Romanzo

La panzanella

Il padre, mangiando la panzanella, parla alla figlia del suo rapporto col nonno e svela una lunga storia condivisa

“Cos’è che stiamo mangiando?”, chiese Lina.

“Si chiama panzanella – rispose il padre – un piatto che ho imparato a cucinare da mio nonno.”

Mentre lo diceva, la figura del nonno sembrò guardarlo dall’altra parte del tavolo, con lo sguardo serio che aveva sempre quando mangiava conversando con i familiari. Ricordò persino la sua abitudine di riempire il bicchiere solo per un quarto, ripetendo quell’operazione un’infinità di volte, tanto che alla fine della cena era sempre un po’ brillo.

“Da quando avevo otto anni – e qui, quasi inavvertitamente, Giacomo cominciò a parlare con voce bassa, come rivolgendosi a sé stesso – a volte mio nonno mi portava con sé per la potatura degli alberi. La maggior parte del nostro terreno era coltivata a nocciole. Ci alzavamo presto di mattino e, in groppa all’asino, ci recavamo in campagna; il mio compito era portare gli attrezzi da lavoro, anche se mi voleva con sé soprattutto per chiacchierare e insegnarmi il mestiere. A mezzogiorno, quando eravamo affamati, metteva il pane che aveva portato da casa ad ammorbidire in un ruscello, avvolto in un sacchetto di tela in modo che l’acqua non lo portasse via. Quando il pane era sufficientemente morbido, lo sminuzzava e aggiungeva gli ingredienti: cipolla, pomodori, basilico e sedano, poi condiva il tutto con sale, olio e aceto. Talvolta, a ottobre, il tempo era ancora bello e ci stendevamo sotto l’albero dei ‘ficoni’ che produceva dei fichi grandi così – fece accostando i pollici e gli indici delle due mani simulando le dimensioni del frutto – neri fuori e rossi dentro, dolci come il miele. Se mi ero comportato bene, dopo il pasto il nonno mi permetteva di salire sull’albero e potevo mangiarne a volontà.”

Si fermò un attimo per constatare di essere riuscito a catturare l’attenzione della figlia.

“In quelle giornate ero felice come una pasqua, giravo a piedi scalzi, a contatto con l’erba e la terra. Mio nonno portava degli scarponi chiodati, come si usava allora, indossavamo entrambi camicie bianche di canapa e pantaloni di saia; lui vestiva anche un corpetto della stessa stoffa. Con l’età, la vista gli si era abbassata e doveva portare gli occhiali, che gli davano un’aria distinta. Aveva un viso intelligente e buono, raramente mi sgridava. Quando ne combinavo qualcuna delle mie e i miei mi urlavano dietro, io lo vedevo ridere sotto i baffi. Gli volevo molto bene, lui mi ha insegnato ad amare la campagna, me ne parlava continuamente, conosceva la storia di ogni pianta. Molte le aveva piantate lui stesso e le aveva viste crescere. Mi spiegava la procedura dell’impianto, i tempi e i modi della concimazione, le operazioni di raccolta e di potatura, tutto insomma. Dopo la raccolta, le nocciole venivano messe al sole a imbrunire per sei o sette giorni, così che il guscio s’indurisse e restasse integro nel tempo. Il paese in quel periodo si riempiva di teli, con le nocciole stese sopra, che i bambini cercavano di rubare, sgridati dalle vecchie comari vestite di nero”.

Dopo essersi interrotto, fissò la figlia:

“Cosa ti è successo?”, le chiese dolcemente.

“Il mio ragazzo mi ha lasciata”, rispose lei chinando la testa. Giacomo non replicò, avrebbe voluto accarezzarla, ma non ne fu capace. Notò che, mentre prendeva con le mani ancora un po’ di panzanella, Lina si era avvicinata stringendosi a lui.

“Dimmi ancora del nonno”, gli fece.

“È lui – disse il padre – che mi ha fatto innamorare della campagna; più me ne parlava e più me ne innamoravo. La sera, al tramonto, quando tornavamo verso casa, venivano fuori le sue preoccupazioni per il raccolto, per il tempo che poteva fare brutti scherzi, per i parassiti sempre in agguato. Era convinto che la terra, se ne avessimo avuto abbastanza cura, stagione dopo stagione, avrebbe nutrito noi e i nostri figli, nei secoli dei secoli.”

Tacitamente Giacomo aveva giurato fin da allora fedeltà alla sua terra, anche se non sempre i giuramenti si mantengono.

Angelina sulla mano che posò sulla spalla del padre. Sembrava più tranquilla.  Disse: “Buona la panzanella del nonno, che era poi il mio bisnonno. Anzi, magari gli somiglio anche un po’ – si bloccò, come riflettendoci su – o magari assomiglio alla mia bisnonna, domani dovrò guardare meglio le foto che hai in camera tua”, aggiunse incamminandosi verso la sua camera.

S’incamminò verso la sua camera.

Per un attimo Giacomo ebbe l’impressione che la figlia avesse intravisto, attraverso narrazioni scaturite dalla sua parte più intima, la storia trascurata degli uomini e delle donne che avevano coltivato campagne fertili e ariose, alzandosi all’alba e lavorando duramente fino al tramonto, consumandone i prodotti con una ritualità tramandata attraverso le generazioni. Forse Lina  pensò, per la prima volta aveva acquisito la consapevolezza di una narrazione secolare che la riguardava e che affondava in quella terra che i suoi progenitori avevano amato e temuto e alla quale avevano affidato la loro vita e le loro speranze. Aveva intuito la solidità ancorata a legami profondi come le radici del frassino che le asperità della vita non potevano scalfire.


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