Gente del mio paese

6.Il Discolo

Non sempre padre e figlio vanno d’accordo. Soprattutto se il figlio è un discolo.

Il discolo

A scuola Stefano aveva combinato poco. Dopo gli esami di  terza media, i professori erano d’accordo che era inutile insistere. Il padre l’aveva presa con una certa soddisfazione, con due ettari di vigna da coltivare, due braccia in più avrebbero fatto comodo. Considerando che il fratello minore Claudio, già dalla quinta elementare aveva dichiarato che lui da grande voleva fare il contadino, il futuro, almeno per quanto riguardava la mano d’opera (si fa per dire), sembrava assicurato.

L’unico problema era che il primogenito, se aveva lasciato gli studi con molta soddisfazione, sembrava non avere interessi particolari, se si escludevano il biliardo e il gioco delle carte. Seguiva il padre in campagna, ma quando quest’ultimo cercava di insegnargli il mestiere, lui sembrava sentire e non sentire e le cose gli andavano spiegate più volte, sempre con scarsi risultati.

“Quando imparerai a usare la vanga?”

“Lo so fare”

“Ti ho detto di scavare delle buche, ma di evitare di farlo quando il terreno é troppo umido, devi aspettare un po’ ,non vedi che sta uscendo il sole?”.

“Non mi sembra così bagnato”.

“Ti ho detto anche di togliere prima l’erba, con la falce o al limite con la zappa”

“Ce la faccio lo stesso”. Puntò la vanga sul terreno e cominciò a spingere con il piede sulla staffa. Non andò oltre i cinque centimetri di profondità, divenne rosso in viso.

“ Sei un cretino, mi sono procurato dei lecci per costruire una siepe di alberi… non voglio metterci un’eternità… Se vuoi darmi una mano devi svegliarti! ”

La verità era che a Stefano non gliene fregava granché della siepe.

“Papà, hai detto che gli alberi li vuoi a tre metri l’uno dall’altro e a un metro e mezzo dalla strada?” Fece Claudio.

Erano i primi di settembre e la scuola non era ancora cominciata.

“Cosa vuoi fare?”

“Tolgo l’erba con la zappa, alla distanze giuste, verso mezzogiorno scaviamo con la vanga”.

“Bravo! Stefano, dagli una mano!”

Il figlio maggiore buttò l’attrezzo per terra e si allontanò.

“Dove vai, disgraziato!” Gli urlò il padre, andandogli dietro. Lui si sedette per terra sotto un albero di melo. Il podere era coltivato a vite, ma c’erano alberi da frutta disseminati lungo i filari.

“Vuoi farmi incazzare?”

“Ti va bene solo quello che fa Claudio”.

“Lui ci mette l’anima, a te non te ne frega niente!”

“Lasciami andare a casa, allora”.

“Cosa ci fai a casa?”

“Aiuto la mamma”. 

Il padre, Giacomo, gli si mise davanti e piegando le ginocchia, con  gli avambracci sulle cosce, e lo guardò negli occhi:

“Nelle faccende di casa? Io non so più cosa fare con te. Il lavoro è bello, a me piace molto, sempre all’aria aperta. Certo, delle volte è faticoso, ma rende bene. Cos’è che non ti va ?”

Lui non rispose, aveva un’aria trasognata, si guardava intorno: i filari di vite, gli arbusti, le piante e l’orizzonte che si perdeva nel verde. Provava un senso di noia. Aveva voglia di andarsene, ma ritornò da suo fratello, prese una zappa e cominciò anche lui a tirare via l’erba.

Verso le sei, quando la luce cominciava a calare, si avviarono verso casa.

Il padre trascinava l’asino, carico di frutta e di legna per la stufa, tirandolo per la cavezza. Era basso e tarchiato, stempiato e con pochi capelli radi, Il viso largo e la pelle rossastra. Claudio aveva preso abbastanza da lui, anche se, per via dell’età, appariva più esile. Il figlio maggiore era più slanciato e aveva il viso ovale della madre.

Arrivati a casa, condussero l’asino nella stalla e dopo aver versato del fieno nella mangiatoia, salirono al piano di sopra, dove era già quasi pronta la cena.

La madre, Giovanna, indossava un sinale nero sopra il vestito e aveva i capelli raccolti in una crocchia sulla nuca. Doveva essere stata una bella donna, ma dopo sposata e, soprattutto dopo la nascita dei figli, aveva cominciato a trascurarsi. Solo la domenica, per la messa, si rassettava un po’ e indossava un tailleur vecchio di 7, 8 anni, che conservava con la massima cura e faceva ancora la sua figura.

Quando tutti si furono seduti, servì un piatto abbondante di pasta e patate.

“Siamo a buon punto con la siepe di lecci”.

“Avete fatto in fretta!”

“Sì, i ragazzi mi hanno dato una mano. Claudio quando inizi la scuola?”

“Inizio il 15 di settembre. Non vedo l’ora di arrivare alla terza media, così posso lavorare con te tutto l’anno”.

“Sei un ruffiano!”, disse Stefano.

“Tuo fratello almeno sa quello che vuole”

“Io vado a dormire”.

Fra gli sguardi esterrefatti di tutti buttò il coltello nel piatto e si alzò dal tavolo. Giovanna si alzò per seguirlo.

“Mamma lasciami in pace!”

“Sì, lascialo andare, la pancia vuota lo aiuta a pensare”.

Stefano andò nella sua camera e aprì la finestra. Tra le mura di tufo delle case si poteva intravvedere uno spicchio di luna. Le luci delle finestre, quando la notte era ormai calata, evocavano il mistero di altre conversazioni, altri garbugli familiari. Si mise a piangere, odiava lavorare in campagna. Si sentiva inutile. Si rannicchiò nel letto come se volesse avvolgersi su sé stesso.

Entrò sua madre a passi felpati:

“Dormi?”

“No”.

“Cos’hai figlio mio?”

“Non lo so”

“Sei un discolo”, disse Giovanna accarezzandogli i capelli.

Passarono gli anni, Claudio finì la terza media. Stefano aveva continuato ad aiutare il padre, ma lo faceva con aria svogliata e i litigi erano frequenti.

Avevano comprato un furgone dopo che l’asino era morto di vecchiaia. Con il nuovo mezzo la sera arrivavano a casa abbastanza presto e i ragazzi facevano un giro per il paese prima di cena.

Stefano andava nel bar all’inizio di via Matteotti e cercava il bigliardo per una partita. Se era già occupato, giocava a carte. Lì ormai tutti lo conoscevano e non faceva fatica a trovare compagni di gioco. Quello era il suo ambiente e ci passava anche le ore libere del sabato e della domenica.

Il fratello minore preferiva girare il paese per incontrare i suoi amici, con cui spesso organizzava delle scampagnate o delle partite di calcio.

La sera tornava a casa presto per aiutare la madre e parlare con il padre dei lavori da fare in campagna. A differenza del grande…

“Anche stasera sei in ritardo, Non ce la fai ad arrivare prima delle nove?”

“Dovevo finire una partita”.

“Intanto la cena si è raffreddata – intervenne Giovanna – ci sono gli spaghetti al ragù, vuoi che te li scaldi un po’?”

“Si, grazie mamma, cosa c’è di secondo?”

“Bistecca di maiale con contorno di cavoli”.

“Buona!”

“Hai sentito quello che ti ho detto? –insistette Giacomo un po’ irritato – Ma di che razza sei? Del lavoro non te ne frega nulla, in compenso non perdi un minuto per andare  al bar”

“Al lavoro faccio la mia parte”.

“A forza di strilli”.

La cena continuò in silenzio. Appena finito Stefano si alzò per andare nella sua camera.

“Domani mattina ricordati che si parte alle sette, cerca di non far disperare tua madre perché non ti alzi”.

“Dai Giacomo, non esagerare”, fece Giovanna.

La mattina dopo Stefano era malato, aveva una forte influenza, quasi trentanove di febbre. La madre lo disse preoccupata a Giacomo che andò nella sua camera e prese in mano il termometro:

“Porca miseria… Beh, non preoccuparti che passerà in fretta, stasera starai già bene. Ciao, adesso noi dobbiamo andare. –  e rivolto alla moglie – Sarà stato un colpo di freddo.” Febbraio quell’anno era piuttosto gelido e il giorno prima c’era stato vento di tramontana.

Lei andò in cucina a fare una spremuta di arancio:

“Bevi questa – disse –  Io vado a chiamare la zia Giuseppina, vediamo cosa ci dice”.

La zia Giuseppina era stata infermiera ed era proprio felice di rendersi utile in quelle situazioni. Era piccola e piuttosto tozza, ma a differenza di Giovanna ci teneva a presentarsi bene. Indossava un bel maglione lavorato a mano ed era fresca di parrucchiere. Erano gli esiti di una lunga competizione con la sorella più bella. Aveva due figlie, una della stessa età del malato; suo marito aveva un negozio di alimentari.

Toccò la fronte di Stefano poggiandoci una guancia:

“In effetti scotta molto, come ti senti?”

“Ho mal di testa e mi sento un po’ debole. Ho voglia di dormire”.

“Ti ho portato delle aspirine, Giovanna per piacere portagli un bicchiere d’acqua, proviamo così, se la febbre non scende chiamiamo Mario”; così veniva chiamato confidenzialmente il medico condotto”.

“Sei sicura che non è meglio chiamarlo subito?”.

“Io farei così, Giovanna, comunque vedi tu. Io adesso devo scappare, devo fare la spesa e preparare il pranzo, magari ripasso nel pomeriggio”.

“Va bene, intanto grazie”.

“Lo sai che lo faccio volentieri, tu non preoccuparti per tuo figlio che non è niente”.

Presa l’aspirina, Stefano si  addormentò e dormì tutta  la mattinata. Lo svegliò sua madre all’ora di pranzo, gli aveva portato un piatto di pastina in brodo. Prima però gli misurò la febbre, che era leggermente calata, forse aveva ragione sua sorella.

Dopo mangiato il malato si addormentò di nuovo, Giovanna ne approfittò per rassettare la cucina; poi si sedette accanto a lui e si mise a sferruzzare.

Ogni tanto lo guardava in viso, era proprio bello, pensò, gli era venuto proprio bene. Quando si svegliò gli disse:

“Assomigli tutto a tuo nonno”.

“Perché parli sempre del nonno?”

“Era alto, magro e molto intelligente, e poi aveva un rapporto speciale con me. Appena poteva mi portava a spasso, noi due da soli, e mi comprava il gelato che a me piaceva tanto. La gente lo stimava, quando ha aperto il negozio di alimentari tutti andavano da lui, si fidavano, e poi era molto simpatico”.

“Come mai ha aperto un negozio? Non veniva da una famiglia di contadini?”

“Perché voleva diventare il più ricco del paese, diceva. Scherzava, ma era pieno d’entusiasmo e ci metteva tanta passione”.

“E poi perché il negozio se lo è preso lo zio Francesco?”

“Noi abbiamo ricevuto dal  nonno un piccolo capitale che tuo padre  ha investito nel podere”.

Stefano continuò a fare domande; la madre, mentre sferruzzava, non finiva di raccontargli storie di famiglia. Dalla strada rimbalzavano le voci dei passanti, che attraversavano la finestra, erano ovattate come la luce della sera. Provava un senso di benessere. Aveva la madre tutta per sé. 

Si sentì suonare alla porta. Era la zia Giuseppina che aveva portato anche la figlia più grande, Stefania, ansiosa di vedere suo cugino.

Aveva due treccine che le scendevano sulle spalle e lo sguardo vivace:

“Ciao cugino. Come stai?” Chiese sedendosi sulla sponda del letto.

“Adesso un po’ meglio”

“Hai ancora la febbre?”

“Si, credo che ci vorrà un po’ prima che passi”.

“Al papà è durata quasi cinque giorni”.

“Si, ho saputo dello zio Francesco, adesso come sta?”.

“Ma, non so, io lo vedo sempre stanco, il lavoro del negozio è pesante e lui deve fare tutto da solo”

Dopo tre giorni d’influenza, Stefano era finalmente sfebbrato. Per prudenza non era tornato al lavoro, però non aveva voglia di star fermo  in casa. Così la madre lo aveva mandato a far la spesa.

“Ciao Zio, hai visto che anch’io ho avuto la febbre?”

“Si, ho sentito, ti ē durata meno però. Meglio così, cosa ti do?”

“La mamma lo ha scritto qui – disse consegnando un foglietto – aveva paura che mi dimenticassi qualcosa…”

“Dammi qua – rispose lo zio infilandosi gli occhiali da presbite – Non poteva scrivere più piccolo?”

“Non voleva sprecare la carta”.

“Bravo! Fai lo spiritoso. Per fortuna ha una bella calligrafia, lo sai che da ragazza tua madre voleva studiare? Ma a quei tempi per le donne non c’era verso. Tu invece non ne hai voluto sapere…”

“Bisogna studiare per forza? A te non piace il tuo lavoro?”

“Si, mi piace e si guadagna bene, ma devo fare tutto da solo, mia moglie lavora in casa e le mie figlie vanno a scuola e vogliono prendere il diploma. Apro il negozio alle sette e chiudo alle otto di sera, è vero che tiro un po’ il fiato all’ora di pranzo, ma ti assicuro che fare questa vita alla lunga stanca”.

Francesco indossava una camicia bianca senza colletto e un grembiale che gli arrivava sotto le ginocchia,  Aveva una pancia notevole, ma si muoveva abbastanza agilmente dietro il bancone. In poco tempo aveva ammucchiato la spesa davanti al nipote, che si affrettò a pagare, infilando tutto nella  sporta che gli aveva dato la madre.

Intanto il negozio si era riempito di donne che spettegolavano vivacemente.

“Adesso a chi tocca?”

“Zio perché non prendi qualcuno che ti dia una mano?”

“Ci sto pensando, ma dove lo trovo uno abbastanza sveglio?”

“Potrei venire io”.

“Si, così tuo padre mi ammazza. Adesso vattene che debbo lavorare”.

La sera a cena, Giacomo, vedendo il figlio in ottima forma esclamò:

“Meno male, domani abbiamo un bel po’ di lavoro”.

Stefano non rispose e continuò a mangiare il suo minestrone di verdure.

“Mamma, sei proprio brava a cucinare, dovresti insegnarmi”.

“Vuoi fare il cuoco?”, disse il padre.

“No! Non mi interessa. Piuttosto voglio andare a lavorare con zio Francesco.”

“Questa è nuova, gliel’hai messa in testa tu?”, fece Giaacomo rivolgendosi alla moglie.

“No, questa non l’avevo mai sentita”

“Già, piuttosto che lavorare con tuo padre…”

“Tu non centri, non mi piace il lavoro”.

“Invece, fare il pizzicagnolo ti piace. Ti rendi conto che tuo nonno e il tuo bisnonno facevano i contadini? Quella terra ce la siamo guadagnata pezzo per pezzo. È tutt’uno con la nostra famiglia”.

“Non dimenticarti che i nonni sono due!”, fece Rosa.

“Mi faccio un fondo della madonna e non ho  il minimo di considerazione da nessuno, non toccategli il padre a lei! Per fortuna c’è Claudio, con lui ci intendiamo al volo. Comunque – aggiunse guardando Stefano – sei guarito e domani vieni in campagna con noi. Con tuo zio Francesco ci parlo io”.

La domenica pomeriggio, uomini anziani, padri di famiglia.  si ritrovavano a giocare a scopa in un’osteria che si trovava giù nella valle. Le caraffe da mezzo litro giravano per i tavoli, si sentiva il rumore delle carte sbattute per via di certe giocate: “Beccati questa!” Non mancava ogni tanto qualche strillata con il compagno distratto. L’aria era stantia e piena di fumo.

“Ciao Francesco, ti devo parlare”.

“Va bene, siediti lì intanto che finisco la partita”.

Passarono dieci minuti,, poi si sedettero in un tavolo a parte.

“Hai messo su qualche chilo”

“Perché, tu sei secco?”

“No, io sono robusto. Ti volevo parlare di mio figlio”.

“Quale dei due?”

“Stefano”

“Ah si, l’altro giorno è venuto in negozio, gli era appena passata la febbre,  ha buttato lì che vuole venire a lavorare da me”.

“Non è che sei tu che hai cercato di convincerlo?”

“Neanche per sogno, e poi, detto fra noi, non mi sembra un gran lavoratore, io ho bisogno di uno che s’impegni. Sennò è inutile”.

“Dice che la campagna non gli piace, magari un altro lavoro…”

Francesco stette un attimo a pensare.

“Giacomo, lo so quanto ti costa… quanto ci stai male… I figli… Va bene, proviamo, ma se non funziona te lo rimando a casa. Ma tu come fai?”

“C’è il ragazzo di un mio conoscente che sarebbe disponibile. Il padre ha un pezzo di terra, ma riesce a cavarsela da solo”.

Si alzarono e si strinsero la mano.

“Non rimani per una partita?”

“No vado a casa”.

Giacomo s’incamminò, in via Matteotti fu infastidito dal passeggio domenicale, incrociò un amico:

“Guarda chi si rivede!”

“Lasciami perdere che non è il momento”.

Continuò a imprecare dentro di sé fino a che non arrivò sotto casa.  

“Allora ci sei riuscita – disse entrando – abbiamo un figlio pizzicagnolo!”

“Giacomo, ti assicuro, io non c’entro nulla. Certo qualche volta gli ho parlato di mio padre, ma questo che c’entra?”

“Vado di là in sala, vedo se riesco a sentire il giornale radio”.

Quando furono tutti a cena, si creò un silenzio pesante e duro come una pietra. Poi, ad un tratto, Giacomo posò il cucchiaio e disse:

“Ho parlato con tuo zio. Abbiamo combinato. Ti aspetta domani mattina alle sette”.

“Papà…”, Stefano non aggiunse altro.

Guardò suo padre, ormai quasi calvo, con gli occhi semichiusi chini sul piatto.

Alle sette in punto era in negozio. Francesco tirò su la saracinesca. Appena entrati si rivolse al nipote:

“Adesso sai che fai? Vai nel retrobottega, prendi i detersivi,  la scopa, lo spazzolone  e il secchio dell’acqua. Voglio tutto lucido, come nuovo, il pavimento fallo subito, prima che arrivi la gente, il bancone lo fai dopo. Là dietro trovi anche un sinale, a me sta piccolo, ma a te dovrebbe andar bene”.

Lui si mise a sistemare la merce, tutto doveva essere in ordine e a portata di mano, per non far aspettare i clienti. Doveva controllare che non mancasse nulla, in caso poteva sempre attingere alle scorte che erano sul retro o nel magazzino da cui si accedeva da una porticina.

Sul bancone di frassino troneggiavano la bilancia e la affettatrice, oltre a vari prodotti, tipo prosciutti, salumi vari, forme di formaggio. Dietro, il muro era completamente coperto di scaffali fitti di barattoli di conserve di latta e di vetro.

Stefano imparò in fretta, Ben presto, finite le pulizie, si affiancò allo zio nel servire i clienti. All’inizio ne copiava i gesti, poi acquisì uno stile tutto suo. Imparò a chiamare per nome I clienti,  soprattutto  donne, giovani o vecchie che fossero. Per tutte trovava la frase o la battuta giusta. Quando le vedeva incerte dava i consigli appropriati, quasi sempre graditi.

Una delle cose più delicate, in quel tipo di lavoro che aveva le sue particolarità, era affettare il prosciutto, operazione che, a quei tempi, veniva effettuata con un coltello affilato. Indovinare lo spessore giusto non era facile. Sorprendentemente, dopo alcuni tentativi i clienti cominciarono a dire: “Il prosciutto me lo affetta Stefano”.

Una frase che per lo zio Francesco suonava quasi come un’offesa. Questo non toglie che fosse più che soddisfatto del lavoro di suo nipote.

Stefano aveva trovato il suo assetto: verso l’una andava a casa, dove la madre gli preparava da mangiare e poi andava al bar a fare una partita a carte.

Dopo che ebbe compiuto i diciotto anni ebbe il permesso di uscire  dopo cena, purché non facesse troppo tardi.

Tutto filò liscio finché non cominciò a tornare alle due di notte.

Giacomo una sera lo aspettò sulle scale:

“Me lo dici cosa fai fino a quest’ora?”

“Sto con gli amici”.

“E che fate?”

“Giochiamo a carte…”

“Allora è vero quello che si dice in giro. E cosa vi giocate?”

“Qualche lira…”

“Ossia, i quattro soldi che ti passa tuo zio, tanto a casa vivi a sbafo”

“Io lavoro dalla mattina alla sera, e quando sono libero ho diritto di fare quello che mi pare. Vivo a sbafo? Devo pagarti l’affitto?”.

“Quello che ti pare lo vai a fare da qualche altra parte. Non a casa mia!”

“Allora me ne vado, così non ti vedo più!”

Il padre gli mollò una sberla: “La devi finire di mancarmi di rispetto!”, urlò.

In quel momento spuntò dalle scale Giovanna. Vide il  figlio sfiorare con la mano la guancia arrossata.

“Che succede qui?”

“Sto dando una ripassata a questo deficiente!”

“Sarà meglio che vieni a letto ora”.

Il giorno dopo Stefano andò come al solito a pranzo da sua madre. La vide silenziosa e preoccupata, ma aveva preso la sua decisione:

“Io me ne vado di casa”.

“E perché?”

“Non lo sopporto più di star qui”.

“Lo sai come è fatto, poi gli passa. E poi, dov’è che vai?”

“Nella casa dei nonni, è sfitta in questo momento. Vado a stare lì fino a che non trovo una soluzione”.

“Io non voglio che tu vada via, sei un discolo, ma ti voglio bene. Ti prego, lascia perdere”.

Lui andò in camera a riempire dei suoi pochi vestiti la valigia di cartone pressato che aveva trovato in soffitta, Si portò via anche un pupazzo che teneva sul comodino, un regalo  della Befana.

Era un coniglio panciuto con un paio di pantaloni a righe bianche e marroni, scarpe rosse, una giacchetta beige e un fiocco rosa sul colletto della camicia. Aveva una pipa nella mano destra che, premendo un pulsante rosso, veniva portata alla bocca da cui usciva una specie di fumo. Quando lo ripose, il coniglio sembrò guardarlo con aria interrogativa.

Appena finito, si avviò verso la porta, dove la madre lo aspettava:

“Ti prego…”

“Mamma, dammi le chiavi”.

“Non fare sciocchezze, Stefano…”

“Mamma…”

“Va bene, eccoti le chiavi”.

Lui le afferrò e uscì.

Dopo aver portato i vestiti nella nuova casa, corse in negozio; era in ritardo.

“Oggi è durata tanto la partita a scopa”

“Scusa zio, ho dovuto fare un trasloco, sono andato a vivere da solo, così posso stare qui quanto mi pare, anche di notte”.

“Smettila di dire cavolate e sbrigati che c’è da fare”, replicò Francesco.

Verso sera arrivò suo padre, si mise in un angolo in attesa che i clienti defluissero. Quando furono soli, sbottò:

“Sei il solito deficiente! Quella sberla la meritavi tutta!”

“Non hai capito! Non voglio vivere più a sbafo”, rispose il figlio uscendo da dietro il balcone e guardandolo in faccia.

“Così mi costi anche di più, stavo per affittare la casa, ero già in parola”.

“Perché anche la casa dei genitori di mia madre adesso è tua? Comunque non ci pensare, te la libero al più presto”.

“Te l’ho detto e te lo ripeto, sei un deficiente!”, disse Giacomo uscendo.

“Allora la faccenda del trasloco non era uno scherzo. Perché tratti così tuo padre? Ci teneva che tu lavorassi in campagna con lui, aveva fatto dei progetti, non ce la fa a vederti qui”.

“Io odio la campagna e anche lui che vuol decidere per me. Senti zio, cambiando discorso, in questi giorni mi sono venute delle idee. Stammi a sentire, il locale è grande e c’è un sacco di spazio sprecato, per esempio li in fondo potremmo mettere un banco per la vendita dei tabacchi, e poi utilizzare il magazzino qui a fianco per vendere prodotti per l’agricoltura: concimi, attrezzi…”

“Io non ho soldi da investire e poi faccio già fatica a mandare avanti il negozio così com’è”.

“Per i soldi chiedo io un prestito in banca e, ti giuro, lavorerò come un matto”.

“Che tu sia matto non c’è nessun dubbio…”

Il direttore di banca era giovane: un bel viso liscio, capelli con scriminatura, giacca grigia, cravatta. Tutto in regola insomma:

“Così vuole un prestito, e di quanto? Ah, ecco… – consultò il foglio che aveva sottomano – restituzione in tre anni… Cosa devo dirle, il progetto mi sembra buono e convincente”.

“Sì, vorrei fare questo investimento per entrare in società con mio zio, una quota minoritaria naturalmente”.

“Bene, bene, sulla carta può tranquillamente effettuare la restituzione in tre anni, non si tratta di grosse cifre. C’è solo un problema: e se per motivi indipendenti da lei dovesse mollare tutto? Se qualcosa andasse storto? Lei non ha proprietà… Non ho difficoltà a concederle il prestito, ma ho bisogno di una qualche garanzia, non c’è qualcuno che possa garantire per lei? – lo vide impallidire – Guardi, è una cosa normale, i suoi genitori, per esempio, non sarebbero disponibili? Si sa che sono benestanti… mi scusi l’intrusione, ma sa, ormai io conosco tutti in paese”.

Poco dopo Stefano era a casa dei suoi genitori, la madre stava rifacendo i letti.

“Ciao, mamma!”

“Ciao, cosa ci fai qui a quest’ora? Non dovresti essere al lavoro?”

“Sono stato in banca”.

“In banca?… Per fare cosa?”

“Per chiedere un prestito”.

“Un prestito?… E a cosa ti serve?”

“Ho un progetto!” Così le raccontò tutto, le disse anche della garanzia.

“Non è un po’ rischioso quello che vuoi fare? Stai ancora imparando il mestiere. Tuo zio che dice?”

“È abbastanza convinto”.

“Va bene, ne parlerò stasera con tuo padre”.

“Figurati… comunque ci ho provato”.

“Forse riesco a convincerlo…”

“Va bene, adesso vado al lavoro”.

Andò verso il negozio, ma lo trovò chiuso. Francesco era andato a casa  per il pranzo. Aprì la saracinesca e  si diresse verso il retrobottega. Si preparò un piatto di salumi e formaggi, aprì una bottiglia di vino e  poggiò tutto su un tavolo dove lo zio si sedeva ogni tanto per fare i conti. Prese delle posate da un cassetto e iniziò a mangiare:

“Buon appetito!” Stefano alzò gli occhi; era  Carla, una sua coetanea che veniva spesso per la spesa. Era la più carina fra le sue clienti e si erano spesso scambiati delle battute. Delle volte lei gli aveva lanciato delle occhiate così intense da rincretinirlo.

“Credevo fosse aperto, disturbo?”

“No, affatto, vuoi favorire?”

“Mi sembra una buona idea, i miei oggi non ci sono ed ero venuta a comprare qualcosa da mangiare, ma se è gratis è meglio”.

“Siediti allora”. Preparò un piatto e le versò un bicchiere di vino.

“Hei! Questo salame è speciale!”

“Assaggia  lo stracchino, sentirai che roba”.

“Hai proprio ragione. Anche lo stracchino è ottimo”.

“Sai che stiamo per ingrandirci?”

“Davvero? Racconta”. Lui le illustrò il  progetto.

“Bello! Ed è stata un’idea tua?… Senti, posso dirti una cosa? Sono contenta che stiamo qui a parlare, ero curiosa di conoscerti meglio, ma in giro non ti si vede mai”. I suoi occhi neri lanciarono segnali.

“Lascia perdere, non vale la pena”.

“Perché? . Non sembri essere né stupido, né imbranato”

“No, non mi pare…” Lei confermò facendo no con la testa; nel movimento i lunghi capelli neri le sfiorarono le guance, bianche come i petali delle margherite.

“Devo venire ancora qui per vederti?”

“No, domenica sono libero, possiamo fare una passeggiata fino all’Holiday. Magari ti offro qualcosa…”

“Beh, ci conto… Ti va bene se ci vediamo alle cinque vicino all’arco del Vignola?”

“Porterai delle amiche?”

“Ma che dici?”. Risero entrambi.

Quella sera Giacomo arrivò a casa presto. Come sempre aveva l’aria imbronciata.

“Cosa c’è che non va?”

“Oggi è venuto Adriano, mi sembra un bravo ragazzo, si dà da fare, ma è un estraneo, non è uno della famiglia”.

“Quello che hai preso a posto di Stefano?”

“Si, di quel deficiente”.

“Non è un deficiente, con lo zio sta facendo benissimo. Vuole entrare in società, ha chiesto un prestito. La banca ha bisogno di una nostra garanzia”, disse Giovanna tutto di un fiato.

“Cosa ci deve fare con il prestito?”

La moglie gli spiegò il progetto che il figlio aveva in mente.

“È una cavolata, non ce la farà mai a restituire i soldi, alla fine toccherà a noi pagare, io non darei nessuna garanzia”.

“Non è vero che è una cavolata. Ce l’hai sempre con tuo figlio. Non ti sembra che sia ora di finirla? Se non ci vai tu,  andrò io a firmare in banca!”

Giacomo la guardò, sembrava più vecchio del solito, le guance dilatate, gli occhi semichiusi, i pochi capelli rimasti.

Si alzò pesantemente dalla sedia: “Vado a sentire il giornale radio”.

Il giorno dopo entrò in negozio e salutò Francesco, poi si rivolse al figlio:

“Se ti dai un a mossa passiamo dalla banca, sbrigati che ho poco tempo”.

La banca era a due passi, chiesero del direttore.

“Dov’è che devo firmare?”

“Buongiorno signor Giacomo, firmi qui”

Quando uscirono, Stefano era ancora sorpreso: “Grazie” disse, guardandolo con un sorriso.

“Ho fatto una cavolata, so bene che i soldi te li andrai a giocare a carte. Ringrazia tua madre”.     

Lo zio Francesco fu chiaro: “Sappi che io non voglio sapere niente: permessi, arredi, fornitori, soldi… vediamo come va e poi facciamo i conti. Se va male, smonti e porti via tutto”.

“E se va bene?”

“Ti prendi una quota del negozio, dipende da quanto fatturi con la tabaccheria e il magazzino, e, soprattutto dagli utili che realizzi”.

“Va bene, affare fatto”.

All’inizio fu dura, l’inesperienza si fece sentire, ma Stefano imparava in fretta. I fornitori stessi erano stupiti da come quel ragazzino avesse appreso a negoziare con loro in così poco tempo. All’inizio lo trattavano con in ironia, ma presto divennero guardinghi, pretendeva prodotti di qualità e quando c’era da discutere il prezzo riusciva ad irretirli. Argomentava con una velocità che non riuscivano stargli dietro, e, alla fine cedevano per non sentirlo più.

Anche lo zio, resosi conto della situazione, gli affidava spesso l’acquisto di beni alimentari, riconoscendo che non aveva la stessa energia, e, soprattutto quel misto di velocità e furbizia. Presto il negozio si fece la fama di avere degli ottimi prodotti a prezzi molto convenienti.

La clientela aumentò, anche per la comodità di trovare tutto nello stesso posto, con gran risparmio di tempo. Francesco, rendendosi conto di come stavano aumentando sia il fatturato, sia gli utili, propose al nipote una società al cinquanta per cento. Il questo modo guadagnava di più e, addirittura, qualche volta, poteva prendersi mezza giornata di riposo.

Nel frattempo Stefano aveva consolidato il suo rapporto con Claudia, ora era lei che occupava il suo tempo libero, anche se lui non aveva abbandonato completamente il biliardo e le carte. Vista la mentalità di quei tempi, erano ormai considerati da tutti fidanzati quasi ufficiali, mentre loro si limitavano a godersi quel rapporto che trovavano stimolante e divertente. In altre parole i sentimenti, quelli seri, non erano stati ancora tirati in ballo.

Poi successe il fatto.

Il padre andò a sbattere con la macchina contro la siepe di olmi che nel frattempo era cresciuta e irrobustita. L’ambulanza l’aveva portato con urgenza all’ospedale di Viterbo. Dopo il ricovero e gli esami, i medici avevano prognosticato che i danni subiti, soprattutto in alcuni punti vitali, non davano molte speranze di sopravvivenza.

Stefano, che era stato fuori tutto il giorno a visitare dei fornitori, saputo dell’incidente,  aveva raggiunto  Claudio a casa con la cinquecento appena acquistata:

“Ho appena parlato con la zia Giuseppina, che ho incontrato per caso. Mi ha detto che è molto grave”.

“È grave, è grave… dicono che rimangono pochi giorni… Non posso crederci!” Stefano ammutolì.

“Mi ha sempre fatto paura con quel trabiccolo!”, aggiunse Claudio.

“Tu dov’eri?”

“Ero in cantina qui in paese a sistemare una botte che perdeva”.

“Per fortuna…”

“È dura parlare di fortuna, comunque si”.

“La mamma?”

“È rimasta ad assisterlo durante la notte”.

Stettero in silenzio, non si erano mai parlati molto ed era un bel po’ che non si vedevano. Tra loro c’era un diaframma di gelo che impediva qualsiasi vicinanza emotiva.

“Io adesso vado, passo a prenderti con la macchina domani mattina verso le otto, fatti trovare”.

“Va bene, buona notte Stefano.”

Il giorno dopo arrivarono alla camera del malato, aveva un ago infilato in un braccio, la testa appena sollevata da un cuscino.

La madre , come li vide, gli andò incontro e li abbracciò.

“Come sta?”

“Hanno fatto dei tentativi, ma non c’è nulla da fare. Gli inoculano una sostanza in vena per lenire il dolore”. Li guardò entrambi inebetita, poi scoppiò a piangere. Vicino al letto, in piedi c’erano i proprietari di due poderi confinanti, amici del padre, e una terza persona in giacca e cravatta.

“Mamma, chi è quello lì”

“Il notaio, papà vuol esprimere le sue ultime volontà”

I fratelli si avvicinarono al padre:

“Come stai?”

“Male, come vedete. Qui c’è il notaio, i miei due amici faranno da testimoni, voglio esprimere le mie ultime volontà. Lei è pronto?”, disse rivolgendosi al notaio”.

“Si, vada pure avanti”.

“Allora, il podere e la casa di famiglia vanno a Claudio che mi ha aiutato e mi è stato vicino in questi anni. Dopo che sarò morto sarà lui ad occuparsi della mamma. Stefano potrà tenersi la casa dove abita”.

Tutti rimasero in silenzio, compresa Giovanna che rimaneva vicino al figlio maggiore senza dire nulla.

Stefano si rivolse al fratello con un ghigno: “Va bene prenditi tutto, ma alla mamma ci penso io,  sono io il figlio maggiore!”

“Con il vizio del gioco! Mi sento di morire più tranquillo se se ne occupa Claudio”, replicò il padre con un filo di voce.

Fu allora che uscì dalla stanza, senza dire una parola. Rimasero tutti immobili con lo sguardo sul malato. Solo Claudio lo seguì, e quando lo raggiunse, disse in maniera affannata:

“Io non ne sapevo nulla, lo giuro… credimi Stefano!”

Tentò di abbracciarlo. Lui si liberò con un colpo di gomito.

Tre giorni dopo ci fu il funerale. Tutti notarono l’assenza del figlio maggiore, che rimase chiuso in casa. Verso sera però, quando non c’era più nessuno, raggiunse la tomba del padre. Guardò il suo ritratto con l’aria di sfida di sempre. A un tratto notò che avevano messo la foto di qualche anno prima, istintivamente andò indietro nel tempo, gli venne in mente che quando aveva tre o quattro anni Giacomo l’aveva portato in campagna. Era d’autunno, l’uva era matura, Il padre aveva staccato un grosso graspo e gielo aveva dato. Gli acini erano dolcissimi.

“Che buona – aveva detto – questa uva la fai tu, papà?”

“Si, e quando sarai grande la faremo insieme”.

Si mise a piangere, si sentì confuso, incapace di pensare.

Poi vide come un’ombra dietro di sé, era Claudia:

“Ti ho visto passare e ti ho seguito, è dura piangere la morte di un padre.”

“Già piango la morte di un padre che non ho mai avuto; per me è morto due volte.”

Si abbracciarono forte, così forte che capirono che, da quel momento, il loro rapporto era cambiato. Lui la prese per mano e si avviarono verso il paese.

Fuori dal cimitero presero il viale dei pioppi che a Stefano sembrò non finire mai, il paese appariva lontanissimo.

“Che mondo di merda! – disse. Poi, guardando Claudia aggiunse – Vuol dire che cercheremo di fare del nostro meglio”.


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