Gente del mio paese

2. Gesuino, la rabbia e il volo

Gesuino, il calzolaio del paese, sbatté la porta e uscì. Un bel colpo secco e sonoro, di cui si compiacque per un attimo mentre scendeva le scale a rompicollo. Poi si fiondò quasi correndo attraverso il portone spalancato, entrando di schianto in un pomeriggio afoso di agosto, assordato dal frinire delle cicale. Vomitò di getto una serie d’imprecazioni blasfeme e, arrancando sull’asfalto liquefatto dal caldo dell’estate, finalmente giunse davanti all’uscio chiuso della sua bottega. Frugò a lungo nei pantaloni di fustagno sformati, finché afferrò una chiave in procinto di sfuggire da una tasca bucata.

Infilò la chiave nella toppa dopo alcuni tentativi e diede una severa scrollata all’uscio, traballante sui cardini sconnessi, finché la porta si aprì protestando contro il pavimento che gli scheggiava il lato inferiore. L’ometto, che era calvo e occhialuto, aveva gambe corte generosamente arcuate e una faccetta baffuta che sprizzava irritazione. Una volta entrato nella bottega, si sedé allo scranno e prese una scarpa qualsiasi, puntò un chiodo, alzò il martello con veemenza e poi … rimase incredibilmente immobile, aggrappato a quel gesto sospeso … bloccando lo scorrere del tempo.

Questo fu almeno quello che ebbe modo di notare un ozioso e attento osservatore che, passando da quelle parti, rimase colpito e perplesso davanti a quell’inceppamento.  Gesuino sentiva il braccio resistergli ostinatamente, come trattenuto da una forza uguale e contraria.

La sua aggressività, pur deviata su un oggetto inanimato e umile come lo scarpone chiodato di un contadino, non osava esprimersi e la sua mano esile rimaneva in uno stato di sospensione, come se la testa della persona odiata, oggetto della sua rabbia, fosse realmente tutt’uno con l’innocente calzatura.

 Gesuino, stava mostrando all’umanità impietosa ed allo sprovveduto passante, l’immagine cristallizzata della sua ‘rabbia’ che, come dire, proprio in quell’essere bloccata dava la più fedele immagine di sé, ergendosi a dimostrazione di un’ indignazione inibita persino nella sua innocua espressione metaforica. Nella relazione, così com’è descritta, tra il martello, la scarpa, il chiodo, Gesuino e un qualsiasi oggetto legittimamente abborrito, c’è la storia, se così si può dire, non solo di Gesuino, ma di alcune generazioni di ciabattini.

Non è dato sapere nello specifico ciò che aveva scatenato la sua reazione. Si può solo dire che, nell’abitazione da cui era uscito sbattendo la porta, viveva, insieme a un figlio anche lui ormai avanti con l’età, una vecchia comare, la sora Giuseppa, alla quale il calzolaio aveva appena consegnato un paio di scarpe appena riparate. La donna, sempre vestita di nero, si faceva notare frequentemente mentre girava ciabattando per il paese di Giulianello, aggrappata a una sporta da cui spuntavano pezzi di sedano e di lattuga, o altrimenti si vedeva verso sera, seduta sulle scale di tufo della sua casa, con le gambe stese, i piedi uno sull’altro e un sorriso malevolo stampato sul volto, a lanciare in giro sguardi sospettosi, mentre solo le mani stanche, poggiate sul ventre, sembravano conservare un minimo di compostezza e di pietà cristiana.

Se per un verso è scontato che Gesuino aveva avuto uno scontro drammatico, in quel fatidico pomeriggio, con la ‘sora Giuseppa’, dall’altro non ne sono noti i motivi scatenanti. D’altra parte questi incidenti, in fin dei conti non così gravi, sono parte integrante della quotidianità, talora turbolenta, degli abitanti di quel paese sperduto nelle campagne del viterbese, dove le serate, profumate di erbe, sono distese e lunghe, come per una felicità rattenuta, e dove le giornate in estate sfumano in interminabili tramonti.

Gesuino affrontò verso sera la salita ripida del Borgo andando verso casa, dopo aver cessato di lavorare con un’ora secca di anticipo. Sotto casa trovò ancora sua moglie che, insieme a un gruppo di comari, sferruzzava esibendo quell’eccezionale automatismo nei movimenti che le consentiva di interloquire intensamente con le sue compagne senza alcun detrimento per la qualità del lavoro. Il gruppo di donne stava spettegolando non si sa bene di chi, lanciando ritmicamente esclamazioni di stupore rivolte a eventi non così sorprendenti e già più volte commentati, confermando in tal modo la sostanziale circolarità dell’esistenza.

Gesuino sedette tristemente su una sedia con l’imbottitura di paglia, e stette lì piegato in due, con gli occhietti, che si intravvedevano dietro le lenti spesse, puntati in avanti, e i piedi a due spanne dal terreno, mentre, per una sorta di tic, sputacchiava con una sequenza ritmica sul selciato. A un tratto, dei bambini che giocavano lì vicino, mandarono con un calcio un pallone a colpire il muro e poi, di rimbalzo, sulle spalle di Gesuino, che ne fu sbilanciato per un attimo. Bestemmiò sordamente e, mantenendo il suo ritmo, sputò di nuovo e con rinnovato furore sul terreno.

Le sue espressioni d’inquietudine, pur legate ai piccoli grandi inconvenienti della vita, non erano da attribuire in nessun modo all’attesa rilevante che la moglie gli stava imponendo tra una chiacchiera e l’altra. In realtà, Gesuino viveva una dimensione temporale dilatata: si potrebbe dire, con un filo d’ironia, che per perseguire il metro e cinquanta, che rappresentava la misura della sua presenza nel mondo, aveva gestito la sua crescita diluendola nel tempo. D’altra parte, e questo è l’aspetto rilevante, la sua giornata e, in un’accezione più estensiva, la sua vita, erano state da sempre così povere di eventi che le sue poche azioni fluttuavano nel tempo come piume nell’aria.

Quarant’anni prima, infatti, avreste potuto vederlo nell’identica posizione di adesso, ad attendere che la madre si decidesse a preparargli la cena che, ora come allora, avrebbe consumato lentamente con uno sguardo fuori della finestra, dove poteva vedere lo slancio dei rondoni nell’ultima luce del crepuscolo. E poi, come sempre, sarebbe andato a dormire e, raggomitolandosi, sarebbe sembrato ancor più piccolo e smarrito.

Forse fu per questo che Gesuino, nell’attesa, confuse il viso di sua moglie con quello della vecchia madre, ma solo per un momento, riacquistando la giusta prospettiva quando sua moglie Antonietta chiamò per andare finalmente verso casa. La serata trascorse come tante altre e, come spesso accadeva dopo una giornata faticosa, andò presto a letto, ma purtroppo ebbe un sonno agitato. Quella notte Gesuino sognò il funerale di sua madre.

La piccola cassa di quercia, sballottata qua e là senza ritegno da una massa variegata quanto indefinita di parenti, trasportata da quattro contadini di diversa statura appariva pendere da un lato e poi dall’altro. Il padre di Gesuino, che insieme a lui seguiva la bara, più che addolorato sembrava infuriato, maldisposto nei confronti del mondo, compreso suo figlio.

Poi si era trovato sul balcone di casa, situato al livello del tetto, da dove poteva vedere il corteo funebre snodarsi come un fiume tempestoso per le strade del borgo. Aveva le lacrime che gli colavano dietro le lenti e lo spettacolo indecoroso al quale assisteva sembrava quasi irridere al suo dolore.

Vide alla fine il corteo funebre allontanarsi, lasciandolo solo nel lungo viale dei cipressi che conduceva al cimitero; e mentre con la coda dell’occhio continuava a seguire il corteo vociante e sconnesso, con la mente cercava inutilmente fra i suoi ricordi lo sguardo e il volto di sua madre.

Quando finalmente si svegliò da quell’incubo pensò che sua madre sballottata e maltrattata sia da viva sia da morta, non aveva mai trovato il tempo di guardarlo e di prendere in considerazione la sua esistenza guardò, con una forte sensazione di vuoto, sua moglie che gli dormiva a fianco, ignara e serena, con qualche tratto da bambina fra le rughe del suo viso grassoccio e cercò, purtroppo inutilmente, di riaddormentarsi.

Gesuino, non riuscendo a dormire, uscì di casa quando era già l’una di notte. S’incamminò per le strade deserte illuminate dalla più bella luna che potesse esserci in quella notte di luglio e imboccò il percorso che, di vicolo in vicolo, l’avrebbe condotto su in alto, fino al Belvedere, da dove avrebbe visto la campagna dispiegarsi scura e misteriosa, appena schiarita dal biancore lunare.

Salì sul muretto che delimitava il Belvedere, così che la sua vista potesse svelare il vasto scenario di armonie sconnesse e di terreni diseguali, e, in quel preciso momento, un osservatore insonne che passava da quelle parti, poté vederlo sollevarsi su un unico piede e slanciare in alto le mani e il viso contro il cielo, rimanendo poi immobile.

Egli rimase così a lungo, con il corpo proteso, mentre sentiva, quasi risvegliata dalla frescura notturna, una linfa vitale scorrergli nelle vene e, allo stesso tempo, una sottile brezza cominciò a gonfiargli leggera i pantaloni larghi e sformati, trattenuti alla vita da una cintura di cuoio la cui estremità eccedente arrivava a oscillargli fra le cosce.

Per un attimo il frinire dei grilli, che ritmava il silenzio della notte, divenne lontano e sembrò sospeso di là del confine dei sensi, dove i rumori attendono sopiti. Un sorriso apparve sul viso del ciabattino che, in quella posa ardita, sembrava assumere un potere decisivo verso l’oscura profondità del baratro.

Gesuino, mentre ancora sostava in quella posa sospesa, ricordò incidentalmente di quando, la notte successiva al funerale della madre, accoccolato sul tetto di casa, con le ginocchia fra le braccia, aveva guardato il raggrupparsi delle case di tufo, le strade e i vicoli tagliati dai raggi obliqui dell’illuminazione notturna e l’incombere oscuro dei tetti e … quasi a scivolando sul filo dell’immaginazione, le campagne lontane.

Ricordò inoltre, ed era un ricordo chiaro e luminoso che, a un tratto, le immagini avevano cominciato a scorrere e a vibrare, mentre aveva sentito l’aria fresca scendergli a folate verso il viso, e allora, finalmente, in quel giorno ormai lontano, aveva sentito per un attimo sciogliersi il nodo che gli paralizzava lo stomaco e le viscere.

Oggi come allora Gesuino, mentre i raggi della luna iniziavano a vibrare e le campagne e gli alberi a trascorrere rapidi verso l’orizzonte, sentì fino in fondo, nella sostanza più intima del suo essere intrappolato in un nulla angoscioso, quello che l’osservatore sorpreso e allarmato non avrebbe mai saputo.

Con una consapevolezza tale da sovrastare ogni dubbio e che mai avrebbe confessato, egli scoprì che in lui c’era qualcosa d’inespresso, qualcosa che la sua stessa natura gli aveva impedito di conoscere, qualcosa che ora gli si rivelava mentre sentiva gli alberi e la terra scorrere sotto di sé e i raggi stessi della luna avvolgerlo più dappresso, egli scoprì, in quella notte di luglio, che sapeva volare…


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