Storie Milanesi

5. Lillo

L’amore per i cani. Lillo

Era una di quelle giornate Milanesi in cui il cielo nuvoloso, color avio, schiacciava i palazzi e le persone, togliendogli il fiato. Giuliano e Adalgisa, spuntati da via Gaio, attraversarono la strada infestata di macchine, diretti verso il giardino pubblico di piazza Novelli. Arrivati, scrutarono sulla destra un’enorme cedro dall’aspetto minaccioso, con i rami  spioventi e il fogliame arruffato. Più di lato, pendeva pericolosamente sulla strada una quercia rossa, con il tronco sorretto da una struttura in legno.

Lei portava al guinzaglio un chihuahua nero. Uno di quei simpatici stronzetti dai denti aguzzi, cani o no, di cui la città pullula.

“Sediamoci là”

“Aspetta, prima tolgo la museruola a Lillo… così stai meglio vero amore?”

“Attenta che non passino altri cani”

“Non c’è da preoccuparsi, lui è buono. Peccato non potergli togliere il guinzaglio”.

Lui si girò da un’altra parte. Tra due alti tigli dall’aria malata c’erano delle panchine verdi messe in circolo. Si sedettero entrambi.

“Cos’hai? Sembri di cattivo umore”.

“Giovanni ha detto che passava di qui, sembrava preoccupato, quel figlio non riesce a trovare una sistemazione…”

“Ha detto qualcosa? – intanto il cane le strusciava le gambe con il muso – Cosa vuoi tesoro? Allora dicevi?”

“Lascia perdere tanto fra un po’ arriva”.

“Io intanto faccio fare un giretto a Lillo”. Piccola di statura, sotto un giacca imbottita  indossava una tuta pantalone di poliestere grigia, che la fasciava e metteva in risalto il grasso accumulato sulle  gambe e sui glutei.

Giovanni arrivò da via Carnaghi, attraversò e si piazzò davanti al padre:

“Siediti”

“No, sto in piedi, faccio in fretta, devo aiutare mia moglie con i bambini”.

“Dimmi allora”.

“Ciao Giovanni, – fece Adalgisa, che era tornata a sedersi e, rivolgendosi a Lillo –  tu stai buono che dobbiamo parlare”.

“Papà ho dei problemi sul lavoro…”

“Che problemi?”

“Gravi purtroppo”.

In quel momento un giovane, con gli orecchini e i tatuaggi che gli esondavano sul collo, passò vicino con un pastore australiano. Lillo, appena lo vide, gli si scatenò contro con il pelo dritto, mostrandogli i denti e ringhiando. Il pastore gli abbaiò contro a sua volta e, con le mascelle spalancate, tentò un balzo verso di lui, subito bloccato dal padrone.

“Stai calmo Sansone, non vedi che è uno schizzo?”.

“ Lillo, tesoro, stai buono… , quello è grosso e stupido”, borbottò fra i denti.

Il giovane diede uno strattone al cane pastore e  cominciò ad allontanarsi con aria seccata, fendendo il terreno con due enormi sneakers.

Il chihuahua continuò ad abbaiargli dietro, sembrava fuori di sé. Aveva le zampette piegate in avanti e il guinzaglio era così teso che rischiava di tranciarsi.

“Adalgisa, porta via quel cane che devo parlar con mio figlio!”

“Va bene, va bene. Vieni Lillo”.

Giovanni aveva guardato senza fiatare, era magro e di altezza media. Continuava a guardare il padre ed era ingobbito come se avesse una pietra sulle spalle.

“la mia azienda sta riducendo il personale, mi hanno già detto che dovrò andarmene”.

“Perché tu”.

“Ho meno anzianità e in più dicono che il mio rendimento è mediocre. Mi spaccavo la testa su quei numeri, me li sognavo anche di notte. Credevo di fare un buon lavoro…”.

“Si, si, lo so, so anche che non sei un genio, ma non servono geni per fare il ragioniere”.

“Sono venuto solo per dirtelo… Non preoccuparti,  ho una piccola liquidazione e per un po’ me la cavo, intanto cerco qualcos’altro. Tu non conosci qualcuno che possa darmi una mano?”

“Chi vuoi che conosca figlio mio? Io ho sempre tirato la carretta,  e nella mia azienda non contavo un cazzo, chi vuoi che mi si fili?- si alzò in piedi e gli mise una mano sulla spalla – comunque tu datti da fare, io ho qualcosa da parte in caso di necessità…”

“Grazie papà, ora devo andare, vorrei salutare la mamma”.

“Adalgisa, vieni a salutare”.

“Avete parlato? Giovanni hai un’aria preoccupata, cosa è successo?”

“Ti spiega papà, ciao mamma”.

“Che è successo?”

“Lo stanno licenziando”.

“Questo è un bel problema e adesso cosa farà?” Intanto il chihuahua si era sollevato sulle zampette di dietro, appoggiandosi con quelle davanti sulle sue ginocchia – vuoi venire in braccio, ho capito…”

“Cosa vuoi che faccia deve trovarsi un altro lavoro e non sarà facile”.

“Vedrai che ci riuscirà Guarda che carino – aggiunse accennando a Lillo – vuole essere coccolato, non è un amore?”.

“La moglie lavora part time, ha due figli piccoli, deve pagare il mutuo…”

Aveva cominciato a cadere una pioggerellina sottile, quasi impercettibile. Un venticello leggero scuoteva i rami dei tigli.

“Forse è meglio che ci avviamo”.

“Aspetta prima ti voglio mostrare una cosa…”

“Di che si tratta?”

Giacomo aveva lavorato quaranta anni come operaio in un’azienda che produceva conduttori. Aveva voluto un solo figlio parché, con quello che guadagnava, due non se li sarebbe potuti permettere. Però quell’unico figlio era riuscito a farlo studiare e, quando si era diplomato, avevano fatto una bella festa. Mentre sua moglie rimestava nella borsa, lui continuava a pensare a quando era andato in pensione. Era quasi felice, ora poteva riposarsi, suo figlio aveva un lavoro con cui riusciva a mantenersi e moglie guadagnava qualcosina come aiuto parrucchiera. E, poi avevano messo al mondo anche due nipotini.

“Ecco guarda!” Gli mostrò una busta in plastica. Lui era piccolo e un po’ calvo,  appoggiato con le spalle alla poltrona aveva le gambe, appena flesse, allungate davanti a sé. La notizia che gli aveva dato suo figlio aveva fatto riaffiorare l’angoscia che lo aveva perseguitato per tutta la vita. Pensò ai nipotini che adorava…

“Cos’è?”

“E’ la pappa per Lillo, roba di prima scelta. Mi hanno spiegato che gli ingredienti sono certificati. Vengono macinati, mischiati e pressati. Sono in grado di mantenere gli aromi nel tempo.  Una vera bontà”.

Giacomo, prese in mano la busta soppesandola e guardando nel vuoto. Poi la scagliò violentemente contro il tronco di un tiglio.

Si alzò e si diresse verso casa. Attraversando la strada una macchina lo schivò per miracolo. Si fermò, come se i muscoli non rispondessero più ai suoi comandi. Il traffico era boccato. I clacson impazziti squillavano da tutte le parti. Stille di pioggia leggera si mischiarono con una lacrima che gli scendeva dagli occhi.


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