionde, me ne ha dette di belle sui gusti estetici dei Vignanellesi! Ha esperienza, aiuta i genitori nel negozio di abbigliamento di Corso Matteotti”.

“Ok, basta con il calcio Giacomo, tieni però presente che la tua pancia sta crescendo in maniera esponenziale e un po’ di movimento non ti farebbe male…”

“Ma,– fece Laura – io lo trovo carino anche così”.

Stettero lì  a parlare guardandosi intorno. I castagni distanziati tra loro potevano bearsi dell’ultimo sole. Il calare  della sera ammorbidiva il verde vivo dell’erba priva di arbusti, che si estendeva contrastando  la rudezza dei tronchi che si disperdevano all’infinito.

“E’ ora di andare”, disse qualcuno alzandosi e avviandosi verso il paese.

Gabriella si affiancò ad Angelo:

“Non ti avevo mai notato in paese”.

“Non sei l’unica”.

“Perché, sei trasparente?”.

“Chissà, forse si. Io invece ti ho notato e come!”

“Ci risiamo con la minigonna?”

“Magari c’è anche quello, però soprattutto mi piace il tuo sorriso”.

“E cos’ha il mio sorriso?”

“Non so… È accogliente. Per questo molte volte mi è venuta voglia di avvicinarti, poi ho sempre finito per tirarmi indietro”.

“Sei timido?”

“Tu dici? Di solito sto per conto mio. Non che non mi piaccia stare con gli altri, ma ho sempre da fare. Quest’anno ho gli esami di maturità… devo impegnarmi; mio padre lavora a mezzadria e quando posso gli do una mano in campagna. Per i miei è stata dura farmi studiare”.

“Ecco… forse ti ho visto qualche volta sulla Roma Nord, anch’io devo fare l’esame di maturità, sto finendo le magistrali. Si…  forse ti ho visto, ma con tutta quella gente, capirai… mezza provincia va a fare le medie superiori a Viterbo”.

“Hei, di che parlate?” Irruppe Tommasino, che si sentiva tagliato fuori.

“Di scuola”,

“Già, io ho mollato, devo aiutare mio padre in negozio. Abbiamo una bella attività e lui da solo non ce la fa più”.

“Una bella scusa, sei sempre stato un testone: scherzo naturalmente. Tuo padre fra negozio e magazzini rifornisce tutto il paese”.

“Un ricco negoziante, insomma! Anche questo lo sapevo, ma quella volta volevo prenderti un po’ in giro”, fece Gabriella.

“Beh, ragazzi quando la smetterete di sfottere? A proposito, sabato prossimo organizzo una festa a casa mia. Spero che ci saremo tutti. Adesso lo dico anche agli altri… Intanto direi di andarci a bere qualcosa”.

………………………….

La casa di Tommasino era bella e grande, la festa si svolgeva in un salone, le poltrone erano state spostate lungo le pareti, insieme alle  poltroncine recuperate dalle altre stanze. Su un tavolinetto era stato collocato un grammofono e una pila di dischi da 78 giri. Gli invitati erano una ventina, quasi tutti si conoscevano fra loro. C’era solo un ragazzo di fuori che Tommasino si affrettò a presentare agli amici.

“Questo è Paolo, di Terni, suo padre è geometra e ci sta aiutando a sistemare i magazzini. Non conosce nessuno di voi, e quindi trattatelo bene, niente figuracce e facciamogli vedere che noi Vignanellesi siamo ospitali”.

“Piantala di darci lezioni Tommasino, qui l’unico che può farci fare brutte figure sei tu. – disse qualcuno ridendo e aggiunse – Piacere Di conoscerti Paolo”. Poi uno ad uno strinsero la mano al nuovo arrivato. Le ragazze ci misero un particolare entusiasmo e due o tre di loro cercarono di approfondire la conoscenza:

“Cosa fai studi?”.

“Si, faccio il primo anno di ingegneria, mio padre mi ha quasi obbligato”.

“Nientemeno… Sai che hai una bella maglietta! Di quel tipo lì da noi non si trovano”.

“Hei ragazze, Terni è a un passo”.

“Certo per chi ha la macchina…”

Nel frattempo Tommasino che armeggiava intorno al grammofono aveva messo su “24.000 baci“ di Celentano:

“Dai ragazzi che ci scaldiamo un po’…”

Il nuovo arrivato, di media altezza, magro, occhi e capelli neri, vestito con jeans Lewis e maglietta blue navy, faceva una certa figura. Si rivelò fra l’altro un ottimo ballerino di rock, con movenze che non si erano mai viste da quelle parti, come se  interpretasse una versione più evoluta del ballo.

Tutte facevano a gara per accoppiarsi con lui. Quando le prendeva per la mano, facendole girare su sé stesse, sorridevano felici. Gabriella era stupita da quello spettacolo. Non aveva mai visto nessuno avere un successo tanto immediato. Perfino gli uomini ballavano con uno sguardo rivolto verso di lui cercando di imitarlo.

Lei era rimasta seduta sul divano, con un abitino beige che sua madre le aveva comprato per la festa, le arrivava alle ginocchia e aveva una cintura che le stringeva la vita mettendo in evidenza le sue forme:

“Senza il bisogno di esibire alcunché,” aveva detto la madre.

“Anche perché ci vuole ben altro per attirare gli uomini giusti” le aveva fatto eco sua nonna.

“Questo vestito ti sta proprio bene,- disse infatti Angelo, mentre gli si sedeva accanto – È intonato con i tuoi occhi e i tuoi capelli”.

“Hanno un colore particolare?”

“Quello delle castagne mature”.

“Mi piace… per fortuna che tu eri quello timido!”

“Questo l’hai detto tu”

“Hai ragione, allora invitami, sai ballare il rock?”

“Beh, me la cavo”

Era diverso dagli altri ballerini, si agitava di meno e si muoveva con una certa eleganza. Gabriella si lasciava condurre e provava un senso di abbandono. Sentiva che i loro passi si sintonizzavano in maniera istintiva e che potevano a guardarsi negli occhi senza che, una movenza avventata, scombinasse quell’inaspettata armonia.

E ciò continuò con più intensità, quando qualcuno mise “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli.

Angelo, nonostante l’intimità che si era creata tra loro, non cercò di stringerla, anche se i suoi occhi verdi rimanevano incollati sul suo viso.

“Adesso tocca a me!” Li interruppe improvvisamente Tommasino.

“E chi l’ha detto?” Reagì lei sorridendo.

“Con Angelo ci diamo sempre il turno”.

“E io non conto?”

“Ci mancherebbe tu sei la protagonista”, replicò prendendola per la vita, mentre Angelo si allontanava dandogli una pacca sulle spalle. Lei sentì subito la differenza, lui conduceva il ballo con molta energia e a lei non rimaneva che seguirlo. Comunque non era difficile, anche lui era bravo come ballerino. Si premurò soltanto di poggiargli le mani sulle spalle, in modo che non potesse avvicinarsi più di tanto.

“Credevo di piacerti almeno un po’”.

“In realtà mi piaci moltissimo.”

“Allora perché sei così rigida”.

”Come giocatore di calcio voglio dire.”

“E il resto?”

“Non è male.”

“Gabriella, credo di essermi preso una cotta per te.”

Ci fu un momento di silenzio. Lei si guardò intorno, come spesso accadeva, quando partivano i lenti le luci si attenuavano. Molte coppie si stringevano e si isolavano dagli altri. Nell’aria rarefatta qualcuno girava per la stanza in cerca di non so cosa. Notò che Laura aveva le braccia intorno al collo di Giacomo, mentre Anna sedeva con aria annoiata su una delle poltroncine.

“Tommasino, io no”.

“L’avevo capito, ma io continuerò a farti la corte, non ne posso fare a meno… ti piace qualcun altro?”

“Per ora no”.

“E’ già qualcosa”.

In quel momento entrò la mamma di Tommasino con un vassoio di paste e delle bibite. Ci fu un applauso, le luci ripresero a brillare e tutti si servirono, compresa Gabriella che, con in mano un dolce e nell’altra un limonata, andò verso Anna che  intanto si era messa alla finestra. Di sotto si vedeva il terrazzino della Porta del Vignola coronato da due globi. Poi, a scapicollo il borgo, che quella sera appariva deserto.

Anna era una ragazza piccola e paffuta, che Gabriella considerava molto intelligente, nonostante la sua conversazione fosse spesso laconica e non lasciasse trapelare i suoi sentimenti.

“Perché non ti dai un mossa? Adesso ti metti addirittura alla finestra”.

“Forse mi annoio”.

“Non c’è nessun ragazzo che t’interessa?”

“Nessuno in particolare, ma mi sto guardando in giro”

È tutto il pomeriggio che ti guardi in giro”.

“Beh, non si sa mai. E a te  come è andata?”

“Cosa?”

“Con Tomassino voglio dire…”

“E come doveva andare?”

“Ero sicura che ci avrebbe provato.”

“L’ha fatto”.

“E allora, coma hai reagito dall’alto del tuo splendore?”

“E allora niente, cosa ti aspettavi?”.

“L’hai visto quello di Terni? Paolo?”

“Si, un bel ragazzo e sembra anche simpatico”.

Dopo il rinfresco ripresero i balli, ma si stava facendo sera e non si andò avanti ancora a lungo.

Cominciarono i saluti. Finalmente Paolo le si avvicinò:

“La più bella ragazza della festa!”

“E’ per questo che mi hai evitato?”

“Pensavo fossi la ragazza di Tomassino”, rispose lui imbarazzato.

……………………………………………….

Giù alla valle la famiglia Pacelli aveva un magazzino pieno di balle di fertilizzanti e un distributore di benzina. Tommasino lavorava spesso lì per conto di suo padre. Per non imbrattarsi indossava uno spolverino grigio che era una specie di divisa di famiglia.

La mattina vedeva passare gli studenti che si avviavano verso la Roma Nord per andare a Viterbo. Gli veniva da pensare che lì in mezzo c’era anche Gabriella e questo aumentava il suo senso di estromissione. Molti dei suoi compagni avevano continuato gli studi, e questo li rendeva diversi da lui, si creava tra loro una distanza che aumentava con gli anni.

È vero che la sua famiglia era una delle più ricche del paese, ma delle volte ce l’aveva con suo padre che lo aveva convinto a non continuare gli studi, “cosa te ne fai? Aiutami piuttosto a portare avanti l’azienda, vedrai che belle soddisfazioni quando gli affari vanno bene! E noi in questo senso non possiamo proprio lamentarci!”

Quando il treno partiva provava un senso di solitudine, gli sarebbe piaciuto essere anche lui seduto dentro qualche vagone a dire le sue fregnacce insieme agli altri, o magari a dare l’ultimo ripasso prima di un’interrogazione.

Era ancora innamorato di Gabriella, ogni tanto la incontrava:

“Ciao, tutto bene?”

“Sì, ma sono presa fino al collo, devo dare gli esami di maturità”

“Peccato, volevo invitarti a fare un giro in macchina. Beh, forse, appena finito gli esami?”.

“Dovrò impegnarmi a cercarmi un posto d’insegnante, magari come supplente… credimi non è un bel periodo. Magari in agosto potremmo organizzare una gita tutti insieme”.

Quando era ancora in ballo con gli esami, la si vedeva spesso arrivare al mattino insieme ad Angelo. Da come si parlavano si intuiva un’intesa che gli dava un senso di esclusione. Era persino pentito di essersi sbilanciato alla festa. Aveva il suo orgoglio.

Un giorno  Angelo venne a fare benzina  in sella a una vecchia moto:

“E tu da dove arrivi?”

“Ho appena finito di parlare con il sindaco, forse mi prendono nell’ufficio di ragioneria”

“Fantastico! E quanto ti danno?”

“Non molto credo, ma è un modo per cominciare.”

“Dove l’hai preso questo rudere?”

“La moto dici? Me l’ha regalata mio padre per la promozione, è vecchia ma va bene.”

“Allora anch’io ti faccio un regalo, la benzina è gratis.”

“Grazie, ma vorrei pagare.”

“Piantala! Senti, dovrai provare la mia cinquecento Abarth. Ha un tenuta di strada che neanche te l’immagini”

“Perché no? Alla prima occasione…”

“Va bene, allora ciao e.… salutami Gabriella e non portarla su quella moto, ci tengo a quella ragazza”.

Angelo sorrise e, senza rispondere, accese il motore e partì. Gabriella, guarda caso, lo aveva pregato di accompagnarla con la moto da via San Sebastiano, dove abitava, alla scuola elementare, in Viale Vignola, Aveva un appuntamento con la preside.

Quando arrivò lei lo aspettava sulla porta, salì sulla moto lo strinse con le braccia intorno ai fianchi. Angelo sentiva le sue ginocchia sulle sue cosce. Ringraziò Iddio che non portasse la minigonna, altrimenti avrebbe finito per sbandare. Quando arrivarono lui rimase ad aspettarla. Si sedette sui gradini  guardando verso la parete di querce che fiancheggiava il viale.

Quando Gabriella tornò aveva lo sguardo felice:

“Mi ha detto che vede delle concrete possibilità di affidarmi delle supplenze, non è stata in grado di indicarmi dei periodi, ma mi ha detto che le piaccio molto e farà il possibile”.

“Anche a me piaci molto”

Lei gli si sedette accanto e gli si appoggiò la testa sulla spalla, erano le 18 di un pomeriggio di luglio e c’era un sole diffuso che filtrava tra i rami degli alberi.

“Con te mi sento al sicuro”.

“C’è qualcos’altro che ti piace di me?”

“I tuoi occhi verdi, come mi guardi, come riesci a starmi vicino. Com’è andata con il sindaco?”

“Ha detto che c’è un posto libero nell’ufficio di ragioneria… ci sono buone possibilità. – le prese la mano – Mi sembra che stiamo costruendo qualcosa”.

“Ti prego non guardarmi”.

“Perché?”.

“Piuttosto continua a stringermi la mano”.

“Come vuoi”.

“Stringimi la mano”, ripeté. Il suo sguardo era perso tra il terrapieno di tufo che sosteneva le querce, le strisce di prato davanti alla scuola, i rondoni che volavano felici, era come stordita…

“Guarda chi si vede, la più bella del paese! Ciao Gabriella”, era Paolo.

“E tu che ci fai qui?”

“Sai che c’è una parte della scuola ancora in costruzione. Mio padre dirige i lavori, mi ha chiesto di dargli una mano”.

“Allora magari ci vediamo così parliamo con più calma, adesso scusa, sono un po’ di fretta, devo salutarti, ho delle faccende da sbrigare, per fortuna che c’è Angelo che mi da un passaggio con la moto”.

“Hei, c’è anche  Angelo, scusa non ti avevo notato”, disse stringendogli la mano.

“Non preoccuparti è normale”.

……………………….

Discussero a lungo sull’organizzazione di una gita alla Faggeta, un paradiso che si allargava per cinquanta ettari fra i monti Cimini. Poi Tommasino prese in mano la situazione: aveva finalmente l’occasione di mostrare ai suoi amici le prestazioni della sua cinquecento. Così una mattina s’incontrarono sulla piazza del paese, alle 9 del mattino.

Oltre alla cinquecento, su cui furono obbligati a salire Giacomo, Angelo e Gabriella, c’era la macchina di Paolo, il quale, sollecitato da Tomassino, che l’aveva trascinato in quell’avventura, aveva chiesto in prestito la seicento a suo padre. Oltre a Luisa e Anna lui trasportava due giovani, un ragazzo e una ragazza che erano arrivati all’ultimo minuto e che al momento nessuno riconobbe.

Partirono in perfetto orario, Paolo, non sapendo bene dove sarebbero andati a finire, seguiva la cinquecento, che procedé ad andatura normale fino a Canepina. Poi ebbe un’accelerazione improvvisa.

“Adesso ragazzi tenetevi forte”.

“Perché cosa vuoi fare?” Chiese Gabriella.

“Vi faccio vedere la tenuta”.

“Cosa vuol dire?”

“Adesso lo vedi”

La macchina  cominciò a prendere le curve ad una velocità tale che sembrava impossibile non andare fuori strada, le gomme stridevano isteriche e i passeggeri erano sballottati da una parte all’altra.

“Ma la vuoi piantare!”

“Calma ragazzi è tutto sotto controllo”.

“Un cavolo”, urlò Gabriella. I due ragazzi se ne stavano pallidi in silenzio, cercando di ancorarsi ai sedili. La cosa durò per qualche chilometro. Poi la macchina si fermò ai lati della strada.

“Cosa ne dite?”

“Che sei un cretino!”

“Veramente un’ottima tenuta”, fece Angelo impassibile.

“Concordo”, aggiunse Giacomo.

“Siete una banda di scimuniti, – e vedendo arrivare la seicento, aggiunse – fammi scendere che cambio macchina”

“Prego cara”, Tomassino scese spostando in avanti il sedile in modo che potesse uscire.

“Hei, ti avevo perso”, urlò Paolo.

“Tranquillo lo spettacolo è finito, puoi far salire la mia amica?”

“Ma non ci stiamo”.

“Ho capito, mandami Gianna”. Gabriella ebbe un sobbalzo:

“Ci ho ripensato, io rimango qui. Fammi salire. Continua pure a fare il pazzo”.

Gabriella l’aveva finalmente riconosciuta, Gianna era stata la sua rivale delle medie, una mora dagli occhi spiritati anche lei carina e abbastanza brava, ma con cui era impossibile arrivare a patti. L’unica modalità di competizione che conosceva era la guerra a tutto campo. Era stata lei ad affibbiargli il soprannome di “perfettina”, con un evidente intento ironico.

Gabriella, dopo qualche tentativo di pacifica convivenza, si era detta “E guerra sia”. Dopo le medie non si erano più frequentate, ma qualche raro incontro e qualche battuta detta al volo erano lì a testimoniare che le ostilità non si erano mai chiuse.

”Da dove spunta fuori quella?”

“L’ho invitata io, è una bella ragazza e la trovo anche simpatica “, fece Tommasino.

“Hai una bella confusione in testa in fatto di donne!”

Quando arrivarono alla faggeta e incominciarono a inoltrarsi fra le piante gli animi si calmarono. Forse fu il silenzio. O magari la frescura: le chiome degli alberi, lungo il sentiero stretto, imbrigliavano i raggi del sole e la luce sembrava smorzarsi in un vago chiarore, che accarezzava il verde delle foglie e dei rami.

I fusti delle piante centenarie, che puntavano verso il cielo, raggiungendo fino ai duecento metri, erano così fitti da limitare la portata dello sguardo. Le radici sporgenti afferravano il terreno come artigli, la cui morsa era addolcita dal verde morbido del muschio.

L’altro sconosciuto, che Tomassino presentò a tutti prima di procedere era un giovane timido che lo aiutava nel lavoro e si chiamava Matteo. Sembrò perso per tutto il tempo, salvo qualche breve osservazione qua e la a cui nessuno fece caso.

Non si stancavano di camminare e di guardarsi intorno, Anna si avvicinò a Gabriella indicando Giacomo e Laura:

“Chi li stacca più quei due”.

“Delle volte è tutto così semplice…”, rispose l’amica pensierosa.

“Cosa vuoi dire”.

“Niente. Hai visto quella stronza di Gianna?”

“Non capisco dove Tommasino l’è andata a scovare…”

“Vai a capire”.

“Sei gelosa? Nonostante il tuo splendore, viglio dire”.

“No, solo seccata, non avevo nessuna voglia di vederla”.

Verso l’una, gli uomini tirarono fuori dalle bisacce formaggi e affettati. Tutti si sedettero in cerchio con in mano piatti e posate di carta. Spuntarono fuori anche bottiglie d’acqua e vino e i relativi bicchieri. Erano tutti affamati.

Gabriella e Gianna, in perfetta sintonia, si sedettero a fianco di Tommasino.

“Beh, un posto meraviglioso, c’ero già stata, ma ogni volta mi sembra più bello”, fece Laura. Giacomo assentì con la testa.

“Dobbiamo ringraziare chi ha organizzato tutto questo, veramente bravo”, disse Gabriella.

“Ossia io?”

“Senza di te non ne saremmo mai venuti a capo, sei un leader naturale qui come al calcio”.

“Grazie, scusa se prima ti ho fatto spaventare”.

“Stai scherzando? Era la mia prima esperienza, ma a ripensarci,  per fare quei numeri bisogna saper guidare”.

“Gabriella, che succede? Non mi avevi mai parlato così”.

“Non lo so… mi rendo conto che sei bravo in tutto e poi… Sei un ragazzo d’oro” Disse posandogli una mano sul ginocchio.

“Sono d’accordo, è un ragazzo fantastico!” disse Gianna. Ma Tomassino sembrò non sentirla e continuò a rivolgersi a Gabriella:

“Detto da te è veramente un bel complimento!”. A quel punto la potenziale avversaria si alzò bruscamente allontanandosi.

“Abbiamo fatto arrabbiare qualcuno. Beh, adesso però tu non montarti la testa. – Poi Rivolgendosi al gruppo – Che ne dite, è ora di tornare?

Tutti si alzarono per tornare alle macchine. Durante il tragitto Paolo le si avvicinò.

“Sei veramente perfida, farai impazzire il mio amico Tomassino”.

“In realtà ce l’avevo con quella stronza!”

“Questo l’ho capito, ma chi ci va di mezzo è lui”.

“Io a Tomassino voglio bene e tutto quello che ho detto di lui lo penso veramente”.

“Ma non sei innamorata di lui…”

“Perché dovrei?”

“No non sei obbligata. Cambiando discorso, volevo farti un proposta. Hai mai visto la Cascata delle Marmore?”

“No, ma mi piacerebbe”

“Allora perché non ci andiamo insieme, diciamo sabato prossimo?”.

“… Non so… non so se posso”.

“Perché no? … a meno che tu non abbia degli impegni…”

“No, nessun impegno, quando mi passeresti a prendere?”

“Alle 14:30”

“Va bene, ma ricordati che la sera non posso far tardi”.

Verso le otto la comitiva si ritrovò nel punto da cui erano partiti. Durante il viaggio Gabriella aveva pensato ad Angelo e si rese conto che, completamente presa dalla presenza di Gianna, l’aveva quasi ignorato e, quando lui aveva cercato di avvicinarla, gli aveva risposto distrattamente. Ora  sentiva un forte senso di colpa.

“Angelo mi accompagni a casa?”.

“Certo”, rispose lui gentilmente. Fecero il tratto di strada in silenzio, La luna spuntava da dietro il castello, dove tutte le luci erano spente. Scuro e chiuso in sé stesso, sembrava incombere sui loro pensieri. Davanti al portone si trovarono vicini, uno di fronte all’altra. Lei gli pose una mano sulla testa e gli scompigliò i capelli.

“Scusami”, disse, andando verso casa.

……………………………

Antonio Agnesini, Il padre di Gabriella, era il proprietario di un terreno coltivato a vigneto Il vino prodotto veniva custodito in una cantina scavata nel tufo in via San Sebastiano, proprio davanti alla sua abitazione nella quale, al piano terra, c’era un magazzino nel quale teneva gli attrezzi e i prodotti per la campagna.

Quel sabato mattina  Tomassino, era arrivato con un camioncino carico di balle di concime che stava scaricando con l’aiuto di Matteo sotto lo sguardo attento di Antonio. Quando dal portone principale spuntò Gabriella, tutti si girarono, il suo amico, piacevolmente sorpreso, posò a terra un sacco, si scrollò via la polvere dallo spolverino, e la raggiunse.

“Dove vai di bello?”

“Vado a fare la spesa così do una mano a mia madre”.

“Passerai senz’altro dal mio negozio di alimentari”.

”Perché è l’unico?”

“Scherzavo, piuttosto cosa fai stasera? Sai che alla Colonnetta c’è quel nuovo bar, si chiama Holiday. Hanno anche il jukebox  e fanno un ottimo gelato”.

“Purtroppo oggi pomeriggio sono impegnata”.

“Cosa fai di bello?”

“Vado a vedere la Cascata delle Marmore”.

“Con chi?”

“Con Paolo, perché?”

“Bello stronzo!… Comunque per un attimo ho pensato che fosse Angelo  a portarti con quel suo rottame. Evidentemente i miei amici sono tutti meglio di me”.

“Questo non è vero. Piuttosto sono meno ricchi, non so i sacrifici che hanno fatto i genitori di Angelo per comprargli quella moto che tu disprezzi tanto”.

“Però tu preferisci la seicento di Paolo, che, per di più, è uno di città e studia ingegneria!”

“Non buttarti giù adesso, anche tu hai i tuoi pregi, per esempio sei un ottimo centromediano”.

Tomassino si voltò e tornò al lavoro senza salutarla. Riprese ad accatastare le balle, buttandole giù con rabbia.

“Così le spacchi, – disse preoccupato Antonio – ma cosa ti ha detto mia figlia?”

Anche Gabriella era molto nervosa, attraversò, con sottobraccio la borsa della spesa, Piazza della Repubblica e scese verso corso Garibaldi, dove incontrò Laura.

“Hei, ciao”

“Ciao, la sai l’ultima?”

“Dimmi”.

“Ho incontrato per strada Matteo, quello che abbiamo conosciuto alla faggeta. Aveva una bombola sulle spalle, l’ha posata e si è messo a parlarmi. Io ero stupita che avesse una voce. Fra una cosa e l’altra mi ha detto, che il pomeriggio sarebbe andato in campagna, nel podere di suo padre, a raccogliere un po’ di frutta, tipo angurie, meloni pesche…. Ha aggiunto che Tommasino gli avrebbe prestato il camioncino. Alla fine mi ha chiesto se lo accompagnavo”.

“E tu?”

“Ho accettato, tanto sono in vacanza”.

“Ma a te lui ti piace?”

“Boh, tu che dici?”

“A me lo chiedi?”

“Comunque ti porterò della frutta”.

“Va bene, che dici se domani sera andiamo io te e Laura all’Holiday da sole, come una volta?

“Per me va bene, passo dal suo negozio e lo dico anche a Laura, vedrai che sarà contenta”.

Alle 14:30 precise arrivò Paolo che suonò il campanello di casa.

“Allora mamma io vado”.

“Dove vai?”

“Vado a vedere la Cascata delle Marmore con Paolo”.

“E non mi dici nulla?”

“Te lo sto dicendo, comunque stasera ti racconto tutto…”, e si affrettò verso le scale.

Salì sulla macchina, il suo amico accese il motore e partì. Le strade scorrevano fra  tigli, aceri,  lecci, i cui rami si incrociavano talora sulle loro teste formando cupole verdi.

“Lo sai che è la prima volta che vado in giro in macchina con un ragazzo da sola?”

“Vuoi dire che sono uno speciale?”

“Tutti siamo speciali a modo nostro, no?”

“È vero, ma me come mi vedi?”

“Come uno che prende le curve in maniera giudiziosa, non come quel pazzo di Tommasino che ogni giorno ne inventa una”.

“Rischio di annoiarti?”

“Questo è da vedere. Comunque io in genere non mi annoio”.

“Già, i tuoi ammiratori ti tengono impegnata!”

“Non ci siete solo voi uomini, ci sono le amiche, lo studio, il lavoro che mi accingo a fare…”

“Se dovessi fare una classifica?”

“Non ci ho mai pensato…”

“Prova”.

“Dovrei prima capire cosa voglio… la vita è complicata e ci sono tante scelte da fare… comunque ho ancora tempo”.

Quando Gabriella si trovò davanti alla cascata il suo sguardo assunse un’intensità diversa. Si rendeva conto che la sua conoscenza della realtà era piuttosto scarsa, ma quando vide quel fascio d’acqua luminoso precipitare rabbioso sulla roccia, si rese conto che potevano accadere cose incredibili. Perfino gli alberi intorno, apparentemente impassibili, sembravano intimiditi. L’acqua batteva con fragore sulla base di pietra e dopo un breve percorso, infilandosi fra le rocce si ostinava in quel precipitare che sembrava non finire mai.

“Bellissimo”, disse sottovoce.

“Vero?”

Stettero lì ancora un po’ senza parlare…

“Hai voglia di venire a Terni? Facciamo due passi e prendiamo qualcosa”.

“Lasciami guardare ancora per un attimo”.

La differenza dal suo paese saltava agli occhi: i palazzoni, i negozi, la ressa dei passanti. Andarono in un bel bar, i tavoli, all’esterno, erano coperti da una pensilina.

“Ti piace la mia città?”

“La conoscevo già, non è male”

Chiamarono un cameriere.

“Tu cosa prendi?”

“Una cedrata”

“Per me una birra”

“Come va all’università?” Chiese Gabriella dopo che il cameriere si fu allontanato.

“Bene, ma è faticoso, anche perché spesso devo aiutare mio padre”.

“Non potresti fare una cosa per volta?”.

“In realtà lavorare mi consente di fare pratica”.

“Quanto ti manca?”

“Circa tre anni se va tutto bene”.

“E poi, che progetti hai?”

“Continuerò a lavorare con mio padre che ha uno studio ben avviato, mi cercherò una moglie e le farò fare due o tre bambini”.

“Tutto deciso allora, beato te. Devi cominciare a cercare la donna giusta”.

“Una come te andrebbe benissimo”.

“Con tutte quelle che ci sono in giro…”

“Ma ti piacerebbe?”

“Sono decisioni importanti… vedremo,non so”.

Tornarono verso Vignanello che era già sera, Paolo si fermò in uno spiazzo appena fuori dal paese, le mise un braccio intorno al collo e tentò di baciarla,

lei si tirò indietro.

“Voglio darti solo un bacio!”

“Portami a casa”.

“Ma…”

“Portami a casa, ti prego”.

L’accompagnò al portone senza guardarla, una volta arrivati, Paolo si allungò ad aprire la portiera perché lei potesse scendere, con lo sguardo rivolto verso la strada.

“Hai un bel profilo però”, disse lei.

A casa erano già a tavola, avevano tutti uno sguardo di rimprovero, parlò suo padre:

“Tommasino, Angelo; Paolo… dovresti prendere una decisione”.

“Pensi proprio che dovrei?”

Il padre sorrise: Beh  pensaci. A proposito, oggi ho incontrato Angelo, gli è morta la nonna sembra che le fosse molto legato”.

………………………….

Il giorno dopo si alzò presto e si diresse verso la casa di Angelo, in via della stazione. Appena arrivata suonò il campanello, gli rispose la madre.

“Sono Gabriella, vorrei parlare con tuo figlio”.

“Sta scendendo proprio in questo momento”. Infatti Angelo stava appena uscendo dal portone di casa.

“Ho saputo della morte di tua nonna, volevo farti le mie condoglianze”, disse Gabriella baciandolo sulle guance. Lui la guardò sorpreso.

“Grazie, sei proprio gentile ad essere qui. È successo ieri sera, era ricoverata  nell’ospedale di Viterbo. Negli ultimi giorni era peggiorata. Avevamo poche speranze. Oggi pomeriggio la portano a casa in via Piedisole, dove allestiranno la camera ardente. Vado a vedere se è tutto in ordine”.

“Ti accompagno?”.

“Mi farebbe piacere”.

“Dai andiamo”.

La casa era piccola: la cucina di formica con la stufa a legna, la camera da letto, un salottino, il bagno. I mobili eran quelli di una volta. Il tempo, in camera da letto, aveva  intaccato la lucidatura in gommalacca dell’armadio e della cassettiera. Così come quella della credenza, che troneggiava nel salotto insieme alle poltrone e al divano dagli schienali alti,  coperti di un tessuto ocra scolorito.  Su un tavolinetto al centro una statuina in gesso della Madonna, un portasigarette e un portacenere. Appese alle pareti le foto di famiglia tra cui il ritratto dei nonni il giorno del matrimonio.

“Erano molto giovani, da quel momento sono passati quasi cinquant’anni. Mio nonno è morto l’hanno scorso, lei evidentemente non ce la faceva senza di lui. Pensare che erano così diversi, avevano da discutere su tutto”.

“E come hanno fatto a resistere?”

“Però con gli altri parlavano benissimo l’uno dell’altro, – senza interrompersi Angelo le fece strada verso il salottino – siediti un momento dai… Io ero legato ad entrambi, soprattutto alla nonna. Non che fosse poi così dolce, anzi era piuttosto severa, ma per me c’era sempre. A differenza di mio nonno non finiva di farmi raccomandazioni: L’hai fatti i compiti? Stai composto a tavola, non sdraiarti sulla poltrona! Quando i miei avevano da fare e stavo con lei preparava i miei piatti preferiti, faceva in modo che i miei vestiti fossero in ordine. Quando uscivo, e facevo un po’ tardi, stava sul balcone fino a che non mi vedeva tornare”.

“Hai detto che i tuoi nonni,  nonostante le liti, parlavano benissimo l’uno dell’altro”.

“Si erano diversi, ma avevano deciso di farsi un’esperienza del mondo stando insieme. Non è necessario vederla nello stesso modo, basta tenersi sottobraccio, come facevano quando andavano insieme per le vie del paese, anche se  le cose e le persone spesso  gli apparivano diverse.

“Dov’era allora il legame?”

“Riuscivano a vedere l’uno il bello dell’altro. Quello non lo perdevano mai di vista, ed erano pronti a snocciolarlo a chiunque azzardasse una critica”.

“Il bello dell’altro…  Cosa vuol dire?”.

“In fondo tu sei una solitaria, tu non accetti di stare mano nella mano con qualcuno per fare insieme esperienza del mondo. Non capisci che siamo tutti legati? Che la cosa più strampalata, detta dalla prima persona che incontri, ti riguarda?”

“Quando mi guardavi in quel modo, la prima volta che ci siamo visti cercavi qualcosa?”

“Vieni”, disse Angelo, aprendo la porta finestra che conduceva sul balcone, Gabriella improvvisamente circondata dai fiori e dai colori tirò il fiato.

Lungo tutto il parapetto in ferro battuto c’era una fila di piante di gerani, i cui petali passavano dal rosso vivo all’indaco. Sul pavimento c’erano vasi di petunie, begonie con i fiori a forma di cuore, viole…

“Un giorno mio nonno ha portato mia nonna Giuseppina sul balcone e gli ha detto: tu per me sei questo! Quella sera al Caffé Moderno cercavo la tua bellezza e non finivo di trovarla: con i suoi colori, le sue forme”

A queste parole Gabriella sentì il bisogno prepotente di scappare, ma poi si limitò a dire:

“Mi sembra che la casa sia in ordine. Perché non scendiamo?”

“Certo hai ragione”.

Appena usciti dalla porta lei lo prese per la mano e fecero le scale insieme. Quando furono sul portone, disse:

“Il mondo è complicato, mi capita spesso di perdermi, forse hai ragione, in due è meglio. E poi mi piace tenerti per mano, davvero! Ora scusami, devo proprio andare”.

Fece qualche passo e poi tornò indietro e gli dette un bacio leggero sulle labbra.

Il pomeriggio, Gabriella, Laura e Anna si incontrarono sotto l’arco del Vignola e si avviarono verso l’Holiday. Si erano messe d’accordo che avrebbero indossato la minigonna e che sarebbero andate in cerca di avventure.

Erano circa le sei di sera, ma c’era ancora un bel sole, un tantino attutito dalle querce in viale Vignola, ma che si mostrava in tutto il suo splendore da via del Molestino fino alla colonnetta.

Arrivate al bar, si misero in un tavolo bene in vista e accavallarono le gambe:

“Allora Anna, come è andata con Matteo?”

“Scusa, mi sono dimenticata di portarti la frutta”.

“Naturalmente non intendevo questo”.

“Ho capito, una volta arrivati nel podere del padre si è sciolto”.

“Cosa ti ha detto?”

“Mi ha dato un sacco di spiegazioni sugli alberi da frutta: come si impiantano,

come vanno coltivati, i tempi di maturazione…”

“E poi?”

“A un cert’ora siamo tornati”.

“Ma guarda un po’”, fece ironicamente Laura.

“E tu cosa dici di Giacomo?”

“Sto imparando molte cose sul bigliardo… scherzi a parte, è un ragazzo carino e andiamo d’accordo su molte cose. Mi ha detto che vuole stare con me e io gli ho detto di si”.

“Quindi ti sei fidanzata!” Disse Gabriella.

“Bene, – aggiunse Anna – E tu? Tu ti sei fidanzata? Con chi? Tommasino, Paolo…”

“Ho un certa simpatia per uno che non si fa molto notare…”

“Oddio! Angelo!”

“E se fosse? È intelligente, serio, capace senza essere spaccone… e poi mi piace come mi guarda…” Si rese conto di avere un tono seccato.

“Scusa, non lo conosciamo così bene”.

“Quando vuole sa farsi riconoscere”.

Dal tavolo vicino tre ragazzi sconosciuti continuavano a guardare verso di loro, finalmente uno si alzò, e, quando le fu davanti, disse:

“Ciao Gabriella!”

Le tre ragazze si guardarono e poi, tutte insieme, scoppiarono a ridere.


Scopri di più da Franco Natili

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi