Gente del mio paese

1. Marietto

“Fottiti!”

“M’be’?”

….

Camminarono per un centinaio di metri. Affiancati. Marietto caracollava,, ogni tanto si chinava per terra, prendeva un sasso e lo lanciava contro il tronco di un albero. Era alto, i capelli lunghi e le gambe leggermente storte. Indossava un paio di jeans e una maglietta grigia.

“M’bé cosa? Non hai capito? Hai fifa, neanche un grammo di cervello, solo tanta fifa!”.

“Allora? Cosa dovrei fare?”

“Senti, Giovanni, – e gli dette un colpo sulla spalla, facendolo ruotare fino a trovarselo davanti – te l’ho detto o no? Dobbiamo fare il culo a quei romani …”

“A bigliardino?”

“Naturale.”

“Io dico che ci battono. E poi chi ce l’ha cento lire?”.

“Tua madre ce l’ha, cento lire!”

“Gliele chiedi tu?”

“No, gliele chiedi tu. Anzi muoviti, che sennò magari esce e non la troviamo più. Ascolta, in porta io sono forte, lo dicono tutti. Tu sei forte all’attacco. Hai quel cinque … Comunque ce la giochiamo. Non li sopporto più ‘sti cavolo di romani, sempre con quell’aria di superiorità, ma che si credono di essere? Con quelle camicette attillate, i calzoni con la riga …  gliela facciamo vedere noi! Dai muoviti, che tua madre sennò va via!”, concluse dandogli una spinta sulla spalla che lo sbilanciò leggermente.

“Ah Marié … stai calmo, porca miseria!”

Marietto era magro come un chiodo, uno di quei tipi che non stanno mai fermi, né dentro né fuori, o era incazzato o era euforico, e rideva a ogni cavolata, oppure era nero e non spiccicava parola, salvo esplodere da un momento all’altro. Se si commuoveva era capace di mettersi a piangere davanti a tutti. I compagni cercavano di stargli alla larga, ma alla fine nessuno sembrava potesse fare a meno di lui. Si vantava di avere un sacco di amici, ed era vero, anche se litigava con tutti e a volte finiva anche a botte. Aveva la pelle del viso tirata, traslucida, i tratti regolari, a parte il naso a punta che si protendeva a bucare l’aria.

Aveva appena compiuto sedici anni, i suoi avevano cercato di farlo studiare ma non c’era stato verso, voleva fare il meccanico come il padre, che alla fine l’aveva preso con sé in officina. Lavorava come un mulo tutto il giorno e aveva anche una certa attitudine per la meccanica. Quando qualcosa non gli riusciva, sbatteva gli arnesi per terra; allora il padre gli diceva: “Vatti a fare un giro, sennò ti prendo a calci!” Lui usciva, faceva duecento metri imprecando, poi tornava, raccoglieva il cacciavite o la chiave inglese e riprendeva il lavoro, tutto ingrugnito.

Giovanni, tutto il contrario. Un po’ più basso e leggermente paffuto, i capelli con la riga, apparentemente tranquillo. Il tipo prudente per cui non c’è mai strada troppo sicura. Aveva frequentato il primo anno di ragioneria a Viterbo, dato che nel paesotto di Vignanello, dove si stanno svolgendo questi fatti, le scuole superiori non c’erano. Per sua disgrazia o, magari per fortuna, si era imbattuto in Mario con lui aveva formato una coppia difficile da battere a bigliardino; poi, a dirla tutta, Giovanni, aveva bisogno che qualcuno ogni tanto lo scuotesse fuori dalla sua esistenza, dove, di solito, si moriva di noia. 

Intanto erano arrivati all’Arco del Vignola, che tutti chiamavano così in paese, anche se l’arco, costruito nel Seicento, era stato disegnato da Mattia De Rossi, allievo del Bernini. L’Arco segna il confine con il Molesino, dove abitava Mario, la collina che ora i due amici si stavano lasciando alle spalle, mentre si apriva al loro sguardo la strada centrale del paese, che scende a capofitto per salire poi ripida fino alla piazza principale e al castello Ruspoli. 

Procedevano tra due file compatte di case di tufo, i cui colori richiamavano il rosso, il marrone e il giallo delle foglie d’autunno, il verde opaco dei grappoli d’uva maturi, il giallognolo dei chicchi di grano ammucchiati nei magazzini. Colori consunti, slavati dalle piogge e segnati dal trascorrere delle stagioni e dagli insulti del tempo. 

In fondo al Borgo, girando a sinistra, c’era uno slargo con un muretto, da cui si vedeva a scapicollo una striscia di terra che si fletteva rapidamente verso l’alto a disegnare una collina che copriva l’orizzonte. A sinistra, un vicolo stretto tra un gruppo di casupole da cui, per combinazione, stava spuntando la madre di Giovanni.  

La donna avanzava faticosamente per la salita non tanto ripida, per via di qualche chilo in più o, più probabilmente, per via delle tette smisurate che le  sporgevano da un abito blu scuro che la copriva fin quasi alle caviglie. Il viso era rotondo e i capelli neri erano raccolti in una crocchia che le sormontava la nuca. Nelle mani portava una borsa sformata, da cui spuntavano due ferri e un gomitolo di lana. Finito di rassettare la cucina, si recava presso un gruppo di amiche che, nella bella stagione, – si era in luglio – si riuniva all’aperto da qualche parte, fuori dal portone di casa, per lavorare a maglia e spettegolare. 

Il figlio le andò incontro, seguito da Marietto.

“Ciao, mamma”

“Ciao, Francesca” aggiunse l’amico, rimanendo un po’ indietro.

“Ciao, che c’è, vi servono le chiavi di casa?” 

“No, mamma, mi servono cento lire.”

“Cosa? E che ci devi fare?”

“Niente, siccome andiamo da Paolone a vedere gli amici, non mi va di stare senza una lira.”

“Non è che ti sei messo a fumare?”

“Senti, lo sai che non fumo … si sta insieme, e magari si decide di prendere un gelato…”

“Ma se non lo mangi mai, il gelato!”

“Francesca, dai! Tante storie per cento lire!”

“Oh Mario, noi non abbiamo mica l’officina meccanica, mio marito lavora in campagna e mi da quattro soldi per fare la spesa. Comunque – disse alla fine rivolgendosi al figlio – eccoti cento lire. E non ti scordare che ti debbo pagare anche le ripetizioni, dato che ti sei preso due materie…”

Appena la donna si fu allontanata, Marietto finse la faccia sorpresa:

“Ti sei preso due materie?”

“Si, italiano e storia”.

“Te l’ho sempre detto che tu devi andare a zappà la terra!”, ghignò.

———————- 

Fuori c’era l’insegna: Hotel Primavera. Facevi una scalinata e ti trovavi in uno spiazzo non molto grande, circondato da un parapetto a colonnine. Sulla destra l’Hotel, che si sviluppava su quattro piani. Davanti, una spaziosa pista da ballo all’aperto circondata da castagni. Al centro un bigliardino e intorno dei tavoli, quasi sempre occupati da gruppi di adolescenti, i figli dei romani che amavano passare i mesi estivi in campagna, mischiati con i ragazzi del luogo.

Il proprietario dell’Hotel era Paolone, chiamato così perché in lui tutto era fuori misura: l’altezza, la pancia, la camicia sbrindellata, le braghe dei pantaloni, le scarpe sformate. Solo la lunghezza del naso rincagnato faceva eccezione, per il resto le guance, le orecchie, la larghezza della bocca, riprendevano la regola generale, costituendo la facciata di un cranio sontuoso, prevalentemente calvo, con una spruzzata di capelli levigati sopra le orecchie. 

Tanta imponenza giustificava il fatto che i Vignanellesi dicevano di andare da Paolone, piuttosto che all’Hotel Primavera, che poi non era propriamente un Hotel, quanto il centro della vita vacanziera di un paese che non aveva certo ambizioni turistiche. Paolone, a cui la mole non consentiva un’attività frenetica, era supportato nel suo lavoro dalle due figlie, né belle né brutte, che sgambettavano nei mesi estivi da un tavolo all’altro, con modi spicci e un po’stizzosi.

Quando i due amici arrivarono, dettero uno sguardo intorno, sbirciando fra i tavoli senza scorgere i loro avversari. Marietto, con il volto teso e senza dire una parola, andò a scrutare al di là  dell’ingresso dell’Hotel; poi, a grandi falcate, fece il giro della pista da ballo, frugando in tutti gli angoli e sbirciando fra i castagni. Niente. 

Tornò da Giovanni, lo prese per un braccio e, quasi strattonandolo, lo portò  a sedere presso un tavolo occupato da due loro conoscenti:

“Dove cazzo sono finiti?!” disse, dando un pugno sul tavolo.

“Di chi parli?”, chiese uno dei due.

“Dei romani … quelli … quelli  forti, hai capito? – aggiunse con un filo di sarcasmo – Quando li cerchi non li trovi mai!”

“Non ti capisco, forti in cosa?”

“Allora sei duro di comprendonio! Forti a bigliardino, a cosa sennò?”

“Mica tutti c’hanno sempre in testa il bigliardino!”

“E perché, tu che hai in quella zucca? Pensate della Madonna, forse? Lo vuoi sapere? Quello che ho io, almeno, è meglio di niente!”.

“Marietto, che c’hai voglia de litigare?”

“Perché, si vede? Anzi, guarda, capiti proprio a proposito …” e diede una spinta al tavolo, nell’atto di scagliarglielo contro. 

Filippo, di media altezza, magro e tutto nervi, si alzò di scatto:

“Senti, mo’ la pianti, sennò …”

“Sennò, cosa?”, rispose Marietto alzandosi a sua volta.

Giovanni, preoccupato, si interpose: “Ahó, se dobbiamo fa’ a botte per queste stupidaggini, io vado a casa!” 

Andrea, l’altro ragazzo, che era rimasto lì a osservare senza fare una piega, disse con un sorriso ironico: “Non ti preoccupare, ch’è tutta scena.”

Marietto, guardandolo sulla faccia paffuta, spinse via la sedia facendo un rapido dietrofront. Dopo pochi passi, raggiunse il parapetto che s’affacciava sulla pista da ballo e ci pestò su un paio di manate. Rimase lì a fissare il nulla, stringendo i denti.

Intanto, da un tavolo vicino arrivò la voce di un ragazzo romano:

“Non state mica cercando Matteo e Romolo?”

“E chi sono?”, chiese Andrea.

“Quelli forti, come dice il vostro amico. Sono andati in gita sul lago di Vico, per oggi non tornano. Ci saranno domani, almeno così si spera. Per la verità, dovevamo andare anche noi, ma poi abbiamo pensato che tanto martedì prossimo, il primo di agosto, andiamo al mare a Ostia, e quindi chi se ne frega del lago.” 

Si capiva, da qualche sorrisetto, che i quattro del tavolo vicino avevano seguito, un po’ divertiti, lo scambio appena avvenuto. Erano in quattro, due ragazzi e due ragazze. Rispetto ai locali erano più curati, non davano l’idea di vestirsi un  po’ a casaccio, come accadeva talvolta in paese. 

“Invece – obiettò Andrea – una visita al lago di Vico non vi avrebbe fatto male; sì, è piccolo, ma visto dall’alto, con intorno quello schianto di colline piene di noccioleti … per non parlare del monte Cimino, è  come un quadro. L’acqua è fresca e ti scivola addosso che è un piacere. E poi, a Ostia, con tutte quelle code, quando ci arrivate?”.

Piano piano, i due tavoli si unirono e si cominciò a parlare delle cose di cui parlano gli adolescenti: le vacanze, il calcio, la scuola, la musica, gli ultimi balli… 

A proposito della scuola, qualcuno si lamentò dei compiti delle vacanze, al che Giovanni, che fino ad allora era stato zitto: “A me hanno dato due materie, disse, ammetto che l’italiano me lo meritavo, ma storia … Chissà, forse sembrava brutto rimandarmi a settembre con una materia sola!”

Si stava facendo sera, qualcuno accese le luci, sullo sfondo si sentiva una musica venire dal jukebox,  era Bandiera gialla, di Gianni Pettenati. 

Ora i tavoli erano tutti pieni, e l’atmosfera si stava scaldando, i ragazzi sembravano amici da sempre. Le ragazze, entrambe in minigonna, partecipavano animatamente e avevano un’aria divertita.

Marietto, intanto, era tornato al suo posto e rimaneva in silenzio, ogni tanto sbirciava verso il bigliardino. Aveva deciso che gli argomenti di cui si parlava non lo interessavano, e ciò che riguardava la scuola lo faceva sentire fuori posto. 

Sembrò riprendere vita quando qualcuno disse che le strade in quei posti erano un disastro, e che un povero cristo ultimamente era andato fuori strada. “Lo so, lo so, l’auto era caduta dentro un fossato, mio padre cercava di tirarla su collegandola con un cavo d’acciaio alla nostra giardinetta, ma per un po’non c’è stato verso, come mio padre toccava l’acceleratore le ruote slittavano sull’asfalto. Mi son dovuto mettere sotto l’altra macchina a spingere, e per poco non mi spacco la schiena. Alla fine ce l’abbiamo fatta. Il conducente era conciato male, l’abbiamo dovuto portare all’ospedale di Viterbo”.

“Chissà come farebbe tue padre senza di te!”, disse Filippo che s’era legata al dito la lite precedente. Marietto stava per replicare, ma intervenne una delle due ragazze, Lucia, una tipa con i capelli cortissimi e gli occhi neri: “Invece è stato bravo, mi sono trovata in una situazione simile e ho visto che quello che spinge rischia sempre che la macchina gli ricada addosso. Devi essere forte, e se va male, agile a scansarti. Come ti chiami?”

“Mario”

“Beh, sei stato bravo”. 

Ma cosa vuole questa? Pensò il giovane diffidente. Di solito si teneva alla larga dalle ragazze. “Per loro – diceva – doveva ancora farsi i muscoli …”  

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Quella domenica mattina Marietto si svegliò di pessimo umore. Ancora in pigiama entrò in cucina, dove i suoi genitori stavano facendo colazione. Il tavolo e i mobili erano di formica, di colore verde chiaro. Davanti a lui sulla destra c’era la stufa a legna con su una pignatta con il latte ancora caldo e la caffettiera. A sinistra una grossa finestra, da cui Angela, la madre, si affacciava durante il giorno per tenersi aggiornata sui fatti del paese, interloquendo, quando capitava, con le comari di passaggio. In un vassoio sul tavolino c’erano gli sfilatini  appena sfornati.

Appena seduto, la madre, che portava un grosso grembiule per non sporcarsi il vestito della domenica, gli mise davanti una tazza di caffellatte e uno sfilatino.

“Non c’è un po’ di ricotta?”, chiese il giovane.

“No, stamattina il lattaio non l’ha portata”.

“Già, la domenica riposa”.

“Non è che la fanno tutti i giorni”.

“M’be’, ci mancherebbe”.

“Hei! Non è che tu sei questo gran lavoratore!” intervenne il padre Adriano, un uomo sulla cinquantina, irrobustito dall’età, i capelli fitti e neri, gli occhi scuri e il viso squadrato. Un tipo solido e spiccio, a cui non piaceva tirare le questioni per le lunghe.

“Perché cos’hai da dire?”

“Ormai il sabato pomeriggio non ti si vede più, con tutto quello che c’è da fare”.

“Bella questa, i miei amici sono sempre da Paolone…”.

“Te l’avevo detto che il lavoro in officina è duro. Sei tu che non hai voluto studiare”.

“È vero, però quasi quasi è meglio che vado a zappare, piuttosto che lavorare con te!”.

“Adesso la pianti. Non ho voglia di rovinarmi la domenica. Piuttosto sbrigati che dobbiamo andare a messa”.

“Anche …”

“Perché, adesso neanche la messa ti va più bene?”, intervenne la madre piantandoglisi davanti con le mani sui fianchi. 

Marietto si  zittì e cominciò a mangiare. Lo sfilatino, immerso nel caffellatte si manteneva croccante e saporito. Il padre si alzò dal tavolo, aveva messo la giacca e portava perfino la cravatta. Le punte delle scarpe erano tirate a lucido. Sulle mani, sempre immerse nel grasso e gli ingranaggi, nonostante la toilette domenicale, s’intravvedevano vaghe ombre nerastre. 

Finita la colazione il giovane si vestì in fretta. Visto di profilo, i capelli neri a tendina gli coprivano la faccia da cui si vedeva spuntare solo il naso. Aveva un viso ovale, illuminato a lampi dagli occhi verdi e stretti, come quelli di sua madre. 

Dopo un po’ tutti e tre, Marietto al centro, scendevano lungo il borgo e si preparavano a salire verso la piazza, dove avrebbero varcato il portale della Chiesa Collegiata Santa Maria della Presentazione. Marietto pensò a quante volte avevano fatta quella strada. Gli venne in mente quando era piccolo e s’impuntava davanti al bar in fondo alla discesa, reclamando il pacchetto di caramelle che poi succhiava incessantemente durante la messa. 

La strada, di domenica si riempiva di gente. Si formavano crocchi,  piccoli ingorghi davanti ai caffè … Era tutto un rutilare di pacche sulle spalle e di battutacce: “Ahó! Beato chi se rivede!”, “Guarda un po’, come ti sei ripulito!”, “Ammazza che pancia, ma quanto magni!”.

 Le ragazze procedevano a braccetto, sbirciando in giro con la coda dell’occhio, impegnate in un chiacchiericcio fitto che si traduceva in ghirigori nelle espressioni dei volti sorridenti. I ragazzi le guardavano passare seduti sul muretto in fondo al borgo e ogni tanto si davano di gomito, non lesinando commenti tra spintoni e risate. 

Dopo la messa, generalmente, si andava a comprare la porchetta. Il maiale, infilato in un asse, la carne imbrigliata in una cordicella robusta che lo avvolgeva, era issato su un’impalcatura di legno. Il venditore ne tagliava grosse fette ai clienti, che reclamavano, insieme alla carne, manciate del finocchio che veniva infilato nelle viscere dell’animale durante la cottura per insaporirlo; ortaggio che poi ornava il piatto domenicale insieme alle patate fritte in padella.

Marietto cominciò a manifestare una certa irrequietezza.

“Sentite, io me ne vado, ci vediamo a pranzo”.

“Come te ne vai?”, reagì la madre.

“Sì, devo fare un salto alla colonnetta per vedere che succede”.

“E che deve succedere?”, Lucia, mano mano che il figlio cresceva, se lo sentiva sfuggire, e reagiva così, istintivamente, tutte le volte che si allontanava.

“Lo so io quello che deve succedere … Ahó, che vi devo raccontare tutto? Saranno pure cavoli miei!”

“Marietto – intervenne il padre – tratta bene tua madre, perché sennò ti puo’ sempre arrivare una sberla. Non è che perché sei cresciuto, poi fa l’cafone quando ti pare”.

Il giovane guardò il viso della madre, che aveva un’espressione interdetta e un po’ turbata, e provò un leggero senso di colpa:

“Scusa, mamma, – disse dandole un bacio sulla guancia –  faccio in fretta e ti aiuto a preparare la tavola”. 

Poi  Marietto scappò via, voleva capire se nel pomeriggio quel cavolo di romani ci sarebbero stati, se partivano martedì quella era forse l’ultima occasione per fargliela vedere. Aveva le gambe lunghe e, come si è già detto, lievemente storte, ma quella leggera imperfezione non rovinava l’estetica dell’insieme, ansi sembrava enfatizzare lo slancio con cui affrontò la salita del borgo, ignorando tutti quelli che cercavano di fermarlo, se non altro per fargli un saluto.

Si bloccò però quando, attraversato l’arco del “Vignola”, vide Lucia, la ragazza che aveva conosciuto la sera prima, arrancare intorno al suo motorino cercando di farlo ripartire. Rimase un po’ a guardarla: quando pigiava sul pedale per avviare il motore la gonna le si sollevava un bel po’ sulla coscia. Convenne che era fatta proprio bene, era carina da qualsiasi parte si guardasse e, nonostante i movimenti trafelati, dava un senso di leggerezza.

“Che succede?”

“Non lo so – rispose lei, sorpresa di vederlo – fa fatica a partire, fa delle strane vibrazioni, non risponde quando accelero …”

“Fammi vedere …” – così dicendo quasi gliela strappò di mano, la fece partire con due robusti colpi di pedale e stette ad ascoltare il rumore del motore. 

Poi aggiunse: “Se mi vieni dietro, vedo quello che posso fare”.

“Dove andiamo?”

“All’officina, dove sennò?”

L’officina era lì vicino, sotto la casa dove abitava. Fatti un centinaio di metri seguito da Lucia, sollevò una saracinesca ed entrò in un grande garage dove sostavano un paio di macchine con i cofani aperti e alcune parti smontate, posate provvisoriamente sul pavimento. Sulla destra c’era un ampio bancone con una cassettiera, sormontata da una parete di legno carica di attrezzi.

“Tu stai fuori, altrimenti ti sporchi”, disse alla ragazza, che rimase dubbiosa sulla strada, con la sensazione di una situazione fuori controllo. Stette lì, sulle spine, per una mezzoretta, cercando di vedere inutilmente cosa accadeva all’interno del garage, fino a che non rivide spuntare Marietto, che le riconsegnò con aria soddisfatta lo scooter: “Prova adesso!” 

Il motore partì immediatamente e non si sentiva più nessuna vibrazione. “Come pensavo erano le candele”.

“Bravissimo! – disse lei, tirando un respiro di sollievo – Non sapevo proprio come arrivare a casa!” Poi, con aria spigliata, tirò giù uno zainetto che portava sulle spalle, tirò fuori un borsellino e chiese: “Cosa ti devo?”

“In che senso?”

“Per il lavoro, voglio dire”.

“Già, ci considerate dei poveracci!”, imprecò Marietto. Poi, dirigendosi verso le scale di casa aggiunse – Ci vediamo, vedrai adesso come fila …”. Intanto, pensò, non faccio più in tempo ad andare alla colonnetta, e devo aspettare fino stasera per sapere se quelli ci saranno o no.

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Il pomeriggio, Marietto era appena arrivato da Paolone insieme a Giovanni, quando Lucia gli venne incontro e gli si piazzò davanti. Di sicuro lo stava aspettando.

“Io non sono una borghese!”, gli disse stizzita, il busto lievemente piegato in avanti, gli occhi neri, già grandi di per sé, dilatati a dismisura. 

Marietto, abituato ad aggredire per primo, rimase di stucco: “Come sarebbe a dire che non sei una borghese? E perché lo dici con questa furia? Lo sai che non ci sto a capì niente?”

“Vuol dire che per me il mondo non è diviso tra ricchi e poveracci, questo lo capisci?”.

“Vabbè, se non si può più fare una battuta, allora …”.

“Perché per te era una battuta? Tu sei un meccanico, mi hai fatto un lavoro e io volevo pagarti!”

“Ma io il lavoro l’avevo fatto in amicizia”.

“Perché, secondo te, io sono una che s’approfitta dell’amicizia?”

“Di sicuro no, e poi che amici siamo? In fondo c’hai ragione, magari noi paesani siamo pure meglio, ma voi romani vi sentite superiori: uno vi fa un piacere e voi tirate fuori il borsellino!”

“Senti Mario, o Marietto … come preferisci – e qui Luisa  cambiò tono –  Vignanello o no, ci sono i ragazzi che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. Tu non mi sei antipatico, anzi… basta però che la finisci di dire tutte queste stupidaggini …”

Lui non seppe cosa replicare … Improvvisamente sentì che era su un terreno che non gli era familiare: 

“Vabbè, vabbè … Neanche tu mi sei antipatica, che ti devo dire? … Senti, ti dispiace se adesso vado a giocare a bigliardino?”

“No, però non lamentarti se ti dicono che pensi solo a quello”, replicò Luisa bruscamente, prima di allontanarsi.

Questa volta Marietto non le rispose, mise un braccio sulla spalla di Giovanni e si avviò verso Matteo e Romolo, che aveva visto seduti a un tavolo lì vicino. Prima di raggiungerli, però, sospirò: “Che palle, però, queste donne, le aggiusti il motorino e invece di ringraziarti…”

“Però, anche tu, potevi essere un po’ più gentile, non ce ne sono mica tante di ragazze così carine!”

“Giovà, te lo dico sempre: sei come l’acqua i’ gnocchi, non c’hai i coglioni”.

“Ci stavate cercando per sfidarci?” chiese Romolo alzandosi dalla sedia. 

Era alto, aveva i capelli a spazzola e la faccia seriosa.

“E come no, da due giorni…” replicò Marietto.

“Eccoci allora, siamo pronti!” disse, indicando il compagno ancora seduto, un tracagnotto con l’aria svogliata, il quale fece leva con entrambe le braccia sulla sedia per alzarsi. 

S’avvicinarono al bigliardino: quattro ragazzini che Marietto conosceva stavano finendo una partita. 

“Ragazzi sbrigatevi che dobbiamo fare una partita seria”

“Marié, se la devi fà tu, tanto seria non dev’essere” rispose uno stronzetto  con gli occhiali, senza perdere d’occhio la pallina mentre menava le maniglie del bigliardino.

“Fai lo spiritoso, Francé? Hai visto mai, che ti becchi uno scappellotto?”.

“Lo sai che mi fai paura? Ti conviene metterti a sedere che siamo solo a metà partita, e può essere che facciamo pure la rivincita”.

Quella sera da Paolone era tutto pieno, il jukebox andava a manetta e i ragazzi parlavano ad voce alta per sovrastare il rumore della musica. Ogni tanto si sentiva qualche risata o un repentino acuirsi delle voci. Stipati in pochi metri, si mischiavano parlate e umori diversi, tra cui s’intuivano, tra gesti trattenuti e atteggiamenti spavaldi, timori e aspettative tipiche di un’età in cui non si riesce mai a  quadrare il cerchio.

Lucia, dopo la discussione,  aveva raggiunto la sua amica Ornella. Sedevano vicino al jukebox, contro la facciata dell’Hotel:

“Non so perché te la prendi tanto, non l’hai ancora capito che tipo è ?”, disse Ornella scuotendo la coda di cavallo. Aveva il viso affilato e le pupille che danzavano da un angolo all’altro dello sguardo. L’amica non rispose, continuando a guardare nel vuoto.

“… e poi è tutto spigoli, non ce la fai proprio a parlarci, hai visto che scena ieri? Per poco non si prendevano a botte … In testa ha solo il bigliardino, e a noi ragazze manco ci vede!” Dicendo questo accavallò le gambe e si aggiustò la minigonna.

“Ma … non proprio – reagì Luisa – ieri ero in difficoltà, mi ha aiutato e, come hai visto, non ha voluto nulla in cambio. E poi non è questione di bigliardino, ha la fissa di dover dimostrare qualcosa, e se le cose non vanno per il verso giusto dà fuori di testa!”

“E che c’ha da dimostrare?”

“Quello non lo sa manco lui …  Per il resto, non è che a me guardare gli uomini mi abbia fatto bene… Senti, lascia perdere, che fra due giorni andiamo al mare”. 

Intanto i futuri contendenti si erano seduti, in attesa che i quattro ragazzini mollassero il bigliardino, dal momento che, magari per ripicca, avevano appena iniziato la rivincita. Data la situazione, Romolo decise di rompere il silenzio:

“Voi che fate?”

“Io studio ragioneria a Viterbo”

“E tu?”

“Io aiuto mio padre in officina. Ripariamo auto e moto. Volevano che studiassi, ma per far cosa? Non vedo prospettive … mi chiudo in un ufficio?”

“Non è detto… Io faccio il liceo, a dirla tutta non so bene cosa farò in seguito, ma ho cinque anni per guardarmi intorno”.

“Se è per questo anch’io mi guardo intorno, io questo paese lo conosco palmo a palmo, dal Molesino a Santo Stefano e la cosa che mi piace sono i motori e l’odore dell’officina; che ci posso fare?”

“Magari potresti arrivare fino a Canepina… fare il fungaiolo!”, interloquì Matteo, tra uno sbadiglio e l’altro.

“Fottiti! – replicò Marietto lanciandogli un’occhiataccia – Se non si  può fare un discorso serio…”

“Mauro, Romolo, venite qua che decidiamo per stasera!”. Chi chiamava era il gruppo dei romani della sera prima, a cui si erano aggiunti Filippo e Andrea. 

“Andiamo a sentire cosa vogliono”, fece Romolo. 

Marietto e il suo compagno rimasero lì da soli a vedersela con i quattro ragazzini che non volevano saperne di mollare il bigliardino. La discussione all’interno della comitiva, dopo i primi approcci, diventava sempre più animata. 

Così trascorse un bel po’ d tempo, mentre lentamente scendeva la sera.

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Erano già le sette passate quando finì la rivincita. 

I quattro ragazzini si guardarono per decidere cosa fare.

“Ahó, adesso vi togliete dalle palle!”, irruppe Marietto.

“Solo se ci va!”, replicò Francesco.

“Perché, te lo sei comprato il bigliardino?”

“Dai ragazzi – s’interpose Giovanni – mo’ vi siete divertiti, fateci giocare un po’ anche a noi”.

Ci fu un attimo di sospensione in cui tutti guardarono Francesco.

“Andiamo, va, ci sarebbe da discutere ma non ho voglia. Marié, sei grande e grosso ma ti comporti come un figliarello”.

“Va beh, va beh, basta che ve ne andate!” 

I quattro mocciosi se ne andarono, imprecando sottovoce e lanciandogli qualche occhiataccia di traverso.

“Giovanni vai a chiamare quei due che stiamo a fà notte”. 

L’amico si avvicinò al gruppo che, dopo aver deciso di ritrovarsi dopo cena sulla pista da ballo, stava chiacchierando del più e del meno: “Allora la facciamo sta partita?” Tutti lo guardarono con uno sguardo interrogativo. Perfino Matteo e Romolo sembravano essersi dimenticati della sfida, ma dopo aver  guardato l’orologio e averci riflettuto per un attimo, quest’ultimo disse: “Va bene, ma ne facciamo una secca, che si è fatto tardi”.

“Così mi piace, o la va o la spacca”, fece Marietto, che mentre presidiava il bigliardino, seguiva gli eventi leggermente defilato. 

I giocatori si avvicinarono all’attrezzo e si misero in posizione, non prima di aver stabilito che si sarebbero giocati cento lire a testa. Marietto giocava in difesa, manovrando il portiere e i terzini, Giovanni presidiava l’attacco e il centrocampo, costituito da cinque robuste sagome. Dall’altra parte Il difensore, Matteo, era basso e tarchiato e sembrava abbarbicato alle manopole; Romolo, decisamente più alto e slanciato, si muoveva con una certa eleganza e signorile distacco.

Si vide subito che la partita era in equilibrio, lo capirono soprattutto il gruppo degli amici che, incuriositi, s’erano avvicinati per vedere come andava a finire quella sfida di cui si parlava ormai da qualche giorno.

I difensori apparvero subito attenti e ben piazzati e sembravano cedere soltanto ai tiri (usando il gergo calcistico) di rara potenza e  precisione. Giovanni,  nel presidiare la sua area manovrava in maniera  rutilante il centrocampo, facendo partire delle lecche micidiali; Tommaso, invece, gestiva l’attacco con assoluta precisione e velocità, trovando degli angoli spietati soprattutto con i due giocatori laterali.

Fatto sta che, dopo una mezz’oretta erano ancora alla pari; il punteggio era cinque a cinque e sembrava che la cosa sarebbe andata per le lunghe, dato che per vincere bisognava arrivare per primi a nove goal. Invece, le cose cambiarono in maniera repentina. In pochi secondi, partì una saetta da centrocampo che i romani non videro neanche; Romolo replicò quasi subito con un tiro così angolato e in maniera così tempestiva che, mentre la pallina rotolava nella buca, Marietto dal nervoso, spinse via le stecche che, per effetto delle molle, rimbalzarono da una parete all’altra dell’attrezzo.   

Quella replica puntuale convinse Giovanni che con i romani non c’era nulla da fare; ebbe un improvviso scoramento e il suo gioco, fino a quel punto vigoroso, divenne molle e quasi rassegnato, così che il compagno, bersagliato da tutte le parti, dovette capitolare per ben due volte. 

Ora erano otto a sei: “Si mette male…”, ironizzò Matteo. Marietto, invece, se la prese con Giovanni, a cui dette una leggera scoppola sulla nuca: “Ahó, che ti sei addormentato? Adesso questi si credono di vincere! Dai! Facciamoci conoscere!” 

E si chinò ancor di più su bigliardino dicendo a sé stesso: “Da qui n’se passa più”. Quando poco dopo Romolo gli tirò ancora sull’angolo, spostò il portiere in maniera così rapida, che per non sbilanciarsi dovette fare un passo indietro.

“Ammazza che parata! Però sta attento a non farti male…”, urlò Filippo. 

La situazione parve trasformarsi, Marietto dalla difesa fece partire una lecca tale che il rumore del colpo si confuse con il rumore della pallina che sbatteva sul legno dietro la porta avversaria. Subito dopo, con un tiro angolato scoccato da un terzino, riportò in pareggio la partita: otto a otto.

“Hai visto che spizzata?”, disse Marietto, ricambiando l’ironia dell’avversario. 

Ora, come succede nelle partite di calcio, sia quelle vere sia in quelle di calcio balilla, erano tutti tesi: i giocatori sudavano abbondantemente, gli spettatori commentavano ad alta voce, urlando: “Guarda che tiro! Ammazza che parata! Che spizzata ragazzi!” Insomma, un gran casino. Per di più, si aveva l’impressione che quell’ultima pallina non volesse entrare in nessuna delle due porte, fino a che …

Giovanni diede una delle sue bordate, la pallina andò a picchiare contro una sagoma del “cinque” avversario che, nel contrasto, la fece schizzare in alto. La pallina ricadde sul centrale di Romolo, il quale istintivamente la colpì a mezzaria, segnando il goal decisivo. Marietto rimase esterrefatto, diede un colpo con il palmo della mano sul bordo del bigliardino e stette per qualche secondo in silenzio. Poi, apparentemente calmo, andò presso la buca dove si raccoglievano le palline e raccolse quella con cui era stato realizzato il goal decisivo.

Tenendola saldamente fra le dita, dopo essersi girato, la scagliò violentemente per terra, la pallina rimbalzò a grande velocità andando prima a colpire una delle finestre a vetro dell’Hotel, poi ricadendo sul jukebox  e ammaccandolo su un lato. 

Paolone, che attratto dalla confusione aveva osservato l’ultima parte del match, a quell’uscita si avvicinò a Marietto e, posandogli sulla spalla una mano che, per inciso, doveva pesare almeno due chili, con le pupille che per la pressione sembravano due nocciole, gli disse: “Ah Marié, se sei venuto qui a distruggere il locale io ti caccio via a calci nel sedere! Adesso mettiti lì seduto e non ti muovere più, altrimenti ti do una di quelle ripassate che te la ricordi finché campi”.

Il giovane ubbidì, andò a sedersi vicino al parapetto che dava sulla strada e, quasi piegato in due, cominciò a guardare di traverso le poche macchine che passavano furtivamente nella penombra. Senza parlare, tutti i ragazzi e le ragazze, giocatori o no, un poco alla volta gli si sedettero intorno. 

Una volta radunati lì, ci fu un lungo silenzio, per fortuna interrotto, dopo qualche minuto, dalla voce di Romano: “Abbiamo vinto, su questo non ci piove, però, sinceramente Marietto, in difesa sei proprio forte …”. 

Poi fu tutto un coro: “Hai  ragione, quella parata poi …”

“Per  non parlare dei goal”

“Hai visto mai, che ti diamo la rivincita?” scherzò Matteo, dandogli una pacca sulla spalla.

Questo Marietto non se l’aspettava, quella gragnuola di complimenti che arrivavano da ogni parte da non riuscire a starci dietro, gli intorpidivano la testa.  

Passò dalla rabbia a un groviglio di emozioni così incasinato che per qualche secondo non seppe cosa dire, fino a che non gli scappò di bocca: “Grazie! A dire la verità pensavo che voi romani foste degli stronzi, ma mi sa che mi sono sbagliato”. Mentre parlava aveva gli occhi un po’ arrossati per la tensione e per quell’improvviso cambiamento di prospettiva.

“M’bè – disse Lucia – quello che volevi dimostrare l’hai dimostrato. A questo punto stasera puoi venire a ballare con noi, così ti rilassi”.

“Così vediamo se hai imparato il rock and roll” ribadì Filippo con un tono amichevole.

“Non dubitare che pure lì non c’ho rivali”, ma questo il giovane lo disse sorridendo e con un filo d’ironia, come se non ci credesse neanche lui. 

—————————  

Marietto non si poteva considerare un frequentatore assiduo di Paolone. Faceva piuttosto delle incursioni: due chiacchiere con gli amici, una gazzosa, qualche partita a bigliardino… Non si sentiva a suo agio. Era più un posto da studenti, loro sì che si mischiavano bene con i romani, per di più d’estate non avevano niente da fare.

In paese non aveva problemi, se la giocava con tutti, nonostante fosse ancora giovane era considerato un bravo meccanico e quando si trattava di discutere di motori o di macchine, aveva sempre qualche parola da dire in più degli altri. 

Amici ne aveva, grandi litigate certo, ma non si può mica andare sempre d’accordo. Dicevano che era strafottente, però quando era di luna storta e non si faceva vedere in giro, tutti lo venivano a cercare: allora che volevano?

Anche rispetto alle ragazze, per dire, ultimamente si sentiva più di qualche sguardo addosso, vabbè, vatti a fidare… Certo, per quello doveva ancora farsi i muscoli…  Però per tutto il resto li aveva, eccome!… 

Da Paolone, però, era un’altra cosa… lui si era sempre tenuto fuori tiro, gli piaceva sbirciare dentro, ma nulla di più. E adesso? 

Questi erano più o meno i pensieri  di Marietto mentre cenava, il che certo non gli impediva di gustare gli spaghetti all’amatriciana o i funghi trifolati che Angela aveva preparato. Però una certa inquietudine l’aveva. Soprattutto s’era fissato su una cosa: “Papà…”

“Che c’è?”

“Sai, i pantaloni che mi ha regalato la mamma? Quelli bianchi che portavo oggi? M’è venuta un’idea, se ci mettessi sopra la camicia blu, quella che ti sei comprato in settimana, sarebbe la morte sua…”

“Ma che dici? Che ti viene in mente? Perché non ce l’hai, tu, una camicia da mettere?”

“Certo che ce l’ho, ma devo andare da Paolone e gliela devo far vedere”.

“E che glie devi far vedere? E a chi? A parte che nella mia camicia ci caschi dentro…”

“Papà, la porto di fuori, così non si vede che è un po’ larga … Ti prego, fammi provare!”

“Dai Adrià, fallo provare, che ti costa?  – intervenne Angela, sorridendo –  Domani la lavo, la stiro e te la rimetto nel comò, manco te n’accorgi…”

“Tu guarda che devo sentì… Vabbè prendila, ma ricordati che se me la rovini…”

“Papà, ti pare che te la rovino?”

Dopo cena Marietto uscì con i suoi pantaloni bianchi e la camicia blu del padre, che gli pendeva fuori dei pantaloni. Si era anche lavato i capelli che, stirati con il fono e con la riga in mezzo, scendevano dritti dritti a sfiorargli le spalle.

Imboccò la strada per la colonnetta. Il primo tratto si snodava tra due pareti di  blocchi di tufo dalle forme irregolari. A intervalli costanti s’intravvedevano delle rientranze dove la parete compiva delle curve sinuose per abbozzare panchine con la seduta rivestita di cemento.

In alto, nel terrapieno contenuto dalle pareti di tufo, affondavano le radici querce centenarie, generose d’ombra e di ghiande, che si protendevano sulla strada a coprire il cielo stellato con i rami assiepati di foglie. Assopite e maestose, per via di un leggero venticello,  emanavano un fruscio quasi impercettibile.

Da un certo punto in poi la strada procedeva al livello del terreno, dove le piante ai lati sembravano diradarsi su uno sfondo arioso, appena illuminato da lampioni dall’aria pigra, che emanavano una luce soffusa, che si smarriva fra le chiome degli alberi. Sulla sinistra c’erano le ville dei benestanti, nascoste dalle recinzioni e dai cancelli, quasi a negarsi al paesaggio di un paese dove tutto, in un modo o nell’altro, finiva per saltare all’occhio.

Quel tratto di strada che attraversava la collina del Molesino fino alla Colonnetta, dove troneggiava l’Hotel Primavera, era la zona intermedia dove Marietto si vedeva con le comitive degli amici, zeppe di cugini e di cugine, senza mai osare andar oltre se non per rapide incursioni, durante le quali guardava tutto con occhiate malevoli e stizzite.

Poi si arrivava da Paolone, lo spazio delimitato dal parapetto a colonnine era quasi vuoto, mentre la pista da ballo era illuminata e piena di giovani. Il jukebox, spostato al suo interno, sparava musica a tutto volume.

Marietto andò a cercare i suoi amici, che erano già tutti lì, seduti a circolo a un lato della pista. Osservandoli, nelle loro posizioni scomposte vedevi rimbalzare dall’uno all’altro senza sosta, battute e risate, in un’atmosfera densa, che risucchiò immediatamente il nuovo arrivato:

“Ma guarda che bellezza! E, dimmi un po’, quella camicia a chi l’hai rubata?” disse Matteo, con le braccia aggrappate ai braccioli, quasi temesse di sprofondare nella sedia”.

“A mio padre, perché si vede?”

“Però ti sta bene”, intervenne Ornella, sollecitando con un rapido sguardo il parere di Lucia, che assenti chinando la testa.

“Senti Marié – disse Andrea – camicia a parte, stavamo a parlare di Pasquale, ce l’hai presente? Stamattina ha preso il padre a sassate, e mentre gli tirava delle brecce così – e fece il segno con le mani – gli diceva: ‘papà, ti voglio bene, papà ti voglio bene’ … Ahó, vi giuro, se lo prendeva l’ammazzava”.

“E lo dici a me? Un paio di settimane fa è venuto all’officina per chiedere della macchina del padre, e quando gl’ho detto che non era pronta, prima ha fatto l’aria spaventata, poi m’ha urlato: ‘ma che, sei matto? E mo’, a mio padre chi glielo dice? Quello me dà n’sacco de botte!’ Ma che dici, faccio io, tu che c’entri? Semmai ci mena a noi! Per stasera comunque è pronta! Lui allora, sbarrando gli occhi e sempre urlando con le mani tese davanti alla faccia, mi fa: ‘Stasera? Ma lui deve andare in campagna fra due ore!’ E, poi, non ci potete credere, s’è messo a dà testate nel muro che a momenti lo sfonda, e a ogni colpo ripeteva: ‘Io non glielo dico… io non glielo dico…’ A quel punto è arrivato mio padre con una chiave inglese nelle mani, e gl’ha detto a brutto muso: ‘Pasquale, adesso la pianti e te ne vai, di’ a tuo padre che quando la macchina è pronta te la portiamo a casa noi.’ Dopo questa sfuriata, un po’ s’è calmato, ma ha continuato a ripetere a bassa voce, tra sé e sé, girando intorno: ‘Io a casa non ci vado, io a casa non ci vado…’ Poi…  la pensata: s’è seduto per terra  ad aspettare, con la schiena appoggiata allo spigolo della porta.

Io e mio padre ci siamo messi a lavorare tutti e due sulla sua macchina, per finirla il più presto possibile, anche perché lui, sempre più nervoso, ogni due minuti picchiava certe botte con la nuca contro lo spigolo, che faceva tremare tutta la casa.

Quando abbiamo finito il lavoro, gli abbiamo detto: ‘Adesso è pronta. Vallo a dire a tuo padre, e per favore non farti più vedere da queste parti.’ Ahó, è partito come un razzo e, prendendo la curva, ha schivato per un soffio l’albero di ciliegio in fondo al viale!”.

Mentre raccontava, Marietto cercava di imitare le espressioni e i movimenti di Pasquale. Tutti ridevano e commentavano divertiti: “Per forza che è matto sto’ Pasquale, a forza di sbattere la testa contro i muri”.

“Magari ce l’ha dura come il ferro”.

“Quello senz’altro…”.

Solo Giovanni non sembrava sintonizzato: “Poveraccio, però…”

“Madonna Giovà però, che sega che sei”, intervenne Filippo.

“Embè, però ha ragione – disse Tommaso – mi sembra un caso umano. Per la famiglia deve essere un bel problema”

Marietto non ci stava a buttarla sul patetico e rivolgendosi ai compaesani:

“…e non è l’unico, ce l’avete presente Peppe?”, disse.

“Vuoi dire Peppe il “cercatore”? E chi non lo conosce…”

“Prima o dopo passano tutti dalle mie parti. Un giorno mio padre mi fa: scaricando gli attrezzi dal furgone mi deve essere caduta la lima, quella grossa, vai a vedere lì fuori se la trovi. Io sono uscito e ho visto Peppe che girava da quelle parti, lui di solito cammina piegato in due, raccoglie tutto quello che trova e se lo mette in tasca. Ho visto che aveva una strana camminata, quasi non riusciva a piegare la gamba destra e aveva il gomito sollevato. Mi sono avvicinato e gli ho chiesto: ‘A Peppe, ma che hai?’ E lui: ‘È mia, è mia!’ Allora ho capito, vi giuro che m’è venuto da ridere, la lima se l’era infilata in tasca e, piccolo com’è, gli bloccava tutto il fianco destro: ‘A P, dammi questa lima che fra un po’ caschi e ti rompi una gamba!’ E lui insisteva: ‘È mia, è mia, l’ho trovata io…’, e tentava di allontanarsi con il gomito sempre più alzato, trascinandosi con la gamba sinistra. ‘Ahò, gl’ho detto, non mi fare incazzare che chiamo i carabinieri e ti faccio arrestare!’ Allora si dev’essere spaventato, s’è fermato e, guardandomi di sbieco, ha cominciato a sfilare la lima dalla tasca, che però s’era bucata, tanto che la punta  gli era arrivata sul ginocchio.

Io gli sono andato vicino, gli ho messo una mano sotto la camicia, ho preso l’attrezzo per il manico e ho dato uno strattone. E non vi sto a dire cosa è venuto fuori da quella tasca, insieme alla lima: cordicelle, bucce di mela, chiodi, viti, sassolini, fazzoletti sporchi, bottoni…”

Tutti ridevano, Marietto compreso. La tensione dei giorni precedenti, era svanita e se la beava fra una risata e l’altra.

“Adesso però, lasciamo perde le stronzate di Marietto e andiamo a ballare” disse Filippo. Le ragazze si alzarono per prime e tutti le seguirono. Dal jukebox arrivavano le note di Cuore matto di Little Tony.

—————————— 

Il gruppo s’infilò nella pista affollata e si scatenò al ritmo del rock. Nell’insieme era un bel vedere: le querce schierate tutt’intorno come un argine rassicurante di giganti dalle chiome corpose, i lampioni disseminati che illuminavano la scena con discontinui bagliori, generando tra la marea di giovani assiepati giochi di luci e di ombre. L’incalzare delle note calava come un’onda, scuotendo senza sosta il tessuto di quella coralità multiforme, trascinata in una immane bailamme. 

Matteo fu subito pronto a sfoggiare un’insolita energia. La natura del ballo consentiva a ciascuno di sfoggiare il suo stile: Tommaso era elegante e sobrio, Ornella elettrica, la coda di cavallo impazzita, Filippo energico,  con i muscoli che gli straripavano dai jeans, Giovanni come imprigionato nei suoi stessi movimenti, Lucia rapita, le note sfrenate del rock avvolte nella sua morbidezza. 

Marietto si muoveva in lungo e in largo, fino a sparire nel caos della pista per poi ricomparire esibendo figure sempre nuove, incuranti della forza di gravità. Ora in piedi con le braccia scagliate verso l’alto, ora sulle ginocchia a sfiorare il pavimento con le spalle. I suoi arti  vibravano  come neanche le corde di un chitarrista impazzito.

Lucia lo afferrò per una mano ridendo, lui la tenne per un breve attimo prima di scagliarla a ruotare più volte su sé stessa. Poi i loro corpi, nonostante le bizzarrie del ballo, si ritrovarono  a dialogare trovando strane sincronie. Gli sguardi triangolanti lampi di verde e di nero erano fissi l’uno sull’altro nello sforzo di cogliere il balenio che anticipava una nuova figura. 

“Andiamo a berci qualcosa? Una birretta?”

“Certo! Ci vuole proprio!”, assentì Marietto alla sollecitazione di Tommaso. Si avviarono così verso il bar dell’Hotel, seguiti da Lucia, Ornella e Matteo.

“Certo che sei simpatico!” disse Tommaso appena seduto.

“Che dici? – rispose il giovane smarrito – mi stai a prendere in giro!”.

“A me sei simpatico!”

“Questo non me l’avevano mai detto! Mi devo offendere? Vuoi dire che racconto un sacco di cazzate? Va beh, v’ho detto di Ettore e di Checco per farci due risate. Ahó, ma io di solito mica sono così! Mi dicono strafottente… dicono che con me non si può discutere…”

“Dire a uno che è simpatico non è mica un’offesa …” lo interruppe Lucia.

“A me all’inizio non piacevi –  aggiunse Ornella – ma adesso che ti conosco meglio … si, sei proprio simpatico”.

Marietto era sempre più smarrito. ‘Io questi proprio non li capisco…’, pensò.

“Che vi devo dire, se però è un complimento, allora… non lo so, vi devo  ringraziare? Mi dispiace però che domani partite o è dopodomani?… Se rimanevate qualche altro giorno magari cambiavate idea …”

“Non capisco perché sei così stranito, – intervenne Matteo – quasi quasi ti invitiamo a venire con noi: qui è come se t’avessero messo sott’aceto. Sono convinto che con un po’ d’aria di mare la finisci di agitarti”

“Bravo Matteo! – fece Lucia – l’hai proprio detta giusta!”

“Perché hai smesso di studiare?” chiese Tommaso.

“Te l’ho detto, mi piace la meccanica, i motori …”

“Allora studia da ingegnere, no?!” ironizzò Matteo.

“C’è poco da scherzare, che ci sarebbe di strano?” replicò Lucia, seguendo un suo filone di pensiero.

“Studiare da ingegnere? E perché no? Oppure faccio l’attore, o magari il ballerino…”
“Allora proprio non capisci!” lo redarguì la giovane, pentendosi quasi subito. Quando uscirono dal bar andando verso la pista gli si mise accanto, quasi decisa a non mollarlo: “Hai visto che c’è la luna?”

“Già, ma guarda n’po’!” rispose Marietto senza alzare la testa. 

Era frastornato, non era sicuro se prenderla per buona o se doveva mandarli a quel paese: ma per chi l’avevano preso? simpatico lui?… e magari , ma senti questa, pure ingegnere.

Poi notò che Lucia, seccata, aveva allungato il passo. La inseguì e le rimase dietro a mezzo metro di distanza, fino a che si fece coraggio e si avvicinò: “Lì, dietro le querce, c’è uno scorcio da cui si vede un bel paesaggio, con la luna che c’è dev’essere una favola…”

“Fantastico! Adesso la luna ti va bene…”

La condusse dietro a una quercia, a sinistra, in fondo alla pista. Come arrivò si mise a guardare il paese disseminato di luci dove, in fondo, s’imponeva allo sguardo il castello Ruspoli, scuro e massiccio. Lucia, appoggiata con la schiena al tronco dell’albero, appariva immobile e come incantata. Il giovane seguì il suo sguardo e vide un susseguirsi di colline, di campagne coltivate, di assembramenti di alberi, di casali dispersi e solitari. Tutto soffuso di un biancore che enfatizzava lo sfumare delle forme. In fondo l’orizzonte…  dove lo sguardo evaporava nello spazio indefinito.

“Vorrei essere un rondone …”

“Che significa?”

“Boh, lo vedi laggiù? Giù in fondo? Mi ti fa venire le vertigini ma anche la fantasia di volare. Me piacerebbe… scusa, mi piacerebbe proprio… Sai, la luna così non l’avevo mai vista”.

“Ma guarda un po’! E che c’è di nuovo?”

“Non te lo so proprio dire. Ma cosa avete voi di Roma? Adesso anche la luna… Se penso a quante volte sono venuto sotto questa quercia… Si, certe volte ho pensato che… boh, sai anche a me delle volte piace fantasticare. Chi lo direbbe? Cose da ragazzino. Quando ero piccolo ero sempre perso, bastava niente. Poi però s’impara… mio padre lo dice sempre: bisogna avere i piedi per terra! Però a me piacciono i rondoni: te li vedi scendere in picchiata che sembrano andare a sbattere contro i muri – con la mano e il braccio alzato ne mimò i movimenti  – poi si alzano e non li vedi più. Dove vanno? E chi lo sa, loro hanno il cielo, hanno le nuvole…”.

Lucia lo guardava stupita ma anche un po’ presa. È bello fantasticare, pensò, ma poi come ti ritrovi?

“Dai, Marietto, andiamo a ballare”, disse sorridendo.

Il jukebox suonava “Senza fine”, di Gino Paoli. Mentre erano abbracciati nel lento, Marietto scoprì una sua improbabile vena poetica: “Con ‘sta musica anche il tempo si confonde…” Erano così vicini che Lucia lo sfiorava con il corpo. Gli venne una tentazione, ma ne era spaventato. Poi si disse: “Ahó, alla fine che può succede? Al massimo se tira indietro…” E le strinse la vita. 

Lucia si lasciò andare, gli passò le braccia intorno al collo, sfiorandogli la guancia.

———————– 

Quella notte per Marietto fu un disastro, non c’era verso di prender sonno. Perfino sua madre lo sentì agitarsi, tanto che si alzò dal letto e andò nella sua stanza:

“Non riesci a dormire?”

“No, ma non ti preoccupare ma’, torna a letto”.

“Ma che c’è? T’è successo qualcosa?”

“No, no, tutto bene, anzi… ho solo un po’ d’agitazione. Mo’ mi passa”

“Sei sicuro? Va beh, allora io vado, che domani me devo alzare presto. Buona notte Mariè”.

Invece il giovane non riuscì a dormire affatto. Quando appena albeggiava si era affacciato alla finestra e aveva guardato giù nell’orto. S’intravvedevano filari di ortaggi: le biete dalle foglie larghe e spesse, i broccoli dalle forme gotiche colorati di giallo, le cicorie a forma di fuso, ripiegate su sé stesse, i pomodori sorridenti avvinghiati a bastoni ficcati nel terreno.

Qua e là cespugli di fiori, rose, dalie, begonie: chiazze colorate che spuntavano dal verde. In fondo il pero, addossato al muro che dava sulla strada, quasi a spiare i passanti, soprattutto le comari che passavano al mattino cariche delle borse della spesa. In un angolo il pollaio, le galline che dormivano , i corpi smollati sulle zampe. 

“E chi me scolla da qui? – pensò – ma vallo a spiegare…”

Quando arrivò in officina aveva gli occhi arrossati e la faccia tirata: “Ciao papà” salutò prima di prendere gli attrezzi, ma dopo un po’ che giostrava, gli scappò di dire: “Papà ti devo parlare…” 

Proprio in quel momento si affacciò un cliente: “A Marié, è pronta o no sta moto?”

“No, perché?”

“Avevi detto che era pronta per stamattina!”

“Antò, ma sei sicuro? Io proprio non me ne ricordo, figurati se me viene da pensare a quel catorcio… ”

“Ma senti questo! …  Antò la vespa è qui”, intervenne il padre dal fondo del garage “Eccola, tieni… so mille lire … stanotte mi figlio s’è svegliato male… ”

“Ah Mariè, vaffanculo… ma quando cresci?” berciò Antonio, un giovanotto sui vent’anni, mentre pagava il conto. Marietto scattò in piedi, gli andò davanti e,  sovrastandolo in altezza, gli urlò mettendogli un dito davanti al naso: “Ah mezza sega, tu non te devi permette!” Poi sbatté a terra gli attrezzi e uscì. Il padre gli gridò dietro: “Ah Marié, mo’ do vai?”

Andò sulla strada del Molesino e si sedette su una panchina di tufo, piegato in due, le braccia poggiate sulle ginocchia e la testa bassa. Sentiva che stava per piangere. 

Gli venne in mente quando, seduto in quello stesso posto dopo aver preso un brutto voto, arringava i compagni in uscita dalla scuola, che era proprio lì davanti: “Ah regà non lo capite che non serve a niente, che stiamo a perde tempo? Che è cento volte meglio andare a zappare la terra?”

A un tratto sentì il rumore di una moto che si fermava proprio vicino a lui: “Lucia! Ma che ce… ma che ci fai tu qui?”

“Niente, son venuta a salutarti”. Portava dei jeans aderenti e una maglietta rosa, appariva più esile del solito. Gli occhi neri lo fissavano, il volto composto e sorridente comunicava una dolcezza inquieta: “Perché, vai via?”, la interrogò il giovane mentre si alzava.

“Si, parto oggi” e avvicinandosi gli pose una mano sul braccio nel gesto di palpare la stoffa della tuta, “Sempre vestito di blu…” osservò.

“Certo, ma c’è blu e blu… allora ci vediamo l’anno prossimo?”

“No, aspetta – disse, porgendogli un foglio – qui c’è il mio indirizzo del mare e quello di Roma. Possiamo scriverci se vuoi. Poi volevo dirti, a settembre compio gli anni, se ti fa piacere puoi venire alla mia festa di compleanno, ci saranno anche Matteo e Tommaso”.

“Grazie – il giovane prese il foglio e lo aprì – che bella scrittura!” In effetti era una calligrafia pulita e graziosa, un po’ rotondeggiante. Gli indirizzi distanziati e ordinati. Sotto  c’era una data: 20 settembre.

“C’è anche la data del compleanno… Sai che faccio? Che problema c’è? Prendo la Roma Nord … Sei sicura che non ti rovino la festa?”

“Anzi, mi fai piacere! Senti, adesso devo andare …”, però rimaneva ferma davanti a lui, la mano sul suo braccio. 

Marietto si fece coraggio e, avvicinandosi con la faccia, disse: “Posso darti un bacio sulla guancia?” 

“Certo!”, rispose lei sorridendo.

Poi lei prese la moto e scappò via. Il giovane la vide sparire alla fine della salita, tra le chiome delle querce, oltre i suoi confini immaginari. 

Adriano, il padre, che era uscito per cercarlo,  gli si avvicinò: “Così mi fai scappare tutti i clienti…” disse, come rassegnato, senza rabbia. Poi, avendo osservato la scena precedente, aggiunse: “Ti sei fatto la fidanzata?”

“Papà, ma che dici? Sei impazzito? È un’amica. Mi ha invitato a Roma per il suo compleanno …”

“E come ci vai a Roma?”

“Con la Roma Nord!”

“Ho capito. Senti, mi dovevi dire qualcosa?”

“Si papà, è un po’ che ci penso: se mi rimettessi a studiare? Alla fine ho perso solo un anno…”

“Ah Marié, non ci posso credere, su queste cose non se può cambiare idea tutti i giorni”.

“Papà, ti giuro, ci ho pensato bene, credimi!”

Il padre stette lì a rifletterci su. Gli venne in mente quanto aveva faticato a metter su l’officina e ad avere un numero sufficiente di clienti da poterci campare; poi, è vero, col tempo, forse per via dell’abitudine, quel garage che all’inizio gli era sembrato così spazioso, si era sempre più rimpicciolito. Ultimamente un po’ lo soffriva, tanto che pensò: vediamo se riesco a fare uscire almeno mi figlio  da questo buco. “D’accordo, ci si può provare …”

“Grazie papà, adesso se non ti dispiace devo andare dal tabaccaio”

“Perché ti sei messo a fumare”

“No, devo comprare buste e francobolli”.

Lasciando il padre sempre più interdetto, si avviò per la via del borgo. Si sentiva finalmente rilassato. Aveva deciso: “Che mi manca per diventare ingegnere? – pensava – la meccanica la capisco meglio di tutti, in scienze e matematica, beh, andavo abbastanza bene … che mi manca allora? Vero, su certe cose mi devo dare una svegliata…  Comunque si può fare,  su questo non si discute.  Gli  faccio vedere io!”


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